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BOB DYLAN and his band
live @ Villa Erba, Cernobbio (CO) 03.07.04

Per aprire il “Rhythm of the Lake 2004”, l’annuale festival pop-rock comasco, la Four One è riuscita ad accaparrarsi quella leggenda vivente che risponde al nome di Bob Dylan, segnale indicativo di come questo festival diventi di anno in anno più importante e prestigioso (il 13 Luglio saranno i Deep Purple ad accendere la notte di Como). La discesa di Dylan in Italia era attesa da mesi e, dopo la data di Padova del 2 Luglio, il menestrello di Duluth è giunto all’ex-galoppatoio di Villa Erba, prestigiosa residenza a cinque minuti da Como, un tempo proprietà di Luchino Visconti e resa celebre negli ultimi tempi dalle star di Hollywood che, guidate dalla regia di George Clooney, vi hanno girato “Ocean’s Twelve”.

Il prato che sta di fronte allo spazioso palcoscenico è gremito già alle otto di sera e alle nove, quando Bob Dylan fa la sua entrata in scena, sono seimila gli spettatori pronti ad accoglierlo a suon di urla ed applausi commossi.

Ci sono i fans di vecchia data e ci sono i giovani: molti forse si aspettano un Dylan versione anni sessanta, molti poi saranno rimasti stupiti nel vederlo dietro ad una tastiera per tutta la durata dello spettacolo: problemi di schiena impediscono a Dylan di imbracciare la fedele sei corde, ma il supporto di una band validissima non gli impedisce di creare un sound perfetto per ogni singola canzone, sempre molto diversa da quelle che siamo soliti ascoltare su disco. Dylan è così, imprevedibile e geniale come lo è sin dai suoi primi concerti all’alba degli anni sessanta: entra su un’ottima “Maggie’s farm”, il sound è potente e rinvigorito dalla buona acustica dello spazio circostante, la voce è rauca, tanto rauca da renderla splendida e sensuale al punto giusto. E’ un altro grande successo, quella “The times they are a-changin’”simbolo delle contestazioni targate sixties, a portarci nel vivo dello show: Dylan alterna canzoni note e meno note, tutte suonate con un’ energia grandissima; ci sono pezzi recenti, come la grandissima “Every grain of sand”, c’è spazio per grandi emozioni con “The ballad of Hollis Brown” e l’acustica “Boots of spanish leather” e ci sono i classici immortali: “Just Like A Woman”, completamente differente dalla versione originale, fa venire la pelle d’oca, “Highway 61 Revisited” stupisce per l’energia che Dylan trasmette attraverso tastiera e microfono, mentre “Forever Young” è uno dei momenti culminanti dello show.

Dylan presenta la band, saluta ed esce dopo 14 canzoni incredibili. Ma non è ancora finita e la grande sorpresa arriva con i bis: bisogna aspettare le prime parole della canzone per capire che Bob ci sta regalando l’immortale “A hard rain’s a-gonna fall”, lenta e con un ritmo completamente trasformato, ben diversa tanto dalla versione acustica quanto da quel capolavoro rock immortalato sul “Live 1975”, penultima uscita della Bootleg Series; a seguire la consueta nuova versione di “Like a rolling stone”, che senza il suo ritmo travolgente perde senza dubbio qualcosa, per poi finire con una versione capolavoro di “All along the watchtower”, incredibile per perfezione, potenza ed intensità. Passano due minuti e Dylan è già sul bus personale con la sua band, diretto a Saint-Etienne per continuare il suo Neverending Tour.

Ci avviamo lentamente verso l’uscita: la soddisfazione è nell’aria, tutti sorridono e commentano quello che hanno appena avuto la fortuna di vedere. Ma c’è dell’altro: nei cuori di tutti c’è la ferma convinzione di aver assistito ad un qualcosa da raccontare ai propri figli. Perché che ci piaccia o no, ogni concerto di Dylan è un pezzo di storia, prezioso e magnifico.

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