Primi bisticci da innamorati: l’Italia
ed i Cranes non si capiscono più. Questo
l’antefatto: dal sito ufficiale del gruppo,
le quattro date italiane previste per la fine di
maggio vengono periodicamente depennate ad una ad
una, e a fine giro di walzer, l’highlander
rimane la sola data romana, neanche questa immune
da rimaneggiamenti: slitta dal 27 al 28, passando
dal confortevole Circolo degli Artisti al claustrofobico
Black Out. Giornali e radio pubblicizzano l’evento
in base al vecchio comunicato, Trovaroma smentisce
Musica (mancavano solo i bisticci tra cugini), ed
il minuetto rischia di disorientare il pubblico
e spopolare il locale.
Quando arrivo, trovo il Black Out scarsamente abitato.
E’ già sul palco il gruppo spalla,
italiano di dove non lo so e del quale non riesco
a sapere il nome, ma che di nomi ne potrebbero avere
quattrocentosedici: tutti quelli della vecchia scena
dark, o riassumendoli con uno attuale, gli Interpol.
Nel frattempo, richiamato dall’oltretomba,
il popolo in nero (uh, ma che palle…) comincia
a compattarsi, e l’ingresso dei Cranes trova
alla fine una platea felicemente assiepata. Mancava
solo lo sgarbo di Roma e ci giocavamo la band.
Alison, prendisole rosso e capelli a cascata, sorride
timida. L’inizio è affidato ad Everywhere,
subito accolta con acceso entusiasmo dal pubblico.
Il suono però è impastato e confuso,
quasi fossimo capitati nel mezzo del Carnevale di
Viareggio infilato nel distorsore. La voce, già
di per se eterea e sospirata, fatica ad uscire da
quel pasticcio. Loved soffre dello stesso
male, e nella successiva Shining Road mi
viene in sospetto che Alison abbia lasciato le corde
vocali in albergo. Mentre mi sale un molesto senso
di delusione, mi ritrovo pure circondato da un manipolo
di ragazzetti con mezza ferramenta conficcata in
faccia che rumoreggia e fà commenti idioti
sul batterista.
Mi viene voglia di sparare a qualcuno.
I successivi due brani vengono dal nuovo cd fresco
di stampa, Particles & Waves,
già in vendita al banchetto del merchandise,
ma da noi in uscita ufficiale a giugno. A giudicare
da questi e dagli altri tre brani estratti dall’ultimo
lavoro, dei quali per ovvie ragioni non conosco
i titoli, e non me ne vogliate, i Cranes non sembrano
essersi discostati da certe sonorità subacquee
sperimentate già in Future Songs
(Submarine, non a caso, Fragile,
Flute Song). L’acqua ed il cielo,
ed i rispettivi elementi, sono luoghi ricorrenti
nella produzione Cranes: Cloudless, proposta
come brano iniziale del primo bis, o Sunrise,
eseguita subito dopo, per citare quelli presentati
in concerto, ma vengono in mente anche cose come
Watersong, Pale Blue Sky, Breeze,
Underwater, Sun & Sky, Shine
Like Stars, At Sea, Beach Mover.
Non sarà un caso che l’ultimo disco
sia stato intitolato proprio Particles &
Waves e presenti in copertina un desolato paesaggio
marino.
Dopo gli inediti è la volta di Future
Song e Flute Song, dove il suono è
finalmente rettificato ed anche la voce di Alison
esce fuori decisa ma in perenne, dolce sospensione
tra cielo ed acqua. Anche il pubblico, per lo meno
quello che mi circonda, ha abbandonato il fastidioso
ronzio di sottofondo, preso dall’ascolto dei
nuovi brani che la band esegue senza citarne i titoli.
Jewel, sempre immancabilmente commovente,
perfetta pop song tanto quanto Just Like Heaven
dei Cure (e non a caso in Forever Remix
ci ha messo mani proprio Robert Smith) accende gli
animi, e la successiva Far Away, meravigliosamente
malinconica, provoca un boato generale. Chiude il
primo set una Lilies che Alison canta ogni
volta con rabbia differente. Potrebbero far uscire
un quadruplo cd raccogliendo solamente tutte le
versioni live del brano.
Dopo una breve pausa, i cinque ricompaiono per
il primo bis: Cloudless, Sunrise,
delicata e nostalgica, e la potentissima Adrift,
seconda licenza di furore concessa in un concerto
poggiato tutto sulle rarefazioni e le atmosfere
oceaniche. Alison si congeda dal pubblico con un
sussurrato grazie mille, ma dopo neanche un minuto
è di nuovo sul palco per l’ultima tripletta:
l’ipnotica E.G.Shining, bellissimo
brano strappato alla triste sorte delle b-side,
immortalato anche in Live In Italy,
poi da quello che Alison fa scegliere al pubblico,
Adoration, altra colonna portante del gruppo,
nonostante da più parti le si gridi: Starblood!
Starblood! Un veloce consulto tra i musicisti
decide per i saluti finali, che non potevano non
essere affidati che a Paris & Rome,
accolta con cuore gonfio di gioia e commozione.
La band smette gli strumenti e saluta soddisfatta,
mentre Alison ringrazia il pubblico per essere intervenuto
e per la sempre calda accoglienza. Nonostante siano
ormai in camerino, si spera ancora in quella Starblood
conficcata nel centro del piacere negato. Niente
da fare. La comparsa del dj dietro i piatti mette
la parola fine ad un concerto destinato sulla carta
ad un mezzo fiasco, ma che nei fatti si è
riscattato con un evento non proprio pirotecnico,
ma di appagante piacere.
Nell’attesa di una prossima visita, sarebbe
un peccato non farsi trovare in costume da bagno…
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