E’ possibile che non convinceremo
mai del tutto i ragazzi bianchi ad ascoltare hip-hop,
nonostante Saul Williams abbia passato la vita a
darglielo mentre nessuno guardava, e nonostante
Dälek –che si pronuncia Dialect, indossa
una maglietta massiccia [gergo b-boy] con
(prova ad abbattere 21) Tyson [criptocitazionismo
b-boy], e non è davvero più alto
di un metro e quaranta centimetri per stimabili
85 chili-, abbia ben poco a che spartire con tutto-quello-a-cui-pensa-chi-non-ascolta-hip-hop-quando-sente-dire-hip-hop.
I fatti sono questi: la musica di Dälek, o
meglio, del trio che porta lo stesso nome del suo
leader, ricorda i Public Enemy e i Cannibal Ox,
ma ricorda anche i My Bloody Valentine (© di
qualche rivista musicale italiana, ma faccio volentieri
mio questo paragone, dal momento che non so proprio
nulla di musica) e i Nine Inch Nails (© della
mia mente bacata), e nonostante il pubblico romano
si tenga all’inizio prudentemente distante
dalle transenne –cosa che accade praticamente
sempre in questa città, nei concerti meno
affollati: paura di essere divorati vivi dal cantante?
E, se sì, nel caso di Dälek si può
forse dar torto agli spettatori paganti?-, dopo
un paio di pezzi perlomeno scuote la testa, cosa
non da poco per noi Magnanimi Nipoti di Romolo,
e verso la fine del concerto sta addirittura pogando.
Credo sia difficile da immaginare –o semplicemente
da accettare- che il muro di suono più
compatto e il feedback più lancinanti che
si siano sentiti nella capitale da parecchi mesi
siano prodotti da gente che non usa nemmeno
una chitarra.
Davanti a 30 o 40 persone il dj, cotonato e bellissimo,
fa headbanging mette le cuffie toglie le cuffie
fa headbanging accende una sigaretta mette le cuffie
spegne una sigaretta fa headbanging urla nella puntina
del giradischi toglie le cuffie accende una sigaretta
urla nella puntina del giradischi. L’uomo
dietro al computer, tatuato e minaccioso, ci guarda
inquietante e salta sul posto. Passano cinquanta
minuti e Dälek lascia cadere il microfono a
terra, e va via senza una parola. Verso le due qualcuno
lo vede al bagno, mentre lava la maglietta che ha
usato durante lo show.
E’ difficile credere che ci sia giustizia,
a questo mondo.
Edit in corsivo per non guastarvi l’emozione:
ha aperto il concerto un tale Oddateee, e anche
se so che non è molto professionale dire
apertamente che non so chi sia questo Oddateee,
ebbene, non so chi DIAVOLO sia questo Oddateee.
Comunque fa hip-hop molto più canonico ma
stiloso ed entertaining, indossa infradito con calzettoni
di spugna blu e dà personalmente la mano
a me e a due miei amici, gli unici a stare in prima
fila durante il suo set. Il ragazzo è un
signore e fa finta di nulla, giusto una battuta
circa il calore della gente. Il mondo appartiene
ai ragazzi con i capelli afro. Rezpect. Yo. Peace.
Reprazent.
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