Il popolo della notte sorride. La
primavera anticipata dispensa buon umore e leggerezza,
la città improvvisamente meno stressata si
prepara ad uscire di casa. L’appuntamento
scelto dai nottambuli più attenti e dai cani
sciolti più titubanti è al Cassero
di Bologna per assistere al dj-set di Matthew Herbert
accompagnato dal giovane Brooks, recentemente affiliatosi
presso la pregiata label Soundslike. La gente accorsa
per l’evento sembra allegra, rilassata, attende
composta l’inizio dello show sorseggiando
il primo di una lunga serie di drinks.
Ancora una volta il Cassero, circolo Arci-Gay Lesbian
di Bologna tra i più prolifici in Italia
in fatto di proposte culturali ed artistiche
d’avanguardia,
che spaziano dal teatro alla danza, al teatro-danza,
alla performance al cinema e alla musica. In
quanto a proposte musicali di un certo spessore
nel recente passato bastano i nomi di Rechenzentrum,
Thomas Koner, The Soft Pink Truth, Chicks On
Speed, Ellen Allien, per rendersi conto della
qualità delle
ricette succulente offerte dalla struttura.
Andrew James Brooks apre la serata proponendo gran
parte dell’album fresco di stampa Red Tape,
un concentrato di new wave, electro e pop dal gusto
vagamente acre, ma anche caratterizzato da inaspettate
e gradite sorprese in fatto di retrogusti.
In consolle un mixer, un portatilino scrauso, un
multi-FX e un microfono, dirige il giovane Brooks,
faccia da bravo ragazzo col viso imbronciato e cappellino
da baseball con visiera calata sugli occhi al seguito.
L’apertura è affidata ad Accidents,
un pezzo in equilibrio tra folk digitale e pop anni
80, tuffato in un letto di new wave classica all’inglese,
di non facile ricezione messa lì come antipasto,
ma tutto sommato ideale per rompere il ghiaccio.
La gustosa miniatura Restoration dispensa
copiose emanazioni lisergiche, i fantasmi di Prince
s’incontrano con la sensibilità del
canadese Mantler e con un’attitudine alla
forma canzone maledettamente 80’s.
Dopo alcune tracks non meglio identificate, dove
spesso il Nostro spavoneggia quasi fosse
la reincarnazione di Ian Curtis, si passa alla convincente
Bedbugs, folktronica in salsa electro,
uno dei pezzi meglio riusciti in versione live,
una base assolutamente accattivante quasi una Peaches
al maschile, con maggiore spazio per le melodie
e per il cantato lineare…chitarrine, flauti,
e carillions a fare da tappeto alla voce ancora
acerba ma promettente del giovanissimo protegè
di Herbert.
Il menù fondamentale di Brooks propone ricette
a base di cocktails di techno-pop di matrice dark,
una new wave moderna, che flirta però con
certa disco ’80, regalandoci momenti interessanti
e inaspettati nella improvvisa funkitudine di pezzi
come Do The Math, di nuovo un Prince in
versione PC low-fi a cena con i Sukia.
Altrettanto frizzante al palato, ma dal groove più
aperto e con un piglio vagamente esotico Tell
Somebody About Us, il brano più pop
proposto in scaletta che ricorda ancora i già
citati Sukia questa volta in libera uscita con The
Anubian Lights….molto interessante.
Per quanto riguarda le sonorità più
marcatamente techno-pop ottima l’esecuzione
anche nel cantato di Roxxy, un brano dal
sicuro appeal che rimanda al prolifico Jimmy Tamborello
in versione The Postal Service__più prevedibile
ma comunque capace di smuovere i culi Enormous
Member’s Club, una possibile hit disco-trash
dell’era paninari, timberland e hot dogs.
Insomma l’idea di fondo è che i numeri
ci siano, le idee e certe soluzioni di suono lasciano
ben sperare, sicuramente lo stile ha bisogno di
affinarsi, ma le premesse sono ottime.
L’unico piccolo rammarico la “mancata”
esecuzione della splendida cover di PJ Harvey, l’originalissima
rivisitazione di Man-Size tratto dall’irrinunciabile
Rid Of Me del 1993 e, a mio modesto parere, punto
di forza dell’album di Andrew.
Il ragazzo passa la palla al non più tanto
giovane Herbert, e qui ragazzi c’è
veramente poco da dire! Il maestro propone un dj-set,
quindi suona dischi, niente macchine_due piatti
e una pista. Il suo incipit è eccezionale,
si “aggancia letteralmente” agli ultimi
suoni di Brooks divenuti più ruvidi, sparando
a palla il Mr.Oizo più graffiante e astratto
venato funk di Analog Worms Attack, Inside The
Kidney Machine, una esplosiva frittura di synt
analogico in cassa big beat.
Si aprono le danze, inizia un lungo piacevole viaggio
all’interno di sonorità originalissime
e ritmi seducenti che spaziano dall’intelligent
house, alla minimal techno all’elettronica
colta fino a certo big beat d’autore, dove
il soul e il funk la fanno da padrone.
Qui però non serve sottolineare i momenti
della serata attraverso i brani proposti in scaletta,
conta come cambia il sentire del pubblico quando
arriva Matthew Herbert. Il popolo danzante della
notte pare letteralmente assorbito in un mantra
estatico che la straordinaria abilità del
DJ procura con naturalezza, selezione dopo selezione.
Una continua ovazione verso l’alto, non per
la facile associazione a dio, ma per la posizione
rialzata della consolle, chiaramente.
La pista è presto infuocata e lo rimarrà
per tutto il corso della generosissima performance,
che troverà uno dei suoi picchi di consenso
con The Audience, estratto dal sempre verde
Bodily Functions, una delle poche selezioni di casa
herbert aggiudicatesi la pole position in scaletta.
Il bilancio della serata è positivo, il
popolo della notte è appagato, si vede dalle
facce paonazze sorridenti di chi sta dentro e di
chi sta fuori a sfumazzare.
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