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PRIMAVERA SOUND FESTIVAL
Barcellona, Fòrum, 26/27/28 maggio 2005

Intro (o di quartieri cattolici, divertimento!, guardie d’amore, sporco)
Sono le tre e un quarto della notte tra 28 e 29 maggio, e i Gang of Four stanno demolendo i propri strumenti e l’anima di tutti i quanti, senza che sia il 1985 (guardate bene, perché se al lato del palco ci sono Steve Shelley dei Sonic Youth e Mick Collins dei Dirtbombs, ballanti e sorridenti, in prima fila c’è il tipo degli Out Hud, e quindi non possiamo che essere nel contemporaneo futuro --ma su questo ci torneremo).
Flashback.
Trenta ore prima, minuto più, minuto meno, Iggy ci sta raccontando che l’anno scorso aveva ventun anni, e tra poco ne avrà ventidue. E, oh my, boo-hoo, guardatelo: non può che essere vero. Fast forward: ventimila ragazzi cantano e ballano mentre i New Order suonano Love Will Tear Us Apart.
E quindi: cos’è successo a tutti i ragazzi promettenti?
Flashback.

Primo giorno (o di come la costa sia in continuo mutamento)
Il Fòrum è sul mare, ha un’aria tra il suburbano e il cyberpunk e si estende su un’area grande il doppio della Basilicata. Il primo artista di cui mi tocca vedere il concerto è un tale Xavier Barò, dimenticabile delirio in catalano. Gli Art Brut, dopo di lui, hanno un cantante che suona in pantofole, e indossano camicie e cravatte da nuovissime sensazioni britanniche. C’hanno anche la tipa, o forse due. Il loro punk-rock mi diverte per una ventina di minuti, dopodiché mi metto a pensare ad altro. Dei Maxïmo Park, in scena dopo di loro, vedo invece l’intero show senza annoiarmi, e questo, al giorno d’oggi, è già un notevole successo, e The Coast is Always Changing, scioccamente, mi commuove come mi hanno sempre commosso quelle grandiose pop-song inglesi alla Libertines o alla cento altri gruppi prima di loro. Ma sto per indossare un altro paio di maniche: entrano in gioco i duri, ovvero gli Jesu, che salgono sul piccolo palco Danzka CD Drome alle undici in punto. Su un altro stage stanno per suonare gli Arcade Fire, e quindi ad assistere a questo show non c’è che qualche metallaro reduce dalla tragica guerra combattuta e persa contro la sfiga (me compreso). In concerto, la band di Justin Broadrick è ancora più compatta, distorta e pesante che su disco, e questo va a scapito della voce, a tratti del tutto coperta dal fragore degli strumenti. In tre, con un notevole supporto di inserti elettronici, gli autori del mio personale debutto dell’anno mi rendono sordo il giusto quando, dopo quattro pezzi, e cioè tre quarti d’ora più tardi, cedo al richiamo delle sirene dell’hype e corro a vedere la band più attesa della giornata. Almeno cinquemila persone assistono all’esibizione degli Arcade Fire, cantando in coro praticamente tutte le canzoni in scaletta. Ora, sarò sincero: mi piacerebbe molto parlare male della band canadese –il vecchio sport, a me caro, di abbattere le mode-, ma non c’è proprio niente di brutto che riesca a dire al loro riguardo. I loro anthem indie-pop non perdono di solidità dal vivo, tutt’altro, e per i successivi due giorni di festival, di tanto in tanto, si sentirà qualcuno che canticchia Power Out. Abbiamo un nuovo gruppo-guida dell’indie-rock mondiale? Probabilmente solo fino a quando Pitchfork non ne creerà un altro, ma oggi è bello crederlo, anche se, e per alcuni sarà dura da ammettere, in questo ambito sembra che davvero tutto sia già stato detto.
Sono perso in tali pensieri dissociati quando, da un momento all’altro, gli Isis mi ripotano bruscamente sulla terra, con il loro heavy metal cerebrale, che riesce nella singolare impresa di risultare selvaggio e noioso allo stesso tempo. Dopo una ventina di minuti decido che non fanno per me, e mi diverto a guardare gli headbangers impazziti in mezzo al pubblico. Dopo le due, vestito come il cattivo di Scream, arriva Tim Hecker, che propone un set di ambient-noise che forse piacerebbe a The Wire, ma di certo non alla povera anima semplice che sono io. I più colti tra gli spettatori sembrano gradire, ma quando una tipa tedesca mi chiede, esasperata, -“Do you like this music? I think that’s SHIT!!”, io sono molto tentato di essere d’accordo con lei. La proverbiale dimenticabilità dei Radio 4, sull’altro stage, mi fa decidere che è meglio rivolgere una preghiera a Santa Attesa, protettrice dei rockers, ed affrontare la lunghissima coda allo stand della pizza. Il mio corpo decide poi di subire passivamente l’esibizione di/dei Services, di cui ho dimenticato ogni cosa, per essere poi, con grande sorpresa, svegliato di colpo dal dj set di Vitalic che –fino alle cinque di mattina!- mi costringe a tenere gli occhi aperti. Se non sbaglio, nessun appassionato di elettronica legge Unmute, e questo mi permette di sorvolare sullo show in questione, che non riuscirei mai a definire senza infilare tonnellate di strafalcioni, ad esempio le parole Daft e Punk, che di certo userei a sproposito. E poi è finita. Camminare. Metropolitana. Camminare ancora. Dormire, finalmente.
di cui ho dimenticato ogni cosa, per essere poi, con grande sorpresa, svegliato di colpo dal dj set di Vitalic che –fino alle cinque di mattina!- mi costringe a tenere gli occhi aperti. Se non sbaglio, nessun appassionato di elettronica legge Unmute, e questo mi permette di sorvolare sullo show in questione, che non riuscirei mai a definire senza infilare tonnellate di strafalcioni, ad esempio le parole Daft e Punk, che di certo userei a sproposito. E poi è finita. Camminare. Metropolitana. Camminare ancora. Dormire, finalmente.

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