Una festa esaltante, piena di voglia
di vivere i suoni in mille colori, di esprimere
la creatività e porgerla in dono ai presenti,
di incanto mischiato ad affettuosi scambi di stima
tra un pubblico incredibilmente sorpreso e compiaciuto
da ciò che succedeva loro e un collettivo
di persone il cui denominatore comune è “divertire
e divertirsi”.
Fa molto freddo fuori: Roma pungente e ghiacciata,
e nonostante fossi certo di trovare riparo all’interno
del -già caloroso di suo- Circolo Degli Artisti,
mai avrei immaginato un così avvolgente tepore
fuoriuscire dagli strumenti di chi stava sul palco:
Apostle Of Hustle, caldi ma soffusi,
poi improvvisi e sorprendenti, e ancora calma, note
di fiati sovrapposti con una facilità e leggerezza
indicibili. Questi sette ragazzi (compresa una corista
che calca lo stage in maniera davvero istrionica
e sicura) sono i Broken Social Scene, anzi no! Cioè
sì… insomma, sono loro che si scambiano
gli strumenti, un particolare “logistico”
che evidenzia lo spirito su cui si fonda l’ensemble
canadese, ovvero interazione tra i membri e convergenza
di idee.
Dotati di strumentazione a dir poco stupefacente
e giunti a Roma per la prima delle cinque date italiane
previste, i Broken Social Scene
si “vestono” da Apostle of Hustle, proponendo
una versione leggermente più intima e scarna
della musica concepita dagli headliner della serata.
Qualcosa di più vicino ad un folk elettrizzato
e sghembo (non a caso il disco inciso a nome del
progetto si intitola “Folkloric feel”)
che privilegia ritmiche inusuali e coinvolgenti.
Il set si conclude in un tre quarti d’ora
molto “vibranti”, sicchè sul
palco tornano gli stessi –singolarissimi-
personaggi, per deliziare la platea proponendo tra
le altre, molti estratti dal disco (oramai culto)
“You Forgot It In People”: si parte
con eleganza e ricercatezza, ecco il duo strumentale
ambient-triphop “Late nineties bedroom rock
for the missionaries” e “Shampoo Suicide”
una di seguito all’altra, così come
eseguite su cd. Nei minuti seguenti il pubblico
viene catapultato in un crescendo sonoro senza pari,
grazie a momenti di adrenalina pura (la superba
cavalcata ruvida “Kc Accidental”, il
wave-pop grezzo e lineare di “Cause=Time”),
ma anche episodi di cristallina calma e sognante
pace interiore (splendida “Looks just like
the sun”), mentre i numerosi elementi del
gruppo –vagamente impacciati nei movimenti
dall’ingenerosa misura del palco- si contorcono
a volte in sincrono, come se volessero sottolineare
anche un intento visivo nell’ esibizione.
Nessun leader, coesione è la parola d’ordine.
Una “Stars & Sons” da urlo, coinvolgente
strappa applausi ritmati, si eleva a vero inno che,
spettacolarizzato dall’uso di due bassi in
contemporanea, sancisce definitivamente il legame
che nel frattempo è venuto a crearsi tra
il pubblico della data romana e i Broken Social
Scene. Come previsto, un corale boato accoglie l’attacco
di “Almost crimes”, ma la gioia definitiva
culmina nell’ ossessiva nenia di “Anthems
For a Seventeen Year-old Girl”, con un impatto
decisamente opposto che su disco: probabilmente
il momento culmine dell’esibizione, struggente
nell’incalzante incedere finale, da brividi.
Come la sezione fiati, che di tanto in tanto irrompe
sorniona e felice da sembrare un soffio di cherubini
gentili (sulla onirica e passionale “Lover’s
spit”). Il “collettivo aperto”
Broken Social Scene si congeda con la tanto attesa
“Pacific theme”, tripudio di percussioni
in totale armonia, almeno quanto la linea melodica
di chitarra, che infonde benessere allo spirito
e induce ad una lievissima nota malinconica, dal
momento che l’epilogo del concerto era annunciato.
Sì, allegra malinconia è
la sensazione che uno spettacolo del genere ti lascia
indosso. Una performance unica, e la certezza che
tutto ciò sia una splendida realtà
mi riaccompagna a casa consapevole di aver assistito
al miglior concerto del 2004.
|