Sabato la storia è passata
da Torino. Ha riempito una pagina bianca, qualcosa
che ancora mancava, ha sottolineato l’importanza
del rock’n’roll. Cinquantamila presenze
a voler testimoniare l’evento, chi non c’era
ha perso un’occasione (forse l’ultima)
di vedere una leggenda in carne ed ossa: signore
e signori, THE STOOGES sono stati in città,
indelebile rimarrà il ricordo delle movenze
d’una “Iguana” che ha stregato,
che ha commosso nel proporre le gemme che il punk
riconoscerà solo un decennio dopo il loro
concepimento.
Il pubblico è “variopinto”, le
sottoculture si incrociano, convivono un’emozione
comune, si sposano in una chiazza umana tipica dei
grandi avvenimenti. All’ingresso viene distribuito
persino un piccolo feticcio d’un paio di paginette,
edito da un circolo culturale: si tratta de “I
versi dell’Iguana”, simpatica raccolta
di “salmi” degli Stooges, da “Dirt”
a “T.V. Eye” con tanto di “ecclesiastiche”
didascalie per salmodiare correttamente!
C’è aria d’attesa, nell’arena
del parco Carrara “La Pellerina”, già
nel tardo pomeriggio, quando, entrati nella location,
solo uno sparuto gruppo di fans giace sotto al palco,
gambe incrociate, sigarette accese, discussioni
aperte. Ma qualche ora più tardi, lo stage
sarà pieno di gente sudata, vogliosa di sentire
l’elettricità che solo un mito sa emanare.
E così, si fanno le 22 e trenta e, dopo il
puntuale ed estenuante soundcheck, gli Stooges irrompono
sul palco: i fratelli Asheton, l’ inossidabile
Mike Watt e Iggy Pop, attaccano una “Loose”
dai bollenti spiriti, compatta, pesante ma ballabile
allo stesso tempo. I volumi sono alti, specie quelli
della sezione ritmica, la gente sotto il palco va
in estasi sulle movenze goffe eppure assurdamente
rock’n’roll di Mr. James Jewel Osterberg,
che si affaccia verso la folla, pronuncia con veemenza
i suoi “Fuckin’”, “Mothafucka”
e quant’altro riesca a scuotere l’irruenza
punk’n’roll che lo anima dalla testa
ai piedi. Vederlo salire sopra gli amplificatori
e ivi mimare un amplesso è qualcosa che sta
oltre un semplice concerto rock. E’ l’apparizione,
del Rock. “Down on the street” è
granitica e viva come lo era agli esordi, mentre
“1969” esalta la folla oceanica, che
canta a squarciagola i “versi del Messia”.
E’ la volta di “I Wanna be your dog”,
sì da scatenare il claustrofobico pogo, ed
ecco improvvisamente sbucare dal lato del palco
uno, due, cinque, no: dodici, e poi fino ad una
ventina di fans che prendono Iggy, lo abbracciano,
quasi lo stritolano, lui per poco non cade, la security
interviene ma pare non curarsi troppo della bolgia
che si è scatenata.
It’s fuckin’ rock’n’roll.
Da sotto il palco si esulta per questa orgiastica
impresa di pochi fortunati, che son così
riusciti a condividere la scena con una leggenda.
Il tempo di riportare tutto all’ordine (anche
se non pare proprio la parola adatta al contesto)
e via con altri classici, da “TV Eye”
all’incendiaria “Fun house”. C’è
anche spazio per un uno-due da “Skull ring”
(“Skull ring” “Dead rockstar”,
e “Electric chair” a concludere prima
del bis) che esibiscono una potenza sonora ai vertici,
poi è tempo di bis, dove viene anche riproposta
“I wanna be your dog” e in effetti il
pubblico sembra non averne mai abbastanza: salta,
si sbraita proprio come Iggy e il suo fare istrionico,
l’irriverente iguana che tenta di appendersi
ai tralicci laterali del palco, che incita le prime
fila a consumare quel “rito” a nome
di “rock’n’roll”.
In sostanza una serata da ricordare e da narrare
ai posteri, a chi non c’era, a chi leggerà,
nel “grande libro della Storia del rock”,
di questa unica data torinese degli Stooges. La
storia è passata di qua, l’orgoglio
di averla vista calcare il palco è veramente
incalcolabile. Grazie Iggy, grazie agli Stooges.
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