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| THE STROKES |
| live @ Palacisalfa, Roma 18.12.03 |
Elettrizzanti. Strokes. Un'ora e un
quarto di canzoni veloci, travolgenti: niente virtuosismi,
nessun brano durato un secondo in più rispetto
alla versione studio. Gli Strokes non ci tengono ad
essere apprezzati per la loro tecnica (anche se dobbiamo
riconoscere loro una performance di alto livello),
vogliono divertire e divertirsi, vedere giovani rockers
in Converse All Star scatenarsi al ritmo di Last Night
ed aspiranti groupies in prima fila sciogliersi ad
ogni sguardo ammiccante di Julian.
La serata ha inizio con l'esibizione di Har Mar Superstar,
un ciccione dalla bella voce e dai testi irripetibili
che, su base elettronica, si produce in gorgheggi
inattesi e mosse che, se fatte da Britney Spears,
avrebbero sicuramente riscosso maggior successo
Trash, cattivo gusto portato all'eccesso, e per questo
divertente anche se, a giudicare dalla quantità
di FUCK rivolti verso il palco, molti avrebbero preferito
che fosse continuato a girare il The Best dei Talking
Heads che aveva scandito il preconcerto fino ad allora.
Mezz'ora di vuoto, i Talking Heads ad allietare nuovamente
le orecchie dei rockers, i tecnici che provano chitarre,
basso e batteria
ma si dai
che è
tutto a posto
vogliamo gli Strokes!
Dopo un po', non ricordo quanto (la mia mente, annebbiata
da un paio di litri di birra, era stata carpita dal
sorriso di una giovane fotografa tedesca tra l'altro
molto simpatica) , il momento che tutti aspettavamo:
luci basse, ombre che si muovono sul palco, prendono
posizione, giro di basso, batteria: Reptilia. Gli
Strokes sono lì poco oltre le transenne e quando
Julian attacca è calca, pogo, urla a squarciagola;
i più noti esponenti della New York underground
all'EUR , un po' di CBGB a casa nostra: per molti
è magia.
Le canzoni sono brevi, scariche elettriche; la voce
del frontman è potente - non me lo aspettavo
a tal punto - e tutti se la cavano egregiamente. Menzione
d'onore a Fabrizio: preciso, pulito, bravissimo (e
protagonista di un simpatico coretto in seguito all'
invito da parte di Julian a fare un po' di FUCKING
NOISE per il suo amico italiano). Grande Albert: aria
da giovane intellettuale rock, Stratocaster imbracciata
stretta, concentratissimo; uniche alzate di sguardo
per coloro che, nuotando a stile libero sulle teste
dei malcapitati, giungono direttamente tra le braccia
della security proprio sotto i suoi piedi. Nikolai
immobile dietro il suo basso, colonna portante delle
ruvide melodie Strokes. Nick, magrissimo, giacca rossa
e jeans "sbregati" alla Ramones, quasi si
contorce nel produrre gli indimenticabili riff di
The modern age.
Per la prima mezz'ora canzoni del secondo album, cori
a squarciagola sulle note del carillon rock 12:51.
Poi Room on Fire comincia ad alternarsi col vecchio
Is this it: la gente si scalda, e con Last Night e
New York city cops è autentico delirio. Niente
pause: via una canzone, sotto un'altra, giusto il
tempo per Julian di accendersi l'ennesima sigaretta.
Riesco ad appoggiare entrambi i piedi a terra solo
con Under Control, la romantica ballad che consacra
la maturità artistica dei giovani newyorkesi
(e consente ai rockers scatenati di riprendere fiato).
Il momento si avvicina e il Nostro, sfinito, annuncia
l'ultimo pezzo: Take it or leave it. State pur sicuri
che le aspiranti groupies e gli allstaristi delle
prime file non dimenticheranno mai quel ritornello.
Fin da subito si capisce che qualcosa di inaspettato
sta per accadere. C'è uno strano movimento:
Nikolai, rimasto in penombra per tutto lo show, avanza
sino al limite del palco; Albert sale in piedi su
un amplificatore collocato di fianco alla batteria
e il vecchio Julian - beh, il ragazzo Julian è
già una consumata rockstar - scavalcata la
transenna, si lancia sul pubblico con tanto di microfono
per un TAKE IT OR LEAVE IT generale.
Finito. Volete sentire un'altra volta la vostra canzone
preferita? Scordatevelo; gli Strokes non ripetono,
hanno già dato tutto e lo hanno fatto egregiamente.
Non vi va bene? Chissenefrega. TAKE IT OR LEAVE IT. |
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