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PLAYLIST:

The Man Machine
Expo 2000
Tour De France Etape 1, 2, 3
Vitamin
Tour De France
Autobahn
The Model
Neon Lights
Radioactivity
Trans-Europe Express
+ Metal On Metal

Numbers
Computer World
Pocket Calculator

The Robots

Elektro Kardiogramm
Aéro Dynamik
Boing Boom Tschak
+ Musique Non Stop

 

 

 

 

 
KRAFTWERK
live @ Gran Teatro, Roma 17.05.04
Il pubblico romano comincia davvero a stupirmi. Dopo averlo ferocemente criticato in passato per la latitanza ed il disinteresse mostrato verso gli artisti di passaggio nella capitale, oggi, lo ammetto, mi sorprende per il gran numero di persone che accorre agli eventi anche di media portata. Insomma, trovando affollato un locale per gli Xiu Xiu, i Lali Puna o i Múm, la domanda viene da sé: ma allora qualcosa sta cambiando? Cos’è che aveva intorpidito il pubblico romano?

Con simili premesse, viene anche da perdonare l’invasione barbarica che poco tempo fa si è abbattuta su Roma ed ha preso d’assedio il Campo Boario, trasformando l’atteso live degli Einstürzende Neubauten in una sagra paesana. Se questa è la voglia di novità, ben venga, certo, ma con intelligenza e discernimento. E soprattutto con rispetto da parte degli organizzatori.

Quello dei Kraftwerk, però, non era un concerto atteso dai soli romani, ma dall’Universo intero. Quasi a premiare la svolta del letargico pubblico capitolino, il quartetto di Düsseldorf vince la propria pigrizia e torna a calcare le scene dopo un’assenza di tredici anni. Un avvenimento che non è peccato mortale definire storico, e che la sera del 17 maggio richiama gente da mezza Italia e riempie il Gran Teatro di Roma con rappresentanze di ogni età e fede. Certamente almeno uno di loro si è detto ubriaco d’entusiasmo: io c’ero! Quello sono stato io. Dopo i Bauhaus dal vivo, un altro sogno si avvera. Ora mi rimangono solo i Dead Can Dance…

Appollaiato sulla mia comoda poltroncina, fila dodici, numero trentadue, parzialmente scalzato da una mongolfiera di mezza età dalle brutte fattezze umane che mi siede vicino, sono tutto un fremito. E quando la luce si spegne ed il pubblico esplode in un boato, sono già pronto per il defibrillatore. La sagoma dei quattro proiettata sul sipario scatena il delirio, che diventa disordine all’attacco di The Man Machine. Quando il sipario si apre sui quattro trincerati dietro i computer, sento le lacrime salire in superficie. E con esse, la convinzione di stare assistendo all’evento del secolo.

Il brano scelto in apertura non è una casualità. The Man Machine è il manifesto programmatico del concetto che sottostà alla base del concerto: l’Uomo relazionato alla Macchina. Per l’ultimo lavoro, risalente all’estate scorsa, i Kraftwerk hanno preso a pretesto il Tour De France per estendere il concetto ad un mezzo che mancava nella loro discografia, e cioè la bicicletta. Un disco che dal vivo viene comunque parzialmente saccheggiato: Tour De France Etape 1, 2, 3, Vitamin, Tour De France, Elektro Kardiogramm ed il singolo Aéro Dynamik, brani accompagnati da immagini d’epoca di vecchie glorie del ciclismo, cascate di capsule e tracciati cardiaci. La scenografia è spartanissima: quattro musicisti, quattro postazioni ed altrettanti computer, un maxischermo, mentre la dinamica è affidata ai continui giochi di luce e ai filmati che si susseguono incessantemente alle loro spalle. I Kraftwerk eseguono impassibili e calcolatori, tanto che mi viene il dubbio che quello al posto di Schneider sia un animatronic.

Le Tour De France Soundtrack vengono alternate ai brani storici, gli immancabili hit che il pubblico accoglie con entusiasmo da stadio: Autobahn, The Model, l’unica parentesi slegata dal contesto, Neon Lights, Radioactivity, introdotta da un preoccupante comunicato su Sellafield, Trans-Europe Express con l’immancabile aggiunta Metal On Metal. Penso che i Kraftwerk abbiano colto l’occasione per promuovere anche l’album precedente, The Mix. Insomma, una volta in tour, perché non approfittare! Dopo una piccola pausa, i nostri ritornano con una cravatta impreziosita da un led rosso che ricorda le luci delle piste di atterraggio. Si riparte con Numbers, Computer World, Home Computer, e da una Pocket Calculator con ritornello in italiano. Hütter, sempre più sciolto, azzarda: schiaccio un pulsante e risponde cazzo! Pubblico in delirio e Schneider divertito che indica il compagno come a dire: è un grande! L’ha fatto davvero! Altra pausa, e all’apertura del sipario, i nostri non ci sono più. Quattro mezzibusti meccanizzati, piazzati al loro posto, fanno da coreografia a The Robots, in un clima di entusiasmo che non sembra avere limite. Tutto nella musica dei Kraftwerk è funzionale a creare ritmo: gli ansimi del ciclista, i clacson ed i motori delle automobili, le ruote ferrate sulle rotaie e i respingenti dei vagoni che si scontrano, i bip dei tasti delle calcolatrici tascabili, gli ingranaggi delle biciclette. Suoni e rumori ripetuti all’infinito, incastrati su ritmi sintetici cupi ed ossessivi, quadrati e perfetti, talmente profondi e corposi da infilarsi direttamente nello stomaco dello spettatore. Magari è proprio per testargli lo stato fisico che la parte finale del concerto si apre con Elektro Kardiogramm, eseguita dal quartetto inguainato nelle tute alla Tron, per proseguire con l’ultima estrazione dal nuovo disco, il singolo Aéro Dynamik, e chiudere in bellezza con l’unico rappresentante di Electric Cafe, Boing Boom Tschak che deraglia immancabilmente in Musique Non Stop.

E come nelle classiche rock band, i quattro si congedano dal gruppo dopo un assolo al proprio strumento. Il primo a salutare il pubblico con un inchino è Schneider, l’unico ad essersi veramente calato nel ruolo dell’uomo macchina, statico e attento quasi tutto il concerto avesse gravato sulle sue spalle. Segue Hilpert, poi Schmitz, anche loro con un inchino, e per ultimo un Hütter cordiale che ringrazia in italiano il pubblico.

Proprio sull’ultima sequenza ripetuta all’infinito, si chiude il sipario su un concerto promosso a pieni voti ad “evento memorabile”. Mi stacco a fatica dalla poltrona, sperando in un bis che, purtroppo, non arriva. Anche così esco soddisfatto da un Gran Teatro che, mi accorgo solo alla fine grazie al pubblico non più vincolato alla poltrona, è gremito come ad una finale di campionato.

Rimane senza risposta una sola domanda: come diavolo sia riuscito a lasciare il parcheggio senza rimanere imbottigliato, infilandomi addirittura in una Roma misteriosamente deserta.

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