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LALI PUNA
live @ Container, Bologna 30.04.04
A distanza di quasi nove mesi dall'ultima apparizione italiana i Lali Puna "atterrano" nuovamente dalle nostre parti. In quel caso la location marittima dello show era piuttosto suggestiva, uno stabilimento balneare di Cesenatico per l'occasione travestito da locale all'aperto con tanto di cocktails sulla spiaggia come antipasto e la libertà di immergere i piedi sotto la sabbia tiepida della sera!!!!!!ma torniamo a noi, scusate, ma il mare, la semplice idea del mare mi disorienta.
Ci troviamo al Container, locale multifunzionale di Bologna, per l'occasione preso in prestito dai ragazzi del Covo, che organizzano la serata. Ancora una volta il Covo, distintosi in passato per ottime proposte indie/post-rock, non da ultimo le recenti ospitate di Xiu Xiu, B. Fleischmann e Contriva.

I Lali Puna nascono a Monaco per volontà di Sua Dolcezza Valerie Trebeljahr, giornalista radiofonica e musicista tedesca di origini coreane, e Markus Acher, musicista polistrumentista kraut-avantguard stimatissimo, fratello di Micha, altro talento straordinario ormai consacrato come uno tra i più prolifici esecutori e arrangiatori in ambito post-rock, soprattutto grazie alle ultime apprezzatissime (da pubblico e critica) releases come costola dei Notwist e come stomaco dei Tied & Tickled Trio .
In verità dal vivo si presentano con una formazione a quattro, verrebbe da dire classica….ma tanto classica non è. Abbondano vecchie tastiere Korg, una batteria da suonare che si aggiunge e completa i beats digitali partoriti dal glitch-iatissimo giramanopole, un basso elettrico con pedaliera-effects, un laptop Mac G4 e vari sintetizzatori + controller vocali.

La traccia di apertura del nuovo album Faking the Books introduce lo show, il suono è caldo e avvolgente nonostante i problemi tecnici annunciati in partenza. I tasti dei synth disegnano dei tappetini sonori assolutamente accattivanti, suoni analogici processati con abile maestria attraverso una risoluta arte dell'essenziale. Il basso, pieno o ruvido all'occorrenza, figlio dei Joy Division/New Order e di un comune "sentire" anni '80 fa la sua parte egregiamente e in perfetto sincro con la batteria suonata col click in cuffia. Questo il modulo "vincente" che percorrerà l'intera sequenza dei brani in scaletta.
Il concerto procede agevolmente proponendo l'album fresco di stampa quasi per intero, come era lecito attendersi, intervallando qua e là pezzi dell'eccellente disco d'esordio Tridecoder e del suo completamento Scary World Theory.
Il suono di "faking" appare più diretto del solito, i suoni morbidi su disco risultano decisamente più cattivi e ruvidi nella versione live, il suono caldo della batteria e del basso elettrico và considerato come valore aggiunto di primaria importanza, che fa della formazione bavarese nata all'inizio come solo-project una band a tutto tondo.

Dalle "note" di Faking the Books trapela un'urgenza di fondo, urgenza di riappropriarsi dei significati a dispetto delle forme, necessità di ripristinare il contatto con la sostanza delle cose e con i corpi, un po' annichiliti e lobotomizzati da un "sistema di vita" che promuove solo disimpegno e deresponsabilizzazione.
Un'urgenza che la nostra Valerie sottolinea nei suoi testi, parole affilate che rivelano lo sdegno verso chi impunemente falsifica le verità politiche, verso la prevaricazione e la gratuità delle forme di violenza tanto care a Bush e ai suoi compari, così abili e spietati nel rimescolare le carte in tavola.
Tutto il disco per la verità suona un po' più "analogico" rispetto agli standard "indie-tronici" della band, che finora ci aveva abituati a immersioni totali nella cosiddetta elettronica dal volto umano. I soffici beat minimal-techno degli esordi vengono rimpiazzati da una drum-line più quadrata, più rock, più suonata, appunto. Scricchiolii e glitches rimangono, anche se ridimensionati. Molto ben riuscite in questo senso Call 1-800-Fear e Grin and Bear, perfetta Micronomic che a tratti ricorda il cantato di Kim Deal (Breeders/Pixies), ma anche la convincente Left Handed, primo singolo estratto dall'album, proposto nel bis, la cui esecuzione esprime un'attitudine rock mai prima d'ora così esplicita. E poi arriviamo ad Alienation, una pop-song assolutamente magica, disarmante nella sua semplicità, malinconica e lineare trama di un certo mal de vivre soavemente sussurrata dalla irresistibile voce di Valerie.

La selezione dei brani di Tridecoder comprende la splendida Everywhere & Allover, eseguita con destrezza matematica, risulta bella quanto la versione in studio; la sonica e quadrata Raparigo da Banheira cantata in portoghese, cattura l'attenzione per le sue atmosfere vellutate, per nulla penalizzata dall'incomprensibile testo; nonché l'imprescindibile primo cavallo di battaglia 6-0-3 proposta sul finire dello show, autentico manifesto del genere, dispensa glitches al vetriolo, di sicura presa sul pubblico sorridente del Container-Covo.

L'album Scary World Theory viene rappresentato degnamente da alcune autentiche chicche di raffinatissima indietronica, canzoni che hanno fatto scuola, pop-songs dal gusto sopraffino, subito divenute dei classici di un genere all'avanguardia, che muove dal post-rock più attento alle sonorità elettroniche. Bi-Pet è eccezionale, l'elettronica si fa canzone, l'invidia delle pop-stars stra-borda! Middle Curse incanta, altro straordinario esempio di glitch-pop d'autore; basso e tastierine disegnano una tela di sole tinte pastello così leggere e godevoli da fare anche stavolta invidia ai più degni rappresentanti del "new acoustic movement"…….E poi la suadente Lowdown, ancora leggerezza e stile da vendere, un pezzo beatamente narcolettico capace però di risvegliare il gusto del sogno; e infine Don't Think, sublime miniatura……………esempio di grazia ricevuta.
L'equilibrio tra sonorità indie ed elettronica è pressoché impeccabile.

I Lali Puna sono un'ottima band….aldilà delle questioni più tecniche che interessano soprattutto gli addetti ai lavori, quello che risalta più fedelmente ai nostri occhi è che la band di Valerie convince e stravince, in quest'arena sovraffollata di proposte omologate e preconfezionate.
Il suo squisito modus operandi che predilige la discrezione e l'approccio minimalista tipico dell'attento artigiano, una ricerca dei suoni curatissima, unita alla risoluta capacità di esecuzione "strumentale" fanno della dand bavarese, accasatasi presso la berlinese etichetta di culto Morr Music, una delle realtà musicali più incoraggianti del momento.
Assieme ai "fratelli" di etichetta Ms John Soda, altra splendida creatura nata dalla comunione d'intenti di Stefanie Bohm e l'altro Acher (Micha), e a gente come Notwist, Contriva, Komeit e Tarwater, i Lali Puna entrano a pieno titolo nel novero dei più autorevoli rappresentanti moderni chiamati a ridisegnare i contorni di un rock altrimenti morente.
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