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BROKEN SOCIAL SCENE
live @ Circolo degli Artisti, Roma 24/11/2004

Una festa esaltante, piena di voglia di vivere i suoni in mille colori, di esprimere la creatività e porgerla in dono ai presenti, di incanto mischiato ad affettuosi scambi di stima tra un pubblico incredibilmente sorpreso e compiaciuto da ciò che succedeva loro e un collettivo di persone il cui denominatore comune è “divertire e divertirsi”.
Fa molto freddo fuori: Roma pungente e ghiacciata, e nonostante fossi certo di trovare riparo all’interno del -già caloroso di suo- Circolo Degli Artisti, mai avrei immaginato un così avvolgente tepore fuoriuscire dagli strumenti di chi stava sul palco: Apostle Of Hustle, caldi ma soffusi, poi improvvisi e sorprendenti, e ancora calma, note di fiati sovrapposti con una facilità e leggerezza indicibili. Questi sette ragazzi (compresa una corista che calca lo stage in maniera davvero istrionica e sicura) sono i Broken Social Scene, anzi no! Cioè sì… insomma, sono loro che si scambiano gli strumenti, un particolare “logistico” che evidenzia lo spirito su cui si fonda l’ensemble canadese, ovvero interazione tra i membri e convergenza di idee.
Dotati di strumentazione a dir poco stupefacente e giunti a Roma per la prima delle cinque date italiane previste, i Broken Social Scene si “vestono” da Apostle of Hustle, proponendo una versione leggermente più intima e scarna della musica concepita dagli headliner della serata. Qualcosa di più vicino ad un folk elettrizzato e sghembo (non a caso il disco inciso a nome del progetto si intitola “Folkloric feel”) che privilegia ritmiche inusuali e coinvolgenti.
Il set si conclude in un tre quarti d’ora molto “vibranti”, sicchè sul palco tornano gli stessi –singolarissimi- personaggi, per deliziare la platea proponendo tra le altre, molti estratti dal disco (oramai culto) “You Forgot It In People”: si parte con eleganza e ricercatezza, ecco il duo strumentale ambient-triphop “Late nineties bedroom rock for the missionaries” e “Shampoo Suicide” una di seguito all’altra, così come eseguite su cd. Nei minuti seguenti il pubblico viene catapultato in un crescendo sonoro senza pari, grazie a momenti di adrenalina pura (la superba cavalcata ruvida “Kc Accidental”, il wave-pop grezzo e lineare di “Cause=Time”), ma anche episodi di cristallina calma e sognante pace interiore (splendida “Looks just like the sun”), mentre i numerosi elementi del gruppo –vagamente impacciati nei movimenti dall’ingenerosa misura del palco- si contorcono a volte in sincrono, come se volessero sottolineare anche un intento visivo nell’ esibizione. Nessun leader, coesione è la parola d’ordine.
Una “Stars & Sons” da urlo, coinvolgente strappa applausi ritmati, si eleva a vero inno che, spettacolarizzato dall’uso di due bassi in contemporanea, sancisce definitivamente il legame che nel frattempo è venuto a crearsi tra il pubblico della data romana e i Broken Social Scene. Come previsto, un corale boato accoglie l’attacco di “Almost crimes”, ma la gioia definitiva culmina nell’ ossessiva nenia di “Anthems For a Seventeen Year-old Girl”, con un impatto decisamente opposto che su disco: probabilmente il momento culmine dell’esibizione, struggente nell’incalzante incedere finale, da brividi. Come la sezione fiati, che di tanto in tanto irrompe sorniona e felice da sembrare un soffio di cherubini gentili (sulla onirica e passionale “Lover’s spit”). Il “collettivo aperto” Broken Social Scene si congeda con la tanto attesa “Pacific theme”, tripudio di percussioni in totale armonia, almeno quanto la linea melodica di chitarra, che infonde benessere allo spirito e induce ad una lievissima nota malinconica, dal momento che l’epilogo del concerto era annunciato. Sì, allegra malinconia è la sensazione che uno spettacolo del genere ti lascia indosso. Una performance unica, e la certezza che tutto ciò sia una splendida realtà mi riaccompagna a casa consapevole di aver assistito al miglior concerto del 2004.

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