Domanda: cos'hanno in comune i siciliani
Marta sui Tubi, definiti da più parti una
delle più belle ed originali realtà
dell'indie rock italiano, ed il cantante/chitarrista
gallese Brychan?
Risposta: a parte qualche vocale e consonante, niente.
Considerazione: eppure
eppure la geografia ed il caso, quando decidono
che si, è tempo di combinarne qualcuna, incrociano
ed annodano le strade dal Galles e dalla Sicilia
in un unico punto. Uno per modo di dire, perchè
Marta sui Tubi e Brychan s'incontrano e si conoscono
nel novembre scorso in una serata della rassegna
"Acusticamente", si ritrovano al MEI,
si giurano amore finchè dura, e si presentano
mano nella mano in due sole date italiane, quella
al Circolo la seconda.
In verità, la geografia ed il caso hanno
semplicemente fatto incontrare personaggi dall'umorismo
spontaneo ed intelligente. Marta lo infila nelle
canzoni, Brychan ci condisce le sue esibizioni.
Potrebbero portare avanti una serata Zelig da soli.
E in effetti, durante l'infuocato set dei Marta,
mentre cercavo di ricostruire l'albero genealogico
del gruppo, mi sono venuti in mente, illuminanti,
i Cavalli Marci. Qualcuno se li ricorda? Era un
combo di dieci elementi, variabilmente disturbati,
ospiti di Ciro, programma cult di Italia Uno.
I Marta sui Tubi recuperano quel linguaggio musicale
frenetico e rocambolesco, quel continuo rincorrersi
di chitarra e voce, quei testi surreali e demenzialmente
intelligenti (???). Ma non solo. Si aprono anche
a soluzioni (post) rock di ultima generazione, senza
mai mostrare una precisa linea di demarcazione ma
anzi, mischiando talmente bene le carte da riuscire
a creare un proprio marchio di fabbrica. Chi sosteneva
che i Marta sui Tubi erano the (italian) next big
thing non s'era sbilanciato di molto.
Brychan, invece, ormai in Italia, e a Roma, è
di casa. Dopo aver infestato per anni il Big Mama,
torna al Circolo per la seconda volta. La sua prima
veloce comparsa risale come supporter al recente
concerto, strapienissimo, di Cristina Donà.
Per chi non lo conoscesse, Brychan è un altro
che il palco la fa sparire con la sola presenza
scenica. Quando poi apre bocca, sia per cantare
che per dialogare con il pubblico, fa sparire anche
le persone. Il set è una sequenza inarrestabile
di proiettili ad alto contenuto elettrico. Ma non
ancora elettronico. Perché si, nonostante
l'ultimo lavoro del chitarrista, Reel In Between,
si avvalga di un tappeto pressoché costante
di elettronica, mai invadente e ben calibrata, nel
concerto, di questa elettronica, non c'è
traccia. Non ancora, come vango a sapere più
tardi dal tour manager. Ah meraviglia
nuove
sorprese ci attendono dunque!
Nel frattempo, sfrondate dai ritmi digitali, "Diamonds",
"Reelin'", "Desert Flower",
"The Wasp" scorrono potenti e corpose,
Brychan strapazza la chitarra, "la sua bambina",
come la chiama lui, cavandone fuori ritmi funkeggianti,
schegge blues imbastardite col jazz, dilaniando
"The Push", stemperandosi in "Love
You" in un continua alternanza di sussurri
e grida. Brychan gioca con un estensione vocale
praticamente infinita, ragion per cui chiunque ci
trova dentro quello che vuole. Quando ci si finirà
di accapigliarsi, verrà fuori una semplice
verità: Brychan ha una voce che ricorda solo
quella di Brychan. Pace fatta.
E il pubblico apprezza. Molto. Applaude entusiasta
e rinuncia al cicaleccio da comare, elemento disturbatore
in cima alla lista delle sgradevolezze che si possa
fare ad un artista e al suo pubblico. L'ora abbondante
di concerto si chiude con una "Bad Pink Vibe"
dal suono "con le palle quadrate", come
chiede il chitarrista al fonico. Niente bis. Ma
va benissimo anche così. Finisco di assistere
al concerto stremato dalla tensione manco ci fossi
stato io su quel palco. E mi strofino le mani pensando
a quando, finalmente, sul palco ci sarà qualcuno
a manovrare un campionatore
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