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ANTONY AND THE JOHNSONS
live @ Teatro Masini, Faenza, 06/05/2005
Quando finiva la scuola andavo a passare le settimane prima delle vacanze a casa di mia nonna. Tra i tanti bambini che abitavano nei dintorni c'era L., una bambina di poco più grande di me, alta e grassottella, che viveva con la madre, vedova e malata, e con la nonna, anziana, necessariamente vedova e forse non in piena salute. L. era una bambina iperprotetta dalle due donne, che su di lei trasmettevano tutte le loro paure e ansie. Le impedivano di scalmanarsi in bicicletta assieme a noi, ma L. aspettava paziente che dopo i giochi all'aperto la andassi a trovare per ascoltare i dischi, per disegnare, perché le raccontassi a che giochi avevo giocato in giardino con gli altri bambini, perché gli altri bambini non andavano mai a trovarla. L. mi ascoltava e accennava passi di danza classica, aggrappandosi ad un mobile di servizio come fosse la sbarra, al suono dei 45 giri che suonavamo uno dopo l'altro. L. sembrava accettare tutto di buon grado, svolazzando per casa come se quello bastasse a farla sentire una farfalla, bella e libera. L. non era una bambina come gli altri, non poteva essere divertente come loro, eppure c'era qualcosa in lei che la rendeva celestiale. La sua casa era tenuta nell'oscurità, e la cosa mi incuteva timore, come mi incutevano timore quelle due donne, gentilissime ma seriose, due spaventate vittime della vita, che cercavano di tenere la vita al di fuori della porta, o rintanata al buio in pomeriggi estivi troppo caldi. L. possedeva e conosceva tante cose, e le condivideva con me, e per questo, anche quella casa buia e seriosa, mi sembrava un fresco angolo di paradiso, un rifugio dopo pomeriggi passati a correre con le ginocchia sbucciate e sanguinanti. L. è cresciuta, è presto rimasta sola perché sia la madre che la nonna sono morte, ed è diventata una donna libera e, spero, fortunata e felice di vivere. Io non la vedo da almeno venticinque anni ma continua a mandarmi i suoi saluti ad ogni occasione: degli altri bambini non ho il minimo ricordo, ma L. si ricorda di me come io mi ricordo di lei come se fosse ieri.

Antony canta di essere un bambino, ma forse un giorno crescerà e diventerà una donna bellissima. Antony sul palco del teatro sembra una bambina enorme, grassa e cresciuta troppo in fretta. Balla battendo le manone, girando su se stesso. Ma appena si siede al piano e canta fa ascoltare un pezzetto di paradiso. Non vedi le smorfie che fa con la bocca, non vedi quegli occhietti che sbattono come fossero quelli di una bambola di porcellana. Vedi solo anni di solitudine e esclusione sublimati in quintessenza, come piume bianche che scendono a terra ondeggiando piano.

Se ne è già scritto ovunque ormai da mesi, ma chi se ne importa, davanti a certi lavori, prima o poi, si sente comunque il bisogno di testimoniare. Le parole erano pronte, ad aspettare la prima occasione. I am bird now di Antony & The Johnsons è un lavoro magnifico, ultraterreno. Come già lo era stato il primo omonimo, alla fine recuperato dopo varie vicissitudini di stampa e distribuzione. Soul bianco, gospel da camera per voci angeliche: strani angeli che hanno attraversato l'inferno e sono rimasti sulla terra per cantare con una voce ancora più pura. Alcuni sono ancora intrappolati in corpi mortali e sono condannati a cantare, di identità travagliate, di corpi sbagliati, di scherzi del destino. Altri sono tornati alla loro origine, e si aggregano al coro. E le canzoni che nascono confortano e commuovono seppure pervase di infinita malinconia. Capolavoro, dell'anno, degli anni.

Il concerto di Antony & the Johnsons è all'altezza dei dischi e delle aspettative, tra i concerti più belli a cui mi sia capitato di assistere. Un capolavoro di equilibrio tra la sobrietà degli arrangiamenti per sottrazione, piano, violino, violoncello (un'affascinante e bravissima Julia Kent), chitarra acustica e basso elettrico, e la leziosa superiorità di quella voce, tanto naturalmente e musicalmente dotata. Un repertorio che si alterna tra i tanti ottimi pezzi originali, gli inediti, le improvvisazioni (con e per pubblico fischiante) e le cover: Lou Reed, Nina Simone, Leonard Cohen, David Tibet, Moondog. Mi aspettavo un omaggio floreale che non c'è stato: una volta vidi una ragazza allungare una rosa a Ryuichi Sakamoto alla fine di un suo concerto. Concerto dell'anno, degli anni, poco altro da dire.

Brutta cosa il conformismo quando è tanto radicato da non riuscire a vedere oltre la stranezza, tanto da impedire a sé stessi di gioire di un talento tanto puro e raro. Masochismo, farsi del male per non dovere ammettere di apprezzare qualcosa di così palesemente differente. Mi ritengo fortunato di conoscere persone che mi hanno permesso di conoscere la musica di Antony, che la apprezzano per quello che è, per l'infinito talento assieme e oltre la diversità che lo contraddistingue. Sapete chi siete, grazie.

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