Intro
(o di quartieri cattolici, divertimento!, guardie
d’amore, sporco)
Sono le tre e un quarto della notte tra 28 e 29
maggio, e i Gang of Four stanno demolendo i propri
strumenti e l’anima di tutti i quanti, senza
che sia il 1985 (guardate bene, perché se
al lato del palco ci sono Steve Shelley dei Sonic
Youth e Mick Collins dei Dirtbombs, ballanti e sorridenti,
in prima fila c’è il tipo degli Out
Hud, e quindi non possiamo che essere nel contemporaneo
futuro --ma su questo ci torneremo).
Flashback.
Trenta ore prima, minuto più, minuto meno,
Iggy ci sta raccontando che l’anno scorso
aveva ventun anni, e tra poco ne avrà ventidue.
E, oh my, boo-hoo, guardatelo: non può che
essere vero. Fast forward: ventimila ragazzi cantano
e ballano mentre i New Order suonano Love Will Tear
Us Apart.
E quindi: cos’è successo a tutti i
ragazzi promettenti?
Flashback.
Primo giorno (o di
come la costa sia in continuo mutamento)
Il Fòrum è sul mare, ha un’aria
tra il suburbano e il cyberpunk e si estende su
un’area grande il doppio della Basilicata.
Il primo artista di cui mi tocca vedere il concerto
è un tale Xavier Barò,
dimenticabile delirio in catalano. Gli Art Brut,
dopo di lui, hanno un cantante che suona in pantofole,
e indossano camicie e cravatte da nuovissime sensazioni
britanniche. C’hanno anche la tipa, o forse
due. Il loro punk-rock mi diverte per una ventina
di minuti, dopodiché mi metto a pensare ad
altro. Dei Maxïmo Park, in
scena dopo di loro, vedo invece l’intero show
senza annoiarmi, e questo, al giorno d’oggi,
è già un notevole successo, e The
Coast is Always Changing, scioccamente, mi commuove
come mi hanno sempre commosso quelle grandiose pop-song
inglesi alla Libertines o alla cento altri gruppi
prima di loro. Ma sto per indossare un altro paio
di maniche: entrano in gioco i duri, ovvero gli
Jesu, che salgono sul piccolo palco
Danzka CD Drome alle undici in punto. Su un altro
stage stanno per suonare gli Arcade Fire, e quindi
ad assistere a questo show non c’è
che qualche metallaro reduce dalla tragica guerra
combattuta e persa contro la sfiga (me compreso).
In concerto, la band di Justin Broadrick è
ancora più compatta, distorta e pesante che
su disco, e questo va a scapito della voce, a tratti
del tutto coperta dal fragore degli strumenti. In
tre, con un notevole supporto di inserti elettronici,
gli autori del mio personale debutto dell’anno
mi rendono sordo il giusto quando, dopo quattro
pezzi, e cioè tre quarti d’ora più
tardi, cedo al richiamo delle sirene dell’hype
e corro a vedere la band più attesa della
giornata. Almeno cinquemila persone assistono all’esibizione
degli Arcade Fire,
cantando in coro praticamente tutte le canzoni in
scaletta. Ora, sarò sincero: mi piacerebbe
molto parlare male della band canadese –il
vecchio sport, a me caro, di abbattere le mode-,
ma non c’è proprio niente di brutto
che riesca a dire al loro riguardo. I loro anthem
indie-pop non perdono di solidità dal vivo,
tutt’altro, e per i successivi due giorni
di festival, di tanto in tanto, si sentirà
qualcuno che canticchia Power Out. Abbiamo un nuovo
gruppo-guida dell’indie-rock mondiale? Probabilmente
solo fino a quando Pitchfork non ne creerà
un altro, ma oggi è bello crederlo, anche
se, e per alcuni sarà dura da ammettere,
in questo ambito sembra che davvero tutto sia già
stato detto.
Sono perso in tali pensieri dissociati quando, da
un momento all’altro, gli Isis mi ripotano
bruscamente sulla terra, con il loro heavy metal
cerebrale, che riesce nella singolare impresa di
risultare selvaggio e noioso allo stesso tempo.
Dopo una ventina di minuti decido che non fanno
per me, e mi diverto a guardare gli headbangers
impazziti in mezzo al pubblico. Dopo le due, vestito
come il cattivo di Scream, arriva Tim Hecker,
che propone un set di ambient-noise che forse piacerebbe
a The Wire, ma di certo non alla povera anima semplice
che sono io. I più colti tra gli spettatori
sembrano gradire, ma quando una tipa tedesca mi
chiede, esasperata, -“Do you like this music?
I think that’s SHIT!!”, io sono molto
tentato di essere d’accordo con lei. La proverbiale
dimenticabilità dei Radio 4,
sull’altro stage, mi fa decidere che è
meglio rivolgere una preghiera a Santa Attesa, protettrice
dei rockers, ed affrontare la lunghissima coda allo
stand della pizza. Il mio corpo decide poi di subire
passivamente l’esibizione di/dei Services,
di cui ho dimenticato ogni cosa, per essere poi,
con grande sorpresa, svegliato di colpo dal dj set
di Vitalic che –fino alle cinque di mattina!-
mi costringe a tenere gli occhi aperti. Se non sbaglio,
nessun appassionato di elettronica legge Unmute,
e questo mi permette di sorvolare sullo show in
questione, che non riuscirei mai a definire senza
infilare tonnellate di strafalcioni, ad esempio
le parole Daft e Punk, che di certo userei a sproposito.
E poi è finita. Camminare. Metropolitana.
Camminare ancora. Dormire, finalmente.
di cui ho dimenticato ogni cosa, per essere poi,
con grande sorpresa, svegliato di colpo dal dj set
di Vitalic che –fino alle
cinque di mattina!- mi costringe a tenere gli occhi
aperti. Se non sbaglio, nessun appassionato di elettronica
legge Unmute, e questo mi permette di sorvolare
sullo show in questione, che non riuscirei mai a
definire senza infilare tonnellate di strafalcioni,
ad esempio le parole Daft e Punk, che di certo userei
a sproposito. E poi è finita. Camminare.
Metropolitana. Camminare ancora. Dormire, finalmente.
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