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KRAFTWERK
live @ PalaGalileo, Lido di Venezia (VE), 11.06.2005

“Uomini? Macchine?”
Il ritorno degli dei. Vederli, sentirli, sfiorarli con gli occhi. Tutti ad aspettare questo momento ed ora sono brividi caldi lungo la schiena. Prima della rivelazione, prima dell’annuncio.
Lo scenario del PalaGalileo risulta essere infine una delle sistemazioni più adeguate per il ritorno degli dei sulla terra. Per aprire il tour europeo, dopo il breve (ma intenso) passaggio sul suolo americano. Non può che essere una sala da cinema infatti a mettere in scena il compimento di un sogno, di un miraggio.
Qualche minuto di suoni aerei ed alieni, e poi il silenzio. Vedo qualcosa muoversi, scorgo delle ombre. Urla, grida e un fragore. Il suono. Eccoli. Si apre il sipario ed entrano in scena gli uomini-macchina. “The Man – Machine”, giusto per presentarsi.
Dietro di loro sullo schermo un rosso intenso, vigoroso fa da cornice alle scritte mastodontiche che sembrano condurre la musica. Segue “Planet of Visions” ideata per l’expo 2000, gravida di ritmo, acida, appuntita ma comunque scostante da qualsiasi contemporaneità. Il senso in cui muovono gli dei non è riconducibile alle comuni traiettorie della nutrita schiera di mestieranti della battuta. Loro si spingono al di là, al di fuori, di questa limitante uniformità. D’altronde sono, niente più e niente di meno, coloro che hanno inventato, creato e poi forgiato nel tempo e negli anni il suono elettronico. L’electro nasce e muore lì. Ed un pezzo del genere ce lo fa comprendere chiaramente.
Seguono poi, di fila, episodi dall’ultimo album dei nostri, imperniato sulla fascinosa epopea del Tour de France; quindi Tour de France Etape 1,2, Chrono, Vitamin (con pastiglioni di qualsiasi forma, colore e di inusitata grandezza che ci vengono sparati dritti in faccia dal megaschermo). Aspirine che si sciolgono in bicchieri d’acqua al ritmo della musica. Delirio totale. Bossa. Di nuovo silenzio. Una porta sbatte e si accende un motore. E’ quello di un maggiolino: “Autobahn”. Una decina di minuti di volo estatico su un’autostrada di suono, in alto, lassù come Icaro. Una manciata di note eteree ed eterne guidate da un liquido motorik, costante ed incalzante. Un sogno ad occhi aperti. Una allucinazione pop.
Superata a stento l’esaltazione, l’eccitamento, si prosegue con altre perle di algido romanticismo mitteleuropeo come la lussureggiante “The Model” (accompagnata da uno splendido filmato in b/n di aristocratiche dame anni Trenta) e la abbagliante, conturbante “Neon Lights”, commovente nella sua raffinatezza. Ed ecco “Radioactivity”. Una voce robotica ci segnala tutti i rischi arrecati da una eventuale contaminazione radioattiva causata dalle centrali nucleari. Ma i primi a rimanere contagiati, ammorbati, infettati da questa energia aliena siamo noi del pubblico, là davanti. Impressionante ancora una volta, non così dritta come su “The Mix”, ma maggiormente sviscerata nelle sue infinite mutazioni…un segnale Morse dall’aldilà e poi quel giro di tastiera celestiale, sublime. Altri tesori poi ci vengono elargiti come una “Pocket Calculator” in italiano. “Io sono l’operatore del mio piccolo calcolatore / io aggiungo, io sottraggo, io controllo e compongo / se io schiaccio un bottone lui compone una canzone…”. Magnifica, imbarazzante.
Si chiude il sipario e quando si riapre alle loro postazioni ritroviamo dei robots. “We are the robots”. La condizione della modernità tutta espressa tramite la trasformazione esplicita dell’Uomo stesso in macchina. La fine (l’inizio?) di un’era. Chiuso nuovamente il sipario alla ripartenza i nostri si presentano in assurde, paradossali, tute spaziali con disegno giallo fosforescente a tracciare illumina(n)ti gli ultimi tre pezzi. Le ammalianti e cadenzate “Elektro Kardiogram” e “Aero Dynamik” ed infine l’eterna “Music non stop”. La musica è (in)finita. E noi ne siamo stati inermi testimoni.

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