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produzione: indipendente
 
 
THE VEILS
live @ Horus Club, Roma 19.04.04

Horus club discretamente pieno per un concerto al quale ci si chiedeva di regalare le stesse emozioni che nel caso dei The Veils il disco era riuscito a trasmettere.
L'apertura è toccata ai Delays, giovani , carini e che si fanno ascoltare piacevolmente, peccato decidano di partire subito con i pezzi migliori del loro prima album Faded Seaside Glamour, scelta che all'inizio sembra portare fortuna ma che tende a spegnerli in fretta.
A sentire Wanderlust sembra di avere davanti i Geneva, stesso suono di chitarre e stesso timbro di voce, ottimo pezzo seguito da una mezza dozzina di pezzi che sembrano spuntare dall'epoca d'oro del Brit Pop, non che siano fuori tempo massimo, ma rischiano di non emergere nella nuova scena indie inglese.
Canzoni orecchiabili, qualche spruzzata di elettronica e l'ottimo singolo Long Time Coming sono un discreto biglietto da visita, che sappiano suonare è fuori discussione ma manca quel tocco di personalità che potrebbe farli emergere, ma si sa che anche dieci anni fa per tutti i nuovi gruppi targati UK il temuto secondo disco era l'ago della bilancia.
Difficile invece parlare dei The Veils, il disco era a dir poco stupendo, con la voce di Finn (unica nel panorama musicale) capace di elevare delle semplici canzoni pop a dei momenti carichi di passione e dal vivo certe atmosfere sarebbe stato difficile ricrearle.
L'ora scarsa passata con i Veils tuttavia qualche dubbio lo lascia, che la voce di Finn sia straordinaria anche dal vivo ormai è chiaro, sia nei momenti più rilassati che nelle esplosioni di rabbia il suo canto rapisce fino ad oscurare i suoni di tutti gli strumenti sul palco, Guiding light e Lavinia sono accolte da vere ovazioni e risultano perfette ma troppo fredde, stesso discorso per Finn che non sempre riesce a coinvolgere il pubblico: che sia snobismo o semplice timidezza solo le prossime uscite potranno chiarirlo.
Le canzoni scorrono senza lasciare quelle emozioni che i ripetuti ascolti del disco davano, e se qualcuno vuole paragonare la loro musica a quella di Suede, Rufus Wainright e Jeff Buckley... beh allora i ragazzi ne hanno ancora di strada da fare.
Solo verso la fine Finn capisce che deve cambiare registro e prima con un pezzo per sola chitarra che lascia per la prima volta senza fiato i presenti e la rabbiosa More heat than light ancora più infuocata che su disco che chiude al meglio il concerto.
Ora un po' più soddisfatti si può uscire e in macchina The Tide That Left & Never Came Back che fa scordare la pallida versione sentita dal vivo.

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