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SOUNDLABS FESTIVAL 2004
Live @ Stadio Fonte dell’Olmo, Roseto degli Abruzzi (TE). 29-30.07.04
Quella 2004 è stata l’ottava edizione del Soundlabs di Roseto. La rassegna che si svolge nella città balneare dell’Abruzzo, e che tra l’altro permette un’ottima trasferta tra mare e concerto, aveva un programma particolarmente interessante. Diviso tra emergenti, italiani affermati (Giardini di Mirò, Afterhours, Linea ’77, Verdena) e nomi importanti dall’estero (Wire e Liars). La prima giornata è stata di Giardini di Mirò, Wire e Afterhours.

Il primo gruppo visto all’opera: Virüs, due ragazze carine e simpatiche e tre ragazzi da Pamplona, in Spagna, effetto misto tra Hole, Pixies e Heroes del Silencio. Sommario: un indie kitch in divisa rosanero ai limiti dell’improbabile (anche con il Palermo tornato in A). Abbastanza letterale, ma emozionalmente piatta, la loro versione di “Transmission” dei Joy Division: li aspettavo apposta al varco di uno ponti più da brivido della storia del rock e loro da lì sono calati invece di crescere entrando sotto pelle fino a scuotere le ossa, ma l’originale, si sa, è ineguagliabile. Non so perché: i cori sembrano molto più da “Follow The Leaders” dei Killing Joke; è molto più Joy Division il loro proprio brano successivo; è molto più cover il pezzo ancora dopo, i cui accordi smanettano dalle parti sempiterne di “I Wanna Be Your Dog”. In totale: rivedibili, sempre se qualcuno ne parlerà ancora l’anno prossimo o arriverà mai a parlarne. Sentita da lontano - colpa della fila per l’hamburger (bisogna pur nutrirsi) - buona parte del set degli Studiodavoli: indie pop educato, tra Stereolab (si sente), Beatles (dice la nota stampa) e primi Cardigans (lo dice sempre la brochure e per fortuna si sente meno).

I Giardini di Mirò ci sono. Per gli Slint della via Emilia è approvazione convinta da parte più o meno di tutti. Rodati in maniera esemplare percorrono trasversalmente i generi (scherzano sui Thin Lizzy ma Jukka con il cappello sembra uno degli Hellacopters) con il loro senso dinamico: in concerto è come se prendessero per mano gli astanti per portarli dovunque abbiano voglia di portarli, riuscendoci. Reazione contraria, invece, per il povero Christian Vogel, disc jockey di prestigio piazzato in mezzo a Giardini di Mirò e Wire. Forse per introdurre questi ultimi ha chiuso il suo poco condiviso dj set con “Totally Wired” (che, beninteso, è dei Fall).

I Wire sono stati un baluardo. Il loro concerto iniziato quasi nell’incertezza se fosse o meno ancora sound check, con Colin Newman che cantava, megafonato, su di una base, è proseguito come uno shock continuato: quaternari e inesorabili, i quattro inglesi sono una macchina spaziale del suono anche trent’anni dopo i loro esordi. Sembra che suonino sempre lo stesso pezzo moltiplicato per enne, ma è il come lo suonano… Si dice chi i geni rifacciano sempre la stessa cosa. Ma è il “come” la rifanno a fare la differenza. Un’esibizione forte, intensa. E precisa.

Degli Afterhours rimane il mistero su come saranno le nuove canzoni. Qui si è sentito molto inglese, a parte “La Canzone di Marinella” e i soliti brani che cantano ormai anche i sassi (è un complimento, sia chiaro). Scena a metà concerto:
- Manuel: “Per questo pezzo vi chiediamo, per favore, silenzio.”
Un tipo urla qualcosa di poco comprensibile
- Manuel: “Ecco, questo è quello che non vogliamo sentire.”
Risuona un altro urlo dal parterre
- Manuel: “Sei un coglione!”
Il gruppo attacca. Il concerto ripropone molti classici. Da “Hai paura del Buio?”, album cardine del rock in italiano, si risentono “Veleno”, “Rapace” e “Dea”, oltre a “1996” e, se la memoria non mi inganna, l’ormai arcinota Smells Like Teen Spirit italiana, vale a dire “Male di Miele”. Emozionante come sempre è “Quello che non c’è”. Chiude la bellissima “Bye Bye Bombay” alle 2.30 di notte.

Il secondo giorno inizia con i romani Micecars, un gruppo indie rock emergente vincitore del progetto Demo. Dall’opuscolo di Soundlabs: “Indie rock sonico e beat, dove la forma canzone, ben presente, si presta a sconvolgimenti e schizofrenie tipiche della scena”. Ora che cerco di riscontrare tutto questo (e di capire che vor’ dì) durante la solita fila per il cibo (hot dog), il concerto sta volgendo alla fine. Sono a tre chitarre e si sono portati i supporter da casa. Cresceranno. Degli svedesi Surrounded, a parte la faccia del cantante, una specie di sosia dell’attore Robin Williams, ricordo il pop post Roadiohead/Coldplay e i brani molto lenti e melodici. Il nuovo e entusiasmante progetto di Emidio Clementi, El Muniria, non è esaltante quanto potevano esserlo i Massimo Volume. Emidio è una mosca bianca nel panorama italiano e lo penalizza trovarsi di fronte un pubblico che, a quanto mi è dato capire, è lì soprattutto per Verdena e Linea 77. Mentre Mimì snocciola uno dei suoi reading atmosferici il pubblico delle prime file gli volta le spalle e urla: ha visto Nitto dei Linea a breve distanza (un gruppetto avido di autografi lo circonda di lì a poco). Clementi manifesta sempre più insofferenza, e quando due della sicurezza si passano i comandi vocali davanti al palco urlando indecorosamente, lui pianta lì il pezzo e ricomincia da capo, non riuscendo più concentrarsi come dovrebbe. Incompreso. A questo punto toccherebbe ai Linea 77.

Toccherebbe, perché c’è un primo black out sul palco. Il gruppo torinese rifà per ben due volte “Potato Music Machine”; prima è interrotto da un problema non identificato, poi dal buio totale che dura un’ora e rischia di pregiudicare l’intero concerto. Sconcerto, meraviglia: c’è gente che protesta e vuole indietro i soldi, altri vorrebbero invadere simbolicamente il campo da calcio dello stadio. Urla che vanno “tutti al botteghino” a “viva la raza” (non ho capito bene cosa c’entrasse il wrestling) e ovazione quando le luci si riaccendono. Era saltata la cabina dell’Enel, forse sabotata. Per non rischiare i Linea iniziano dal secondo pezzo: “Ketchup Suicide”. E vai col pogo, allora, per il concerto sicuramente più dinamico visto a Roseto: i due vocalist, oltre a dare fondo alla propria gola, saltano e si muovono lungo tutto il perimetro del palco. “Moka” è una bomba, “Fantasma” la più richiesta, “Walk Like An Egyptian” non è niente male. Fare “Tadayuki Song”, che tra l’altro è la mia preferita? Neanche a parlarne.

I Verdena, poco espansivi con il pubblico, stanno di consueto sulle loro: Roberta che è l’unica a dare un po’ spettacolo (calata a fondo nel ruolo di donna rock e sempre più carina), Alberto che prende e male parole le imperfezione tecniche che lo condizionano. Sono loro i bifronti e gli ombrosi profeti dei giovani italici post grunge di cui denotano scazzo, paranoia, slancio e insicurezza, romanticismo e cinismo - tra il nirvanismo prammatico e la psichedelia seriana, come sempre (geografia corretta permettendo). Il pubblico non aspetta(va) che “Ovunque”, “Logorrea”, “Balanite”, “Phantastica”, mentre richiede a vuoto Valvonauta e Viba (neanche come bis). “Dentro Sharon” è introdotta da un accenno di “Tomorrow Never Knows”. “Luna” è una delle canzoni migliori dei Verdena per musica e liriche (Che fai tu: “Luna”). Da quello che è invece il loro disco migliore, “Solo Un Grande Sasso”, spazio unicamente per “Nova”.

I Liars sono dei pazzi e il cantante più di tutti, è matto più di un cavallo. Se lo show dei Wire era aggressivo e premeditato, quello del gruppo di New York è totale, purissimo caos. Schegge wave conficcate nel cervello per via auricolare. Ritmi e poliritmi giugulari, sbilenchi, sculettanti e sgangherati; chitarre e “electronics” maltrattati con naïveté peccaminosa; quel folle di un cantante che parte per la sua tangente personale. L’allampanato Angus Andrew è abbigliato come una matrioska ma con la sorpresa dentro: passa da metalmeccanico a uomo di Nazareth dopo che ha tolto la tuta e scoperto la sua tunica. Bianchissima, e con qualcosa della camicia di forza (notare il calzino babbuccia spaiato assieme al gambaletto rosa di nylon: LSD per stilisti in calore).
La chiusura più degna e la più “normale”, perché intanto sono la tre e mezza di notte ed è valsa la pena di fare un lunga trasferta fino alle coste abruzzesi.
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