l i n k
concerto, discografia, articolo, tour, live report, date, calendario, programma, concerti, biografia, intervista, speciale, monografia, tickets, festival
 
 
 
FREQUENZE DISTURBATE
live @ Fortezza Albornoz, Urbino, 5-7/08/2005
DISCLAIMER: Questa non è una rigorosa recensione dei concerti di un festival, ma il resoconto di un festival e di tutto ciò che gli gira intorno. Non irritatevi, perchè siete stati avvertiti.

Urbino è una città di salite e discese, quasi tutte le strade sono, appunto, in salita o in discesa, alcune sono più ripide e altre meno, il piano non è dato.
Una di queste, molto più sentita come salita, è comunemente chiamata “la salita della morte” a causa della sua ripidità, della sua lunghezza, e del suo dover essere necessariamente percorsa più volte al giorno, collega infatti i due luoghi dove si svolgono i concerti e va percorsa anche per raggiungere le abitazioni.
L’utente medio di Frequenze Disturbate infatti alloggia in appartamenti da poche decine di euro a notte con qualche amico e qualche misterioso sconosciuto. Gli appartamenti fanno schifo e vengono gestiti nell’illegalità.
Il cibo tipico dell’utente medio di Frequenze Disturbate è la crescia: piatto urbinate che consiste in una specie di piadina spessa fatta con lo strutto, ripiena di qualcosa, preferibilmente di lonza e mozzarella, o di verdura, se vi piace.
Oltre all’appartamento sono quattro i posti più frequentati: la piazza con la statua di Raffaello, di fronte al migliore produttore di cresce della città, e a un passo dalla Fortezza Albornòz; la piazza principale, dove si concentra il movimento notturno; piazza Duca Federico dove si trascorre il pomeriggio in compagnia di gruppi esordienti, o minori, o considerati pomeridiani anche quando non lo sono e infine la Fortezza Albornòz, suggestiva sede del main stage. Ci sarebbero poi i vari bar, pub e ristoranti ma quelli sono fatti privati.
Frequenze Disturbate è un bel festival con una bella storia, e quest’anno è stato un ritorno – abbastanza inaspettato – dopo un anno di assenza. Nei giorni del festival cala nella città marchigiana un esercito di giornalisti, musicisti, blogger e semplici appassionati, tutti uniti dalla voglia di farsi vedere, di divertirsi, e alle volte anche da quella di ascoltare qualcosa. Se avete amici nell’ambiente sicuramente li ritroverete a Urbino.

Cominciamo con quello che è mancato. Causa problemi burocratici sono saltati i concerti a sorpresa notturni, ed è un peccato visto che prevedevano il progetto Ardecore (Zu, Farina dei Karate e amici alle prese con gli stornelli romani in chiave indie rock) e Manuel Agnelli solista.
Causa problemi di salute è saltato il concerto di Daniel Johnston, che stava male. Cioè più male del solito, e speriamo non sia qualcosa di molto grave.

Il primo giorno volevo essere in piazza all’inizio-inizio per ascoltare gli Sprinzi, che non conosco ma mi dicono molto bravi, perché sono amici di amici, ma sono arrivato appena questi avevano finito di suonare. E ho potuto così ascoltare tutti gli altri gruppi e probabilmente avrei fatto meglio a stare a casa a dormire. Nulla di memorabile da segnalare, tutto tra il noioso, il già sentito e il fastidioso.
In serata si va poi alla Fortezza per ascoltare i “gruppi grossi”, quelli del main stage, e ci si trova davanti One Dimensional Man e Jennifer Gentle, che come main stage è un po’ poco.
Gli One dimensional man sono un gruppo sicuramente valido dal vivo, se vi piacciono, qui non sono certo tra i preferiti ma sanno fare il loro lavoro. Il concerto è un po’ sottotono rispetto ad altri loro show, ma è anche la situazione a penalizzarli: sono un gruppo da piccolo club stipato all’inverosimile e non da grande palco all’aperto, con il sole ancora in giro, e poca gente davanti.
I Jennifer Gentle sono un gruppo che ha poco di personale, che rischia di annoiare, ma che dal vivo sa fare bene. Sanno suonare, regalano una coda noise e scaldano i presenti, nonostante alla voce abbiano Alvin superstar/Alvin rochenroll dei Chipmunks.
Dei Raveonettes non ricordo nulla e sarei disonesto a scrivere.
Viene poi il momento di Julian Cope ed è una strana sorpresa: un concerto metal di media fattura, ma soprattutto con tutti gli stereotipi del genere. Julian si arrampica, si lancia per terra davanti al palco a rotolarsi nel fango, rompe l’asta del microfono e la usa per sfregiarsi, canta colando sangue che gli viene poi leccato da un chitarrista vestito come Mangoni in Supergiovane… La cosa più straniante è il contrasto tra questo show e il pubblico. Uno show da Gods of Metal di fronte a un pubblico indie che infatti lo guarda, immobile. Fa effetto osservare un pubblico così immobile su note così devastanti. Probabilmente è voluto, probabilmente voleva stupire.
La chiave di lettura di un concerto di Julian Cope forse sta in quanto diceva un mio amico: “E’ stupido stare a giudicare il concerto in sé, lui è Julian Cope, è una leggenda, un mito, e questa sera hai avuto la possibilità di guardarlo, di averlo di fronte. Poi quello che ha fatto non conta. E’ come se scavando viene trovato un reperto storico e viene esposto, tu vai a vederlo e lo ammiri. Basta. Non conta quello che ha fatto ma chi era, quello che ha fatto prima.” O forse ha ragione qualcun altro che dice “Non me ne frega un cazzo se è Julian Cope o la Madonna scesa in terra, io vengo qui e pago per vedere un concerto, se tu fai una buffonata non hai rispetto per il pubblico e io ho tutto il diritto di dire che è stato un concerto di merda”. Boh.
Ma le polemiche vengono spazzate via dai Dinosaur Jr., sicuramente i migliori della giornata. Suonano con volumi altissimi e propongono pezzi storici della loro carriera, suonano bene, il pubblico è estasiato e salta e canta sui loro anthem, in più c’è anche la gioia di non assistere a una reunion che porta in giro un disco-pacco, ma solo una serie di grandi canzoni come Little fury things, Sludgefeast o Freak scene. Energia, potenza, presenza scenica tutta loro, che bello. La seconda cosa migliore del festival (della prima parleremo più avanti).

Secondo pomeriggio in piazza, altra roba prescindibile che un po’ scampo chiacchierando in giro e facendo la spola con il bar per cibo, bevande e gelati (anche se il clima si fa freddo, e sarà uno dei punti dolenti della tre giorni). Poi è la volta del live di Artemoltobuffa. Piace ma non è il mio genere, ha un paio di belle canzoni, dei testi mediamente brutti, la band suona bene ma per parte del concerto si sente solo il basso.
Eccezione, fra le piccolezze del pomeriggio, il reading di Emidio Clementi, assolutamente inadatto a uno spettacolo pomeridiano, chè è quanto di più notturno, e che ho già visto più volte. E’ uno spettacolo rodato, recitato con maestria.
Nel frattempo si aggirano per la piazza- separatamente- Melissa P. (delusione del secolo, è brutta e alta un metro e 20) e Cofferati. Non chiedetemi perché, chiedetelo a loro.
In serata assisto a partire dai simpatici e divertenti Sons And Daughters, che fanno ballare e saltare senza cambiare il mondo, e poi tocca ai Sophia con quartetto d’archi. Alcune canzoni sono belle, altre meno, il concerto è noiosetto, il bis di River Song ottimo e la scelta del gruppo incomprensibile, sono infatti una delle band meno “da festival” immaginabili.
Chiusura con Echo & The Bunnymen, ancora gli headliner i migliori della giornata. Impressiona positivamente Rescue e ti dici che forse sarà un grande live. E infatti sono in forma, per niente patetici nonostante l’età. Da brivido l’esecuzione di Killing Moon e la cover di Walk on the Wild Side, che ci si aspetterebbe inutile e palesemente inferiore invece proprio per niente.

Il terzo giorno le inutilia della piazza prevedono un concorso di esordienti che ci perdiamo senza troppa preoccupazione e poi a chiudere il pomeriggio il pirata Nikki Sudden, già visto a Milano qualche mese fa. Inizialmente prende bene, la musica è coinvolgente e ben suonata ma poi il fatto che le canzoni siano un po’ tutte uguali (rock blues 60-70 alla Stones) comincia a venire fuori e con questo anche la noia. E in più piove.
La serata in Fortezza comincia bene con i suoni algidi di Robert Lippok e Barbara Morgenstern, per me una sorpresa, e con il set di un Four Tet che mi dicono sensibilmente migliore rispetto a quanto visto alla TDK dance marathon. I pezzi sono quelli dei dischi, suonati più o meno allo stesso modo e le cose in più poco aggiungono, ma il set è coinvolgente, soprattutto nel finale più serrato e quindi promozione piena per lui.

I Blonde Redhead si trovano a fronteggiare una pioggia battente e un freddo della madonna ma lo fanno come si deve. Set con solo due brani dai primi album e che per il resto pesca interamente dagli ultimi due Melody of certain damaged lemons e Misery is a butterfly, a privilegiare quindi suoni meno sperimentali. Un set ben suonato, con attenzione anche all’aspetto visivo. Alle volte il gruppo mostra un po’ la corda della routine, dell’esibizione scolastica, ma le canzoni, nel loro mischiare Sonic Youth e suono 4AD, sono belle e va bene così.
Poi smette di piovere e arrivano gli Yo La Tengo. Come è stato giustamente detto “meno male che hanno suonato alla fine perché avrebbero comunque chiuso il festival” e in effetti fare meglio era davvero difficile. Hanno messo a posto tutti e in un’ora e mezza hanno mostrato tutte le evoluzioni di vent’anni di indie rock, facendo assaggiare post, noise, ballate, asprezza, dolcezza, poesia, divertimento, psichedelia, ironia, anthem, orecchiabilità alla pixies e qualsiasi altra cosa vi venga in mente, suonando nemmeno 15 canzoni e nemmeno tutte le loro più belle. Hanno regalato più di una volta quei momenti magici che alle volte accadono con la musica live in cui sei contento di essere dove sei (in mezzo alla gente a dimenarti) e di stare ascoltando quello che stai ascoltando e allora ti emozioni, o nel saltare su un anthem o nella dolcezza di una ballata, o nel ballare su un pezzo movimentato. Nel loro set è stato così in ogni pezzo, ogni canzone un’emozione diversa. Sono stati il concerto che è valso i 50 euro di abbonamento, i 66 di pernottamento, il mangiare solo cresce per tre giorni, le salite della morte, l’aver preso freddo, acqua e raffreddore. Sono il motivo per cui la musica non è stata solo il contorno di un bell’evento con tanti amici in una bella città, che avrebbe potuto durare una settimana e non avere concerti che tanto era uguale, tra chiacchere e baretti. Ci hanno fatto ricordare perché, un giorno, più o meno tutti i presenti hanno deciso che la musica avrebbe occupato nella loro vita una parte più grande di quella che occupa nella “gente normale”. E’ stato un momento altro, più alto, più bello. E’ stata musica, non arte, non poesia come stupidamente qualcuno potrebbe dire, non è stata un’esecuzione, è stata musica. Non suonare ma essere suonati.

E poi basta, il festival è finito lì e non avrebbe potuto essere diversamente.
invia un live report di Federico Sardo
| home | live reports | articoli | top |