Giovedì 8 aprile 2004 si
presenta la rarissima occasione di assistere ad
un concerto che esuli dalle noiose proposte che
una addormentata cittadina di provincia può
propinare ai suoi abitanti: Morgan fa tappa col
tour che porta in giro il suo disco solista.
Il pubblico non è certo quello delle grandi
occasioni (piena solo la platea e il primo loggione)
ma certamente chi stasera è in sala non fa
pura presenza, cosa che spesso avviene per gli altri
spettacoli, che pullulano di autorità locali
e parvenu assortiti e annoiati.
L'inizio sembra un po' in salita: Morgan si presenta
con due soli musicisti di spalla e la resa dei brani
sembra risentire dell'ampio restyling degli arrangiamenti,
che sull'album sono molto ricchi. Appena però
i tre riescono a mettere a fuoco l'intesa anche
il pubblico comincia a sciogliersi: il concerto
decolla con una vivace, quasi funky, versione di
Se (if), raro esempio di cover italianizzata che
riesce a brillare di luce propria. Il contesto si
presta decisamente bene per proporre una serie di
vecchi pezzi italiani degli anni '50/'60 ( Non arrossire
di Gaber,già sul disco, o Il concerto di
Bindi) e a farla da padrona è la voce di
Morgan, che sfodera qualità vocali finora
sconosciute, o quanto meno sottovalutate.
I brani del disco solista vengono proposti tutti
(ad eccezione, ovvia, vista la stagione, di Canzone
per Natale) e si conferma la sensazione che il nostro
si trovi più a suo agio e che, soprattutto
a livello compositivo, sia più sincero, più
credibile rispetto alle opere targate Bluvertigo.
Tra queste Morgan sceglie tre pezzi, che ripropone
( con prevedibile gaudio dei presenti) in veste
ampiamente restaurata: Sovrappensiero, L'assenzio
e Cieli neri ( senza ombra di dubbio la meglio del
lotto).
Si scivola così verso la fine della prima
parte, che si conclude con Altrove, a mio parere
uno dei migliori pezzi che abbia mai scritto. Qualche
minuto di attesa, un cambio di camicia, ed eccolo
di nuovo sul palco per i bis. Qui ampio spazio alle
cover, tra le quali spicca una grintosissima Sunny
Afternoon dei Kinks (graditissima sorpresa per il
sottoscritto), e libero sfogo all'istrionismo senza
forzature del nostro, decisamente simpatico e spigliato,
ma mai sopra le righe ( altra gradita sorpresa ).
I tre non sembrano voler abbandonare il palco, il
pubblico allora azzarda qualche richiesta, si chiude
con l'ennesima cover, questa volta del padre putativo
Bowie, dopo due ore abbondanti di show.
Si torna a casa con la sensazione che il ragazzo,
che di italico ha sempre dimostrato ben poco, ostentando
semmai uno stile decadente, teutonico e ai limiti
della misoginia, sia maturato notevolmente e che
abbia le doti per diventare un ottimo cantautore,
nel senso più classico del termine, come
insegna la grande tradizione italiana.
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