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JULIETTE & THE LICKS
live @ Estragon, Bologna, 07/12/2005

Signore e signori benvenuti all’Estragon. Il locale rock storico di Bologna sempre puntuale e generoso in fatto di novità, aggiunge un tassello importante nel carnet già molto succulento delle sue proposte. Ricordo con un po’ di nostalgia concerti che lasciano il segno, penso ai Mr. Bungle di Disco Volante (vecchia sede), o al live esplosivo di One Minute Silence e Incubus, al tempo semisconosciuti in Italia ma veramente tosti, e soprattutto non ancora fighetti in odor di dollaro!

L’Estragon, una certezza, il club da cui la città non può prescindere, ospita questa sera l’unica data italiana di Juliette Lewis e i suoi The Licks, l’attrice hollywoodiana ribelle per eccellenza, nella finzione come nella vita reale, da un po’ di tempo lontana dalle sale cinematografiche, e convertitasi al rock’n’roll.

I più la ricorderanno nelle brillanti interpretazioni in ruoli di eroine maledette nel film di Oliver Stone Natural Born Killers e in Strange Days di Kathryn Bigelow, nel quale Giulietta interpreta il ruolo di una giovane cantante alla ricerca del contratto discografico, smaliziata e sexy da morire, dispostaa tutto pur di raggiungere lo scopo.

La curiosità che mi spinge stasera a raggiungere l’Estragon in taxi prende vita proprio da questo film, precisamente nel momento in cui assisto sbalordito alla straordinaria rivisitazione di Hardly Wait di PJ Harvey, durante la quale Juliette tira fuori tutto il suo animo punk con un’impensabile naturalezza. Mi si drizzano i peli delle braccia, brava con la voce, brava con il corpo, capace di emozionare il cuore, partendo dall’epidermide attraversando la carne, fino all’osso!…. capisco che la ragazza potrebbe anche avere velleità da rockstar!

Questa sua naturale attitudine a cavalcare il palcoscenico da vera rocker indiavolata, questa capacità di comunicare con i semplici movimenti del corpo prima ancora che con le parole la consegnano alla critica internazionale come una sorta di Iguana al femminile…e in questo senso le aspettative non vengono deluse stasera. L’indole da rockettara l’ha sempre avuta, è un fatto genetico!

Musicalmente però le cose non vanno per il meglio…le canzoni ci sono, per carità, suonano anche discretamente talvolta, ma nel complesso il suono risulta legnoso e inconcludente. Manca la sorpresa, il guizzo, il riff che seduce e… distrugge. Il menù offerto è un punk-rock educato, a modino, e già sentito, alla maniera delle tante rock’n’roll band nostalgiche dei generosissimi anni 70, che affollano la scena musicale odierna.

Ogni tanto ho come l’impressione ci sia una presenza spettrale, e nell’aria aleggi lo spettro di Iggy Pop con i suoi Stooges, che benedice e protegge la Giulietta dei nostri sogni… si sente, puzza di iguana sudata, e questa è la parte migliore. Meno bene quando l’angelo custode s’allontana, le canzoni risultano più prevedibili, noiosette, penalizzando il ritmo della performance che in questo modo procede a singhiozzo.

Si attacca con You’re Speaking My Language, si prosegue con Sexual Frustration, dopo aver chiesto maliziosamente al pubblico se fosse intervenuto solo per vedere le sue gambe… dopodiché salta la corrente per qualche minuto! L’album nuovo viene attraversato quasi per intero e, con gli up and down di cui sopra, qualche accenno al precedente ep Like A Bolt Of Lightning e un paio di new song, si giunge al bis che vede la pregevole Search And Destroy eccellere nel risicato mazzo, omaggiando così l’angelo custode.

Insomma, i motori si accendono, ma la macchina non decolla!

Avrei preferito qualche citazione in meno e un po’ più di coraggio, qualche suggestione più azzardata, di quelle che ti si appiccicano addosso, e s’imprimono nella mente. Invece niente, la performance di stasera nell’insieme non guadagna posti significativi nella classifica delle fissazioni cerebrali quotidiane della mia memoria.

Come mi ha fatto notare l’amico Metello, tra una sorso di vodka e l’altro…”sì carino, un rock’n’roll classico punkettino di una qualsiasi rock band di un qualsiasi college americano!”.

E infatti You’re Speaking My Language è un dischetto carino, niente più.

Certo, avere avuto la possibilità di veder cantare Juliette Lewis da vicino mi ha emozionato, difficile negarlo, sicura nelle sue nuovi vesti di cantante, e terribilmente seducente nella sua leggera, fragile e malata presenza, quel volto irresistibile di eterna adolescente, quello sguardo appena venato di follia…quei liberatori ah ah ah ah ah ah in tonalità bassa satanica che sembravano riesumare lo spirito ilare di Mallory Knox in fase psicotica avanzata…born bad !…born bad ! …born bad !… ma purtroppo… that’s all i have to say!

L’apertura con Quit Your Dayjob l’ho mancata, causa ritardo….Tying Tiffany, assente!
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