| Horus club discretamente pieno
per un concerto al quale ci si chiedeva di regalare
le stesse emozioni che nel caso dei The Veils il
disco era riuscito a trasmettere.
L'apertura è toccata ai Delays, giovani ,
carini e che si fanno ascoltare piacevolmente, peccato
decidano di partire subito con i pezzi migliori
del loro prima album Faded Seaside Glamour,
scelta che all'inizio sembra portare fortuna ma
che tende a spegnerli in fretta.
A sentire Wanderlust sembra di avere davanti
i Geneva, stesso suono di chitarre e stesso timbro
di voce, ottimo pezzo seguito da una mezza dozzina
di pezzi che sembrano spuntare dall'epoca d'oro
del Brit Pop, non che siano fuori tempo massimo,
ma rischiano di non emergere nella nuova scena indie
inglese.
Canzoni orecchiabili, qualche spruzzata di elettronica
e l'ottimo singolo Long Time Coming sono
un discreto biglietto da visita, che sappiano suonare
è fuori discussione ma manca quel tocco di
personalità che potrebbe farli emergere,
ma si sa che anche dieci anni fa per tutti i nuovi
gruppi targati UK il temuto secondo disco era l'ago
della bilancia.
Difficile invece parlare dei The Veils, il disco
era a dir poco stupendo, con la voce di Finn (unica
nel panorama musicale) capace di elevare delle semplici
canzoni pop a dei momenti carichi di passione e
dal vivo certe atmosfere sarebbe stato difficile
ricrearle.
L'ora scarsa passata con i Veils tuttavia qualche
dubbio lo lascia, che la voce di Finn sia straordinaria
anche dal vivo ormai è chiaro, sia nei momenti
più rilassati che nelle esplosioni di rabbia
il suo canto rapisce fino ad oscurare i suoni di
tutti gli strumenti sul palco, Guiding light
e Lavinia sono accolte da vere ovazioni e risultano
perfette ma troppo fredde, stesso discorso per Finn
che non sempre riesce a coinvolgere il pubblico:
che sia snobismo o semplice timidezza solo le prossime
uscite potranno chiarirlo.
Le canzoni scorrono senza lasciare quelle emozioni
che i ripetuti ascolti del disco davano, e se qualcuno
vuole paragonare la loro musica a quella di Suede,
Rufus Wainright e Jeff Buckley... beh allora i ragazzi
ne hanno ancora di strada da fare.
Solo verso la fine Finn capisce che deve cambiare
registro e prima con un pezzo per sola chitarra
che lascia per la prima volta senza fiato i presenti
e la rabbiosa More heat than light ancora
più infuocata che su disco che chiude al
meglio il concerto.
Ora un po' più soddisfatti si può
uscire e in macchina The Tide That Left &
Never Came Back che fa scordare la pallida versione
sentita dal vivo.
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