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INDEPENDENT DAYS FESTIVAL 2004 ( Day one )
Live @ Arena Parco Nord, Bologna - 04/09/2004

La prima delle due giornate dell’Independent Days presenta un cast di notevole qualità, supportato (o ostacolato?) da una giornata calda, -caldissima nelle ore di punta- e soleggiata, un dato, questo, che spesso risulta importante per la riuscita di eventi all’aperto. Purtroppo questa prima sortita del Festival (che continuerà il giorno seguente) sarà penalizzata da alcune defezioni –importantissime- dell’ultim’ora, ma tutto sommato a fine giornata ci sarà da esserne soddisfatti, insomma: un po’ per tutti i gusti.

Ed è “con il sole in faccia” che i Julie’s Haircut scaldano il primo migliaio di persone, accorso verso le 13 e 45 all’interno dell’Arena parco Nord di Bologna. I Julie’s Haircut presentano un set deciso e senza sbavature, buono il missaggio in cabina di regia benché si tratti dei primi tentativi della giornata (in verità spesso fallimentari) da parte dei tecnici, alla ricerca del soundcheck perfetto. Il pop sghembo e illuminato dei nostri “pavement italiani” è sempre più rodato, il loro parco strumenti è molto apprezzabile e i pezzi (tra cui le onnipresenti “Electric 80” e “Marmalade”, o ancora l’irriverente “Everyone need someone to fuck”) evidenziano una forma del gruppo invidiabile.

Verso le 15.30 l’Arena inizia a riempirsi in maniera più consistente: l’interesse generale è per i Blueskins, un gruppo inglesissimo anagraficamente, ma americano nel cuore pulsante della loro musica, poiché la loro –sincerissima- proposta è un indie garage blues potente, solido e ritmato secondo canoni ormai ben noti. C’è da dire che, nonostante la corposità dei suoni (molto saturi, senza contare una più che discreta e affiatata sezione ritmica) e la scioltezza con cui vengono eseguite le pur ottime canzoni, la presenza scenica è poco incisiva, ed è un peccato, specie in situazioni come i Festivals dove farsi conoscere è quasi una regola. La loro mezz’ora abbondante di set però fa muovere il piedino e assiepare molta della gente che prima d’ora avevano pensato di cercarsi un posto nell’esigua ombra presente nella location. Piacevole l’aneddoto che vede uno sparuto gruppo di persone cantare a squarciagola il loro (ottimo) singolo, “Change my mind”, segno che i Blueskins hanno già uno zoccolo duro di fans su cui contare, anche qui in Italia.

I Color of Fire sono una incognita ai più: salgono sul palco nella curiosità generale, e dai primi minuti si capisce che la loro musica è qualcosa che fa della potenza un carattere fondamentale. Anch’essi provenienti dal “magico mondo UK” (precisamente da York), la loro prova sul palco è diretta, con pochissime sbavature e con alcuni momenti davvero intriganti: complice forse la somiglianza del cantante Owen Richards con un certo Matt Bellamy, se non altro nei gesti, nel modo di tenere il palco e via dicendo che non fisicamente. Un emo-core potente, con accelerazioni improvvise e melodie che sanno fare breccia al primo colpo. Certo, poche escursioni in territori sonori tendenti alla sperimentazione: si va sul sicuro, riffs potenti e precisi intinti nelle melodie, e il pubblico risponde abbastanza divertito e soddisfatto. E’ bene dire che i Color of Fire hanno dunque avuto il merito di fare entrare la giornata concertistica nel vivo, poiché il live set da loro proposto ha coinciso con l’ingresso della sequela dei “grandi nomi” presenti in cartellone.

Salgono sul palco, verso le 17.30, i Mondo Generator di Nick Olivieri: la gente è reattiva più che mai, sa che sul palco c’è l’ex bassista dei Queen of the Stone Age, l’adrenalina sale: il bassista più (auto)distruttivo della scena rock esalta l’espressione più cruda del suo personale progetto, un Heavy blues scarno ed essenziale, robusto, ma che sia in studio che (soprattutto) dal vivo fa emergere a lungo andare una scrittura dei brani troppo approssimativa e reiterata. Detto ciò il pubblico rimane molto soddisfatto, specie i fans più accaniti, (qualcuno un po’ nostalgico del periodo Queens of the Stone Age). Quasi un’ora di set in cui Nick e la sua band sfoderano potenza sonora schiantandola in faccia alle migliaia di presenti (alcuni addirittura in vero e proprio delirio): molti i brani estrapolati da “A drug problem that never existed” datato 2003. Le sue doti vocali danno all’esibizione un tocco vagamente monocorde, ma tant’è, la gente interpreta con un più che classico “that’s only rock’n’roll”. La performance dei Mondo Generator si chiude però in bellezza ed intensità, grazie ad un ospite d’eccezione, Mark Lanegan, che duetta con il succitato Olivieri in due canzoni evocative del passato militante di entrambi, nella band di Josh Homme: “Auto Pilot” e anche i Mondo Generator si congedano, tra gli applausi scroscianti delle persone che invocano subito Mark Lanegan, dopo averne avuto un assaggio.

La sua band è forse quella che ha incantato di più, almeno nella scaletta pomeridiana. E benché l’orario non proprio consono alla fumosità claustrofobica della musica di Lanegan, tutto procede per il meglio: ai cori la sua ex moglie Wendy Rae Fowler , la fioca luce del tardo pomeriggio non inquina la splendida atmosfera che si viene a creare quando l’ombroso Mark intona i suoi classici nonché i nuovi pezzi presenti nel tanto atteso “Bubblegum”: “Hit the city” è già quasi un inno, ma a compimento della pressoché perfetta scaletta (contenente molte sue perle del passato, come “One way street”) ecco salire sul palco Nick Olivieri, a ricambiare il favore: con la Mark Lanegan Band intona i cori di “Metanphetamine blues”. Il Pathos sale ai vertici.

Siamo entrati nel vivo della serata, i tecnici luci iniziano a lavorare sul serio, complice il buio che s’appresta a scendere copioso. Nell’aria c’è l’attesa per gli headliners dell’evento, ma prima i Libertines: che dire, performance ineccepibile, soprattutto per quanto concerne la sezione ritmica, un vero portento, ma mancava qualcuno: Pete Doherty, e l’assenza ha pesato, eccome. Eppure i brani del nuovo disco suonano ancora meglio live –complice un missaggio finalmente adeguato?- , ma l’istrionismo d’un Pete doherty avrebbe dato quella marcia in più che invece non c’è stata. L’acclamato “Up the bracket” ha fatto il suo “sporco lavoro”, Barat s’è destreggiato per dissimulare una assenza che era sotto gli occhi di tutti, sicchè le migliaia di persone presenti (si vocifera un numero non maggiore di dodicimila) al termine del set si sono semplicemente chiesti cosa sarebbe potuto essere con un personaggio fondamentale come Pete Doherty, forse l’unico vero “maledetto” del rock ancora in circolazione.

Dopo un soundcheck a dire il vero un po’ troppo estenuante, ecco la “meraviglia” della prima giornata Independent Days: Franz Ferdinand. Un boato li accoglie, moltissimi accorsi a Bologna solo per loro, e dalle prime note di “cheating on you” ne deriva la consapevolezza che i ragazzi di Glasgow siano dei veri e propri fenomeni. Perfezione nelle esecuzioni, grinta e groove da disco anni settanta. Il loro glamour nel proporsi coinvolge, istiga al movimento forsennato (quello intrapreso dai coreografici balletti del chitarrista), ma quello che li consacra e li eleva da tutti è quel pizzico di autoironia che non sfocia in grottesco, tutt’altro. E soprattutto, il rock spigoloso dei rimandi new wave, da “Take me out” a “Tell Her Tonight”, all’immensa “Jacqueline” fino a “Darts of pleasure” (che chiude il bis) ci riporta indietro nel tempo ma ci ricorda che questo favoloso gruppo è il presente, e il futuro, ora più che mai. Futuro che si è intravisto in una manciata di pezzi nuovi, assai gradevoli e di grande impatto. Una conferma, una piacevolissima conferma: i Franz Ferdinand sono una discoteca funk-punk di inesorabile efficacia. Sudore, intrattenimento, ammiccamenti si dividono il palco con alta professionalità e concretezza. Il divertimento come essenza della musica.

Siamo al termine, il “dulcis in fundo” della prima giornata spetta ai Sonic Youth. In verità i corpi delle persone sono ancora in preda dell’adrenalinica scossa vibrante che i Franz Ferdinand hanno propinato per un’ora e un quarto (eseguendo praticamente tutto il loro disco di debutto), sicchè l’attesa/soundcheck per la gioventù sonica è un benvenuto rifocillarsi per tutti. Eccoli, tra i primi ad entrare Jim O’rourke, mentre la “farfalla ubriacante” Kim Gordon si fa attendere, per poi palesarsi in un abito favoloso, turchese e semi trasparente: è l’icona della femminilità indipendente, non c’è dubbio. Proprio lei s’appresta ad inaugurare quell’ora e mezza piena di distorsioni sature, code strumentali di dissonante e sublime piacere, e soprattutto brani nuovi di zecca dal loro “Sonic nurse”. Questa è stata forse l’unica pecca, una setlist che troppo poco spazio ha dato ai classici (tra i quali “Teenage riot” e “Drunken butterfly”) ma c’è da ammettere che la perfezione sonora dei cinque rasenta quasi l’inaudito. Sono ancora i migliori, così inafferrabili nel mito da percepirli quasi troppo accademici. Ma loro hanno scritto un’era, e la dimensione live che riescono a reinventare ogni volta in scioltezza li pone su un piano da elevare a modello. Sinceri, come sempre. E in più, una carica aggressivo-frenetica (quasi schizoide) che sfocia in un “balletto sonico” di Kim Gordon, a fine concerto.

Così finisce tutto. La gente sfolla dal parco (in verità ridotto a discarica: non erano presenti cassonetti), emozionata ancora un poco, appagata senz’altro, nonostante la stanchezza nei volti. Una bella giornata, che non ha visto picchi di perfezione ma che ha goduto di presenze musicali decisamente all’altezza, merito un cast d’eccezione che se solo non avesse subìto defezioni imprescindibili, avrebbe di certo spodestato altri rinomati Festivals nostrani e, perché no, anche stranieri. Ma tutto è andato per il verso giusto, il rock ha fatto la parte del leone, il rock ancora una volta ci ha salvati.

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