| Quando finiva la scuola andavo a passare
le settimane prima delle vacanze a casa di mia nonna.
Tra i tanti bambini che abitavano nei dintorni c'era
L., una bambina di poco più grande di me, alta
e grassottella, che viveva con la madre, vedova e
malata, e con la nonna, anziana, necessariamente vedova
e forse non in piena salute. L. era una bambina iperprotetta
dalle due donne, che su di lei trasmettevano tutte
le loro paure e ansie. Le impedivano di scalmanarsi
in bicicletta assieme a noi, ma L. aspettava paziente
che dopo i giochi all'aperto la andassi a trovare
per ascoltare i dischi, per disegnare, perché
le raccontassi a che giochi avevo giocato in giardino
con gli altri bambini, perché gli altri bambini
non andavano mai a trovarla. L. mi ascoltava e accennava
passi di danza classica, aggrappandosi ad un mobile
di servizio come fosse la sbarra, al suono dei 45
giri che suonavamo uno dopo l'altro. L. sembrava accettare
tutto di buon grado, svolazzando per casa come se
quello bastasse a farla sentire una farfalla, bella
e libera. L. non era una bambina come gli altri, non
poteva essere divertente come loro, eppure c'era qualcosa
in lei che la rendeva celestiale. La sua casa era
tenuta nell'oscurità, e la cosa mi incuteva
timore, come mi incutevano timore quelle due donne,
gentilissime ma seriose, due spaventate vittime della
vita, che cercavano di tenere la vita al di fuori
della porta, o rintanata al buio in pomeriggi estivi
troppo caldi. L. possedeva e conosceva tante cose,
e le condivideva con me, e per questo, anche quella
casa buia e seriosa, mi sembrava un fresco angolo
di paradiso, un rifugio dopo pomeriggi passati a correre
con le ginocchia sbucciate e sanguinanti. L. è
cresciuta, è presto rimasta sola perché
sia la madre che la nonna sono morte, ed è
diventata una donna libera e, spero, fortunata e felice
di vivere. Io non la vedo da almeno venticinque anni
ma continua a mandarmi i suoi saluti ad ogni occasione:
degli altri bambini non ho il minimo ricordo, ma L.
si ricorda di me come io mi ricordo di lei come se
fosse ieri.
Antony canta di essere un bambino, ma forse un giorno
crescerà e diventerà una donna bellissima.
Antony sul palco del teatro sembra una bambina enorme,
grassa e cresciuta troppo in fretta. Balla battendo
le manone, girando su se stesso. Ma appena si siede
al piano e canta fa ascoltare un pezzetto di paradiso.
Non vedi le smorfie che fa con la bocca, non vedi
quegli occhietti che sbattono come fossero quelli
di una bambola di porcellana. Vedi solo anni di solitudine
e esclusione sublimati in quintessenza, come piume
bianche che scendono a terra ondeggiando piano.
Se ne è già scritto ovunque ormai
da mesi, ma chi se ne importa, davanti a certi lavori,
prima o poi, si sente comunque il bisogno di testimoniare.
Le parole erano pronte, ad aspettare la prima occasione.
I am bird now di Antony & The Johnsons è
un lavoro magnifico, ultraterreno. Come già
lo era stato il primo omonimo, alla fine recuperato
dopo varie vicissitudini di stampa e distribuzione.
Soul bianco, gospel da camera per voci angeliche:
strani angeli che hanno attraversato l'inferno e
sono rimasti sulla terra per cantare con una voce
ancora più pura. Alcuni sono ancora intrappolati
in corpi mortali e sono condannati a cantare, di
identità travagliate, di corpi sbagliati,
di scherzi del destino. Altri sono tornati alla
loro origine, e si aggregano al coro. E le canzoni
che nascono confortano e commuovono seppure pervase
di infinita malinconia. Capolavoro, dell'anno, degli
anni.
Il concerto di Antony & the Johnsons è
all'altezza dei dischi e delle aspettative, tra
i concerti più belli a cui mi sia capitato
di assistere. Un capolavoro di equilibrio tra la
sobrietà degli arrangiamenti per sottrazione,
piano, violino, violoncello (un'affascinante e bravissima
Julia Kent), chitarra acustica e basso elettrico,
e la leziosa superiorità di quella voce,
tanto naturalmente e musicalmente dotata. Un repertorio
che si alterna tra i tanti ottimi pezzi originali,
gli inediti, le improvvisazioni (con e per pubblico
fischiante) e le cover: Lou Reed, Nina Simone, Leonard
Cohen, David Tibet, Moondog. Mi aspettavo un omaggio
floreale che non c'è stato: una volta vidi
una ragazza allungare una rosa a Ryuichi Sakamoto
alla fine di un suo concerto. Concerto dell'anno,
degli anni, poco altro da dire.
Brutta cosa il conformismo quando è tanto
radicato da non riuscire a vedere oltre la stranezza,
tanto da impedire a sé stessi di gioire di
un talento tanto puro e raro. Masochismo, farsi
del male per non dovere ammettere di apprezzare
qualcosa di così palesemente differente.
Mi ritengo fortunato di conoscere persone che mi
hanno permesso di conoscere la musica di Antony,
che la apprezzano per quello che è, per l'infinito
talento assieme e oltre la diversità che
lo contraddistingue. Sapete chi siete, grazie. |