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BRYCHAN
live @ Circolo Degli Artisti. Roma 06.03.04

Domanda: cos'hanno in comune i siciliani Marta sui Tubi, definiti da più parti una delle più belle ed originali realtà dell'indie rock italiano, ed il cantante/chitarrista gallese Brychan?

Risposta: a parte qualche vocale e consonante, niente.

Considerazione: eppure…

eppure la geografia ed il caso, quando decidono che si, è tempo di combinarne qualcuna, incrociano ed annodano le strade dal Galles e dalla Sicilia in un unico punto. Uno per modo di dire, perchè Marta sui Tubi e Brychan s'incontrano e si conoscono nel novembre scorso in una serata della rassegna "Acusticamente", si ritrovano al MEI, si giurano amore finchè dura, e si presentano mano nella mano in due sole date italiane, quella al Circolo la seconda.

In verità, la geografia ed il caso hanno semplicemente fatto incontrare personaggi dall'umorismo spontaneo ed intelligente. Marta lo infila nelle canzoni, Brychan ci condisce le sue esibizioni. Potrebbero portare avanti una serata Zelig da soli.
E in effetti, durante l'infuocato set dei Marta, mentre cercavo di ricostruire l'albero genealogico del gruppo, mi sono venuti in mente, illuminanti, i Cavalli Marci. Qualcuno se li ricorda? Era un combo di dieci elementi, variabilmente disturbati, ospiti di Ciro, programma cult di Italia Uno.

I Marta sui Tubi recuperano quel linguaggio musicale frenetico e rocambolesco, quel continuo rincorrersi di chitarra e voce, quei testi surreali e demenzialmente intelligenti (???). Ma non solo. Si aprono anche a soluzioni (post) rock di ultima generazione, senza mai mostrare una precisa linea di demarcazione ma anzi, mischiando talmente bene le carte da riuscire a creare un proprio marchio di fabbrica. Chi sosteneva che i Marta sui Tubi erano the (italian) next big thing non s'era sbilanciato di molto.

Brychan, invece, ormai in Italia, e a Roma, è di casa. Dopo aver infestato per anni il Big Mama, torna al Circolo per la seconda volta. La sua prima veloce comparsa risale come supporter al recente concerto, strapienissimo, di Cristina Donà.

Per chi non lo conoscesse, Brychan è un altro che il palco la fa sparire con la sola presenza scenica. Quando poi apre bocca, sia per cantare che per dialogare con il pubblico, fa sparire anche le persone. Il set è una sequenza inarrestabile di proiettili ad alto contenuto elettrico. Ma non ancora elettronico. Perché si, nonostante l'ultimo lavoro del chitarrista, Reel In Between, si avvalga di un tappeto pressoché costante di elettronica, mai invadente e ben calibrata, nel concerto, di questa elettronica, non c'è traccia. Non ancora, come vango a sapere più tardi dal tour manager. Ah meraviglia… nuove sorprese ci attendono dunque!

Nel frattempo, sfrondate dai ritmi digitali, "Diamonds", "Reelin'", "Desert Flower", "The Wasp" scorrono potenti e corpose, Brychan strapazza la chitarra, "la sua bambina", come la chiama lui, cavandone fuori ritmi funkeggianti, schegge blues imbastardite col jazz, dilaniando "The Push", stemperandosi in "Love You" in un continua alternanza di sussurri e grida. Brychan gioca con un estensione vocale praticamente infinita, ragion per cui chiunque ci trova dentro quello che vuole. Quando ci si finirà di accapigliarsi, verrà fuori una semplice verità: Brychan ha una voce che ricorda solo quella di Brychan. Pace fatta.

E il pubblico apprezza. Molto. Applaude entusiasta e rinuncia al cicaleccio da comare, elemento disturbatore in cima alla lista delle sgradevolezze che si possa fare ad un artista e al suo pubblico. L'ora abbondante di concerto si chiude con una "Bad Pink Vibe" dal suono "con le palle quadrate", come chiede il chitarrista al fonico. Niente bis. Ma va benissimo anche così. Finisco di assistere al concerto stremato dalla tensione manco ci fossi stato io su quel palco. E mi strofino le mani pensando a quando, finalmente, sul palco ci sarà qualcuno a manovrare un campionatore…

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