Per aprire il “Rhythm of the
Lake 2004”, l’annuale festival pop-rock
comasco, la Four One è riuscita ad accaparrarsi
quella leggenda vivente che risponde al nome di
Bob Dylan, segnale indicativo di come questo festival
diventi di anno in anno più importante e
prestigioso (il 13 Luglio saranno i Deep Purple
ad accendere la notte di Como). La discesa di Dylan
in Italia era attesa da mesi e, dopo la data di
Padova del 2 Luglio, il menestrello di Duluth è
giunto all’ex-galoppatoio di Villa Erba, prestigiosa
residenza a cinque minuti da Como, un tempo proprietà
di Luchino Visconti e resa celebre negli ultimi
tempi dalle star di Hollywood che, guidate dalla
regia di George Clooney, vi hanno girato “Ocean’s
Twelve”.
Il prato che sta di fronte allo spazioso palcoscenico
è gremito già alle otto di sera e
alle nove, quando Bob Dylan fa la sua entrata in
scena, sono seimila gli spettatori pronti ad accoglierlo
a suon di urla ed applausi commossi.
Ci sono i fans di vecchia data e ci sono i giovani:
molti forse si aspettano un Dylan versione anni
sessanta, molti poi saranno rimasti stupiti nel
vederlo dietro ad una tastiera per tutta la durata
dello spettacolo: problemi di schiena impediscono
a Dylan di imbracciare la fedele sei corde, ma il
supporto di una band validissima non gli impedisce
di creare un sound perfetto per ogni singola canzone,
sempre molto diversa da quelle che siamo soliti
ascoltare su disco. Dylan è così,
imprevedibile e geniale come lo è sin dai
suoi primi concerti all’alba degli anni sessanta:
entra su un’ottima “Maggie’s farm”,
il sound è potente e rinvigorito dalla buona
acustica dello spazio circostante, la voce è
rauca, tanto rauca da renderla splendida e sensuale
al punto giusto. E’ un altro grande successo,
quella “The times they are a-changin’”simbolo
delle contestazioni targate sixties, a portarci
nel vivo dello show: Dylan alterna canzoni note
e meno note, tutte suonate con un’ energia
grandissima; ci sono pezzi recenti, come la grandissima
“Every grain of sand”, c’è
spazio per grandi emozioni con “The ballad
of Hollis Brown” e l’acustica “Boots
of spanish leather” e ci sono i classici immortali:
“Just Like A Woman”, completamente differente
dalla versione originale, fa venire la pelle d’oca,
“Highway 61 Revisited” stupisce per
l’energia che Dylan trasmette attraverso tastiera
e microfono, mentre “Forever Young”
è uno dei momenti culminanti dello show.
Dylan presenta la band, saluta ed esce dopo 14
canzoni incredibili. Ma non è ancora finita
e la grande sorpresa arriva con i bis: bisogna aspettare
le prime parole della canzone per capire che Bob
ci sta regalando l’immortale “A hard
rain’s a-gonna fall”, lenta e con un
ritmo completamente trasformato, ben diversa tanto
dalla versione acustica quanto da quel capolavoro
rock immortalato sul “Live 1975”, penultima
uscita della Bootleg Series; a seguire la consueta
nuova versione di “Like a rolling stone”,
che senza il suo ritmo travolgente perde senza dubbio
qualcosa, per poi finire con una versione capolavoro
di “All along the watchtower”, incredibile
per perfezione, potenza ed intensità. Passano
due minuti e Dylan è già sul bus personale
con la sua band, diretto a Saint-Etienne per continuare
il suo Neverending Tour.
Ci avviamo lentamente verso l’uscita: la
soddisfazione è nell’aria, tutti sorridono
e commentano quello che hanno appena avuto la fortuna
di vedere. Ma c’è dell’altro:
nei cuori di tutti c’è la ferma convinzione
di aver assistito ad un qualcosa da raccontare ai
propri figli. Perché che ci piaccia o no,
ogni concerto di Dylan è un pezzo di storia,
prezioso e magnifico.
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