La prima delle due giornate dell’Independent
Days presenta un cast di notevole qualità,
supportato (o ostacolato?) da una giornata calda,
-caldissima nelle ore di punta- e soleggiata, un
dato, questo, che spesso risulta importante per
la riuscita di eventi all’aperto. Purtroppo
questa prima sortita del Festival (che continuerà
il giorno seguente) sarà penalizzata da alcune
defezioni –importantissime- dell’ultim’ora,
ma tutto sommato a fine giornata ci sarà
da esserne soddisfatti, insomma: un po’ per
tutti i gusti.
Ed è “con il sole in faccia”
che i Julie’s Haircut scaldano
il primo migliaio di persone, accorso verso le 13
e 45 all’interno dell’Arena parco Nord
di Bologna. I Julie’s Haircut presentano un
set deciso e senza sbavature, buono il missaggio
in cabina di regia benché si tratti dei primi
tentativi della giornata (in verità spesso
fallimentari) da parte dei tecnici, alla ricerca
del soundcheck perfetto. Il pop sghembo e illuminato
dei nostri “pavement italiani” è
sempre più rodato, il loro parco strumenti
è molto apprezzabile e i pezzi (tra cui le
onnipresenti “Electric 80” e “Marmalade”,
o ancora l’irriverente “Everyone need
someone to fuck”) evidenziano una forma del
gruppo invidiabile.
Verso le 15.30 l’Arena inizia a riempirsi
in maniera più consistente: l’interesse
generale è per i Blueskins,
un gruppo inglesissimo anagraficamente, ma americano
nel cuore pulsante della loro musica, poiché
la loro –sincerissima- proposta è un
indie garage blues potente, solido e ritmato secondo
canoni ormai ben noti. C’è da dire
che, nonostante la corposità dei suoni (molto
saturi, senza contare una più che discreta
e affiatata sezione ritmica) e la scioltezza con
cui vengono eseguite le pur ottime canzoni, la presenza
scenica è poco incisiva, ed è un peccato,
specie in situazioni come i Festivals dove farsi
conoscere è quasi una regola. La loro mezz’ora
abbondante di set però fa muovere il piedino
e assiepare molta della gente che prima d’ora
avevano pensato di cercarsi un posto nell’esigua
ombra presente nella location. Piacevole l’aneddoto
che vede uno sparuto gruppo di persone cantare a
squarciagola il loro (ottimo) singolo, “Change
my mind”, segno che i Blueskins hanno già
uno zoccolo duro di fans su cui contare, anche qui
in Italia.
I Color of Fire sono una incognita
ai più: salgono sul palco nella curiosità
generale, e dai primi minuti si capisce che la loro
musica è qualcosa che fa della potenza un
carattere fondamentale. Anch’essi provenienti
dal “magico mondo UK” (precisamente
da York), la loro prova sul palco è diretta,
con pochissime sbavature e con alcuni momenti davvero
intriganti: complice forse la somiglianza del cantante
Owen Richards con un certo Matt Bellamy, se non
altro nei gesti, nel modo di tenere il palco e via
dicendo che non fisicamente. Un emo-core potente,
con accelerazioni improvvise e melodie che sanno
fare breccia al primo colpo. Certo, poche escursioni
in territori sonori tendenti alla sperimentazione:
si va sul sicuro, riffs potenti e precisi intinti
nelle melodie, e il pubblico risponde abbastanza
divertito e soddisfatto. E’ bene dire che
i Color of Fire hanno dunque avuto il merito di
fare entrare la giornata concertistica nel vivo,
poiché il live set da loro proposto ha coinciso
con l’ingresso della sequela dei “grandi
nomi” presenti in cartellone.
Salgono sul palco, verso le 17.30, i Mondo
Generator di Nick Olivieri: la gente è
reattiva più che mai, sa che sul palco c’è
l’ex bassista dei Queen of the Stone Age,
l’adrenalina sale: il bassista più
(auto)distruttivo della scena rock esalta l’espressione
più cruda del suo personale progetto, un
Heavy blues scarno ed essenziale, robusto, ma che
sia in studio che (soprattutto) dal vivo fa emergere
a lungo andare una scrittura dei brani troppo approssimativa
e reiterata. Detto ciò il pubblico rimane
molto soddisfatto, specie i fans più accaniti,
(qualcuno un po’ nostalgico del periodo Queens
of the Stone Age). Quasi un’ora di set in
cui Nick e la sua band sfoderano potenza sonora
schiantandola in faccia alle migliaia di presenti
(alcuni addirittura in vero e proprio delirio):
molti i brani estrapolati da “A drug problem
that never existed” datato 2003. Le sue doti
vocali danno all’esibizione un tocco vagamente
monocorde, ma tant’è, la gente interpreta
con un più che classico “that’s
only rock’n’roll”. La performance
dei Mondo Generator si chiude però in bellezza
ed intensità, grazie ad un ospite d’eccezione,
Mark Lanegan, che duetta con il
succitato Olivieri in due canzoni evocative del
passato militante di entrambi, nella band di Josh
Homme: “Auto Pilot” e anche i Mondo
Generator si congedano, tra gli applausi scroscianti
delle persone che invocano subito Mark Lanegan,
dopo averne avuto un assaggio.
La sua band è forse quella che ha incantato
di più, almeno nella scaletta pomeridiana.
E benché l’orario non proprio consono
alla fumosità claustrofobica della musica
di Lanegan, tutto procede per il meglio: ai cori
la sua ex moglie Wendy Rae Fowler , la fioca luce
del tardo pomeriggio non inquina la splendida atmosfera
che si viene a creare quando l’ombroso Mark
intona i suoi classici nonché i nuovi pezzi
presenti nel tanto atteso “Bubblegum”:
“Hit the city” è già quasi
un inno, ma a compimento della pressoché
perfetta scaletta (contenente molte sue perle del
passato, come “One way street”) ecco
salire sul palco Nick Olivieri, a ricambiare il
favore: con la Mark Lanegan Band intona i cori di
“Metanphetamine blues”. Il Pathos sale
ai vertici.
Siamo entrati nel vivo della serata, i tecnici luci
iniziano a lavorare sul serio, complice il buio
che s’appresta a scendere copioso. Nell’aria
c’è l’attesa per gli headliners
dell’evento, ma prima i Libertines:
che dire, performance ineccepibile, soprattutto
per quanto concerne la sezione ritmica, un vero
portento, ma mancava qualcuno: Pete Doherty, e l’assenza
ha pesato, eccome. Eppure i brani del nuovo disco
suonano ancora meglio live –complice un missaggio
finalmente adeguato?- , ma l’istrionismo d’un
Pete doherty avrebbe dato quella marcia in più
che invece non c’è stata. L’acclamato
“Up the bracket” ha fatto il suo “sporco
lavoro”, Barat s’è destreggiato
per dissimulare una assenza che era sotto gli occhi
di tutti, sicchè le migliaia di persone presenti
(si vocifera un numero non maggiore di dodicimila)
al termine del set si sono semplicemente chiesti
cosa sarebbe potuto essere con un personaggio fondamentale
come Pete Doherty, forse l’unico vero “maledetto”
del rock ancora in circolazione.
Dopo un soundcheck a dire il vero un po’ troppo
estenuante, ecco la “meraviglia” della
prima giornata Independent Days: Franz
Ferdinand. Un boato li accoglie,
moltissimi accorsi a Bologna solo per loro, e dalle
prime note di “cheating on you” ne deriva
la consapevolezza che i ragazzi di Glasgow siano
dei veri e propri fenomeni. Perfezione nelle esecuzioni,
grinta e groove da disco anni settanta. Il loro
glamour nel proporsi coinvolge, istiga al movimento
forsennato (quello intrapreso dai coreografici balletti
del chitarrista), ma quello che li consacra e li
eleva da tutti è quel pizzico di autoironia
che non sfocia in grottesco, tutt’altro. E
soprattutto, il rock spigoloso dei rimandi new wave,
da “Take me out” a “Tell Her Tonight”,
all’immensa “Jacqueline” fino
a “Darts of pleasure” (che chiude il
bis) ci riporta indietro nel tempo ma ci ricorda
che questo favoloso gruppo è il presente,
e il futuro, ora più che mai. Futuro che
si è intravisto in una manciata di pezzi
nuovi, assai gradevoli e di grande impatto. Una
conferma, una piacevolissima conferma: i Franz Ferdinand
sono una discoteca funk-punk di inesorabile efficacia.
Sudore, intrattenimento, ammiccamenti si dividono
il palco con alta professionalità e concretezza.
Il divertimento come essenza della musica.
Siamo al termine, il “dulcis in fundo”
della prima giornata spetta ai Sonic Youth.
In verità i corpi delle persone sono ancora
in preda dell’adrenalinica scossa vibrante
che i Franz Ferdinand hanno propinato per un’ora
e un quarto (eseguendo praticamente tutto il loro
disco di debutto), sicchè l’attesa/soundcheck
per la gioventù sonica è un benvenuto
rifocillarsi per tutti. Eccoli, tra i primi ad entrare
Jim O’rourke, mentre la “farfalla ubriacante”
Kim Gordon si fa attendere, per poi palesarsi in
un abito favoloso, turchese e semi trasparente:
è l’icona della femminilità
indipendente, non c’è dubbio. Proprio
lei s’appresta ad inaugurare quell’ora
e mezza piena di distorsioni sature, code strumentali
di dissonante e sublime piacere, e soprattutto brani
nuovi di zecca dal loro “Sonic nurse”.
Questa è stata forse l’unica pecca,
una setlist che troppo poco spazio ha dato ai classici
(tra i quali “Teenage riot” e “Drunken
butterfly”) ma c’è da ammettere
che la perfezione sonora dei cinque rasenta quasi
l’inaudito. Sono ancora i migliori, così
inafferrabili nel mito da percepirli quasi troppo
accademici. Ma loro hanno scritto un’era,
e la dimensione live che riescono a reinventare
ogni volta in scioltezza li pone su un piano da
elevare a modello. Sinceri, come sempre. E in più,
una carica aggressivo-frenetica (quasi schizoide)
che sfocia in un “balletto sonico” di
Kim Gordon, a fine concerto.
Così finisce tutto. La gente sfolla dal parco
(in verità ridotto a discarica: non erano
presenti cassonetti), emozionata ancora un poco,
appagata senz’altro, nonostante la stanchezza
nei volti. Una bella giornata, che non ha visto
picchi di perfezione ma che ha goduto di presenze
musicali decisamente all’altezza, merito un
cast d’eccezione che se solo non avesse subìto
defezioni imprescindibili, avrebbe di certo spodestato
altri rinomati Festivals nostrani e, perché
no, anche stranieri. Ma tutto è andato per
il verso giusto, il rock ha fatto la parte del leone,
il rock ancora una volta ci ha salvati.
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