Signore e signori benvenuti all’Estragon.
Il locale rock storico di Bologna sempre puntuale
e generoso in fatto di novità, aggiunge
un tassello importante nel carnet già molto
succulento delle sue proposte. Ricordo con un po’ di
nostalgia concerti che lasciano il segno, penso
ai Mr. Bungle di Disco Volante (vecchia sede),
o al live esplosivo di One Minute Silence e Incubus,
al tempo semisconosciuti in Italia ma veramente
tosti, e soprattutto non ancora fighetti in odor
di dollaro!
L’Estragon, una certezza, il club da cui
la città non può prescindere, ospita
questa sera l’unica data italiana di Juliette
Lewis e i suoi The Licks, l’attrice hollywoodiana
ribelle per eccellenza, nella finzione come nella
vita reale, da un po’ di
tempo lontana dalle sale cinematografiche, e convertitasi
al rock’n’roll.
I più la ricorderanno nelle brillanti interpretazioni
in ruoli di eroine maledette nel film di Oliver
Stone Natural Born Killers e in Strange
Days di Kathryn Bigelow, nel quale Giulietta
interpreta il ruolo di una giovane cantante alla
ricerca del contratto discografico, smaliziata
e sexy da morire, dispostaa tutto pur di raggiungere
lo scopo.
La curiosità che mi spinge stasera a raggiungere
l’Estragon in taxi prende vita proprio da
questo film, precisamente nel momento in cui assisto
sbalordito alla straordinaria rivisitazione di Hardly
Wait di PJ Harvey, durante la quale Juliette
tira fuori tutto il suo animo punk con un’impensabile
naturalezza. Mi si drizzano i peli delle braccia,
brava con la voce, brava con il corpo, capace di
emozionare il cuore, partendo dall’epidermide
attraversando la carne, fino all’osso!….
capisco che la ragazza potrebbe anche avere velleità da
rockstar!
Questa sua naturale attitudine a cavalcare il
palcoscenico da vera rocker indiavolata, questa
capacità di comunicare con i semplici movimenti
del corpo prima ancora che con le parole la consegnano
alla critica internazionale come una sorta di Iguana al
femminile…e in questo senso le aspettative
non vengono deluse stasera. L’indole da rockettara
l’ha sempre avuta, è un fatto genetico!
Musicalmente però le cose non vanno per
il meglio…le canzoni ci sono, per carità,
suonano anche discretamente talvolta, ma nel complesso
il suono risulta legnoso e inconcludente. Manca
la sorpresa, il guizzo, il riff che seduce e… distrugge.
Il menù offerto è un punk-rock
educato, a modino, e già sentito, alla maniera
delle tante rock’n’roll band nostalgiche
dei generosissimi anni 70, che affollano la scena
musicale odierna.
Ogni tanto ho come l’impressione ci sia
una presenza spettrale, e nell’aria aleggi
lo spettro di Iggy Pop con i suoi Stooges, che
benedice e protegge la Giulietta dei nostri
sogni… si sente, puzza di iguana sudata,
e questa è la parte migliore. Meno bene
quando l’angelo custode s’allontana,
le canzoni risultano più prevedibili, noiosette,
penalizzando il ritmo della performance che in
questo modo procede a singhiozzo.
Si attacca con You’re Speaking My Language, si
prosegue con Sexual Frustration, dopo
aver chiesto maliziosamente al pubblico se fosse
intervenuto solo per vedere le sue gambe… dopodiché salta
la corrente per qualche minuto! L’album nuovo
viene attraversato quasi per intero e, con gli up
and down di cui sopra, qualche accenno al
precedente ep Like A Bolt Of Lightning e
un paio di new song, si giunge al bis
che vede la pregevole Search And Destroy eccellere
nel risicato mazzo, omaggiando così l’angelo
custode.
Insomma, i motori si accendono, ma la macchina
non decolla!
Avrei preferito qualche citazione in meno e un
po’ più di coraggio, qualche suggestione
più azzardata, di quelle che ti si appiccicano
addosso, e s’imprimono nella mente. Invece
niente, la performance di stasera nell’insieme
non guadagna posti significativi nella classifica
delle fissazioni cerebrali quotidiane della mia
memoria.
Come mi ha fatto notare l’amico Metello,
tra una sorso di vodka e l’altro…”sì carino,
un rock’n’roll classico punkettino
di una qualsiasi rock band di un qualsiasi college
americano!”.
E infatti You’re Speaking My Language è un
dischetto carino, niente più.
Certo, avere avuto la possibilità di veder
cantare Juliette Lewis da vicino mi ha emozionato,
difficile negarlo, sicura nelle sue nuovi vesti
di cantante, e terribilmente seducente nella sua
leggera, fragile e malata presenza, quel volto
irresistibile di eterna adolescente, quello sguardo
appena venato di follia…quei liberatori
ah ah ah ah ah ah in tonalità bassa satanica
che sembravano riesumare lo spirito ilare di Mallory
Knox in fase psicotica avanzata…born bad
!…born bad ! …born bad !… ma
purtroppo… that’s
all i have to say!
L’apertura con Quit Your Dayjob l’ho
mancata, causa ritardo….Tying Tiffany, assente! |