“Uomini?
Macchine?”
Il ritorno degli dei. Vederli, sentirli, sfiorarli
con gli occhi. Tutti ad aspettare questo momento
ed ora sono brividi caldi lungo la schiena. Prima
della rivelazione, prima dell’annuncio.
Lo scenario del PalaGalileo risulta essere infine
una delle sistemazioni più adeguate per il
ritorno degli dei sulla terra. Per aprire il tour
europeo, dopo il breve (ma intenso) passaggio sul
suolo americano. Non può che essere una sala
da cinema infatti a mettere in scena il compimento
di un sogno, di un miraggio.
Qualche minuto di suoni aerei ed alieni, e poi il
silenzio. Vedo qualcosa muoversi, scorgo delle ombre.
Urla, grida e un fragore. Il suono. Eccoli. Si apre
il sipario ed entrano in scena gli uomini-macchina.
“The Man – Machine”, giusto per
presentarsi.
Dietro di loro sullo schermo un rosso intenso, vigoroso
fa da cornice alle scritte mastodontiche che sembrano
condurre la musica. Segue “Planet of Visions”
ideata per l’expo 2000, gravida di ritmo,
acida, appuntita ma comunque scostante da qualsiasi
contemporaneità. Il senso in cui muovono
gli dei non è riconducibile alle comuni traiettorie
della nutrita schiera di mestieranti della battuta.
Loro si spingono al di là, al di fuori, di
questa limitante uniformità. D’altronde
sono, niente più e niente di meno, coloro
che hanno inventato, creato e poi forgiato nel tempo
e negli anni il suono elettronico. L’electro
nasce e muore lì. Ed un pezzo del genere
ce lo fa comprendere chiaramente.
Seguono poi, di fila, episodi dall’ultimo
album dei nostri, imperniato sulla fascinosa epopea
del Tour de France; quindi Tour de France Etape
1,2, Chrono, Vitamin (con pastiglioni di qualsiasi
forma, colore e di inusitata grandezza che ci vengono
sparati dritti in faccia dal megaschermo). Aspirine
che si sciolgono in bicchieri d’acqua al ritmo
della musica. Delirio totale. Bossa. Di nuovo silenzio.
Una porta sbatte e si accende un motore. E’
quello di un maggiolino: “Autobahn”.
Una decina di minuti di volo estatico su un’autostrada
di suono, in alto, lassù come Icaro. Una
manciata di note eteree ed eterne guidate da un
liquido motorik, costante ed incalzante. Un sogno
ad occhi aperti. Una allucinazione pop.
Superata a stento l’esaltazione, l’eccitamento,
si prosegue con altre perle di algido romanticismo
mitteleuropeo come la lussureggiante “The
Model” (accompagnata da uno splendido filmato
in b/n di aristocratiche dame anni Trenta) e la
abbagliante, conturbante “Neon Lights”,
commovente nella sua raffinatezza. Ed ecco “Radioactivity”.
Una voce robotica ci segnala tutti i rischi arrecati
da una eventuale contaminazione radioattiva causata
dalle centrali nucleari. Ma i primi a rimanere contagiati,
ammorbati, infettati da questa energia aliena siamo
noi del pubblico, là davanti. Impressionante
ancora una volta, non così dritta come su
“The Mix”, ma maggiormente sviscerata
nelle sue infinite mutazioni…un segnale Morse
dall’aldilà e poi quel giro di tastiera
celestiale, sublime. Altri tesori poi ci vengono
elargiti come una “Pocket Calculator”
in italiano. “Io sono l’operatore del
mio piccolo calcolatore / io aggiungo, io sottraggo,
io controllo e compongo / se io schiaccio un bottone
lui compone una canzone…”. Magnifica,
imbarazzante.
Si chiude il sipario e quando si riapre alle loro
postazioni ritroviamo dei robots. “We are
the robots”. La condizione della modernità
tutta espressa tramite la trasformazione esplicita
dell’Uomo stesso in macchina. La fine (l’inizio?)
di un’era. Chiuso nuovamente il sipario alla
ripartenza i nostri si presentano in assurde, paradossali,
tute spaziali con disegno giallo fosforescente a
tracciare illumina(n)ti gli ultimi tre pezzi. Le
ammalianti e cadenzate “Elektro Kardiogram”
e “Aero Dynamik” ed infine l’eterna
“Music non stop”. La musica è
(in)finita. E noi ne siamo stati inermi testimoni.
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