| Il pubblico romano comincia davvero
a stupirmi. Dopo averlo ferocemente criticato in passato
per la latitanza ed il disinteresse mostrato verso
gli artisti di passaggio nella capitale, oggi, lo
ammetto, mi sorprende per il gran numero di persone
che accorre agli eventi anche di media portata. Insomma,
trovando affollato un locale per gli Xiu Xiu, i Lali
Puna o i Múm, la domanda viene da sé:
ma allora qualcosa sta cambiando? Cos’è
che aveva intorpidito il pubblico romano?
Con simili premesse, viene anche da perdonare l’invasione
barbarica che poco tempo fa si è abbattuta
su Roma ed ha preso d’assedio il Campo Boario,
trasformando l’atteso live degli Einstürzende
Neubauten in una sagra paesana. Se questa è
la voglia di novità, ben venga, certo, ma
con intelligenza e discernimento. E soprattutto
con rispetto da parte degli organizzatori.
Quello dei Kraftwerk, però, non era un concerto
atteso dai soli romani, ma dall’Universo intero.
Quasi a premiare la svolta del letargico pubblico
capitolino, il quartetto di Düsseldorf vince
la propria pigrizia e torna a calcare le scene dopo
un’assenza di tredici anni. Un avvenimento
che non è peccato mortale definire storico,
e che la sera del 17 maggio richiama gente da mezza
Italia e riempie il Gran Teatro di Roma con rappresentanze
di ogni età e fede. Certamente almeno uno
di loro si è detto ubriaco d’entusiasmo:
io c’ero! Quello sono stato io. Dopo i Bauhaus
dal vivo, un altro sogno si avvera. Ora mi rimangono
solo i Dead Can Dance…
Appollaiato sulla mia comoda poltroncina, fila
dodici, numero trentadue, parzialmente scalzato
da una mongolfiera di mezza età dalle brutte
fattezze umane che mi siede vicino, sono tutto un
fremito. E quando la luce si spegne ed il pubblico
esplode in un boato, sono già pronto per
il defibrillatore. La sagoma dei quattro proiettata
sul sipario scatena il delirio, che diventa disordine
all’attacco di The Man Machine. Quando il
sipario si apre sui quattro trincerati dietro i
computer, sento le lacrime salire in superficie.
E con esse, la convinzione di stare assistendo all’evento
del secolo.
Il brano scelto in apertura non è una casualità.
The Man Machine è il manifesto programmatico
del concetto che sottostà alla base del concerto:
l’Uomo relazionato alla Macchina. Per l’ultimo
lavoro, risalente all’estate scorsa, i Kraftwerk
hanno preso a pretesto il Tour De France per estendere
il concetto ad un mezzo che mancava nella loro discografia,
e cioè la bicicletta. Un disco che dal vivo
viene comunque parzialmente saccheggiato: Tour De
France Etape 1, 2, 3, Vitamin, Tour De France, Elektro
Kardiogramm ed il singolo Aéro Dynamik, brani
accompagnati da immagini d’epoca di vecchie
glorie del ciclismo, cascate di capsule e tracciati
cardiaci. La scenografia è spartanissima:
quattro musicisti, quattro postazioni ed altrettanti
computer, un maxischermo, mentre la dinamica è
affidata ai continui giochi di luce e ai filmati
che si susseguono incessantemente alle loro spalle.
I Kraftwerk eseguono impassibili e calcolatori,
tanto che mi viene il dubbio che quello al posto
di Schneider sia un animatronic.
Le Tour De France Soundtrack vengono alternate
ai brani storici, gli immancabili hit che il pubblico
accoglie con entusiasmo da stadio: Autobahn, The
Model, l’unica parentesi slegata dal contesto,
Neon Lights, Radioactivity, introdotta da un preoccupante
comunicato su Sellafield, Trans-Europe Express con
l’immancabile aggiunta Metal On Metal. Penso
che i Kraftwerk abbiano colto l’occasione
per promuovere anche l’album precedente, The
Mix. Insomma, una volta in tour, perché non
approfittare! Dopo una piccola pausa, i nostri ritornano
con una cravatta impreziosita da un led rosso che
ricorda le luci delle piste di atterraggio. Si riparte
con Numbers, Computer World, Home Computer, e da
una Pocket Calculator con ritornello in italiano.
Hütter, sempre più sciolto, azzarda:
schiaccio un pulsante e risponde cazzo! Pubblico
in delirio e Schneider divertito che indica il compagno
come a dire: è un grande! L’ha fatto
davvero! Altra pausa, e all’apertura del sipario,
i nostri non ci sono più. Quattro mezzibusti
meccanizzati, piazzati al loro posto, fanno da coreografia
a The Robots, in un clima di entusiasmo che non
sembra avere limite. Tutto nella musica dei Kraftwerk
è funzionale a creare ritmo: gli ansimi del
ciclista, i clacson ed i motori delle automobili,
le ruote ferrate sulle rotaie e i respingenti dei
vagoni che si scontrano, i bip dei tasti delle calcolatrici
tascabili, gli ingranaggi delle biciclette. Suoni
e rumori ripetuti all’infinito, incastrati
su ritmi sintetici cupi ed ossessivi, quadrati e
perfetti, talmente profondi e corposi da infilarsi
direttamente nello stomaco dello spettatore. Magari
è proprio per testargli lo stato fisico che
la parte finale del concerto si apre con Elektro
Kardiogramm, eseguita dal quartetto inguainato nelle
tute alla Tron, per proseguire con l’ultima
estrazione dal nuovo disco, il singolo Aéro
Dynamik, e chiudere in bellezza con l’unico
rappresentante di Electric Cafe, Boing Boom Tschak
che deraglia immancabilmente in Musique Non Stop.
E come nelle classiche rock band, i quattro si
congedano dal gruppo dopo un assolo al proprio strumento.
Il primo a salutare il pubblico con un inchino è
Schneider, l’unico ad essersi veramente calato
nel ruolo dell’uomo macchina, statico e attento
quasi tutto il concerto avesse gravato sulle sue
spalle. Segue Hilpert, poi Schmitz, anche loro con
un inchino, e per ultimo un Hütter cordiale
che ringrazia in italiano il pubblico.
Proprio sull’ultima sequenza ripetuta all’infinito,
si chiude il sipario su un concerto promosso a pieni
voti ad “evento memorabile”. Mi stacco
a fatica dalla poltrona, sperando in un bis che,
purtroppo, non arriva. Anche così esco soddisfatto
da un Gran Teatro che, mi accorgo solo alla fine
grazie al pubblico non più vincolato alla
poltrona, è gremito come ad una finale di
campionato.
Rimane senza risposta una sola domanda: come diavolo
sia riuscito a lasciare il parcheggio senza rimanere
imbottigliato, infilandomi addirittura in una Roma
misteriosamente deserta.
|