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PRIMAVERA SOUND FESTIVAL
Barcellona, Fòrum, 26/27/28 maggio 2005

Secondo giorno (o dell’amore che ci farà a pezzi, di nuovo)
Lucifero in persona si dedica alla compilazione della scaletta del secondo giorno del Primavera Sound Festival. Programma ricchissimo e serrato che più serrato non si può; di questa giornata ricorderò più che altro l’eterno vagare tra i sette palchi, con la faccia deformata dall’angoscia, nel tentativo di perdermi il meno possibile. Parto male, perché salto totalmente lo show di Sole + 12Twelve per assistere, nel bellissimo Auditori, al concerto di Antony & the Johnsons. Il mio umore è dei peggiori, e in pochi minuti Antony il malvagio cerca di peggiorarlo suonando di fila Cripple & the Starfish e The Lake. Un ‘ora di spettacolo gradevole ma tutt’altro che indimenticabile –never trust an Italian hype, regà- e vado a vedere i Vetiver, che però, a differenza di Devendra Banhart solista, evocano tanto situazioni da amici al parco, una chitarra e uno spinello, e stanno bene dove stanno, mentre io nel giro di dieci minuti fuggo a vedere i Broken Social Scene, incredibilmente potenti ed efficaci dal vivo a dispetto degli uomini-con-le.spille-dei-gruppi che assistono allo show. Dopo gli Arcade Fire, ecco un’altra moda che si rivela piena di consistenza, con mio grande scorno, e anche un po’ di sorpresa (in realtà i poveri BSS avevano già tirato giù i muri del Circolo degli Artisti qualche mese fa, ma avevo fatto di tutto per dimenticarlo). Ron Sexsmith deve morire. Micah P. Hinson, altro miracolato dalla nostra scena di mezze figure (eccolo là: ha gli occhiali ed è noioso. Capolavoro! Capolavoro!!), dal vivo ribalta tutto il male che penso di lui: urla come se fosse uno dei Cannibal Corpse (davvero!) e il suo show, forse un po’ sopra le righe, è qualcosa di quasi inimmaginabile per chi, come me, non ha voluto crogiolarsi nella noia del suo album di debutto. Nel frattempo, su un altro palco, i Gravenhurst, copia carbone e demodé di Slint e June of 44, nonché band ritenuta innovativa solo perché incide su Warp, si rivela una delle sorprese dell’intero festival: loro sono tre ragazzi piuttosto brutti che però sembrano credere in quello che fanno, e, cosa più importante, lo comunicano ai quattro gatti che assistono alla loro esibizione. Uno dei pochi casi in cui il post-rock non è solo maniera, nel 2005. Alle nove in punto, David Thomas con i suoi Two Pale Boys inizia il concerto che sarà con ogni probabilità ricordato come il migliore del festival dai pochi fortunati che vi assistono. Non sono uno di loro, se non per i primi due pezzi –ovviamente splendidi, come il pancione di David e la sua espressione schifata a causa della birra che gli hanno offerto-, perché di là stanno per attaccare gli Stooges, e, oh my, non so se rendo. IGGY AND THE STOOGES, ragazzi! Rispetto alla leggendaria esibizione torinese di un anno fa, Iggy è ancora più agitato sul palco, la chitarra di Ron Asheton è spietata e assassina come non mai, il sound è meno potente ma splendidamente anni ’70, e permette alle note del sax di Steve McKay di arrivare fino alle nostre orecchie. Iggy e gli Stooges in concerto non possono essere descritti né visti, ma soltanto vissuti, e sebbene le parole che io abbia appena scritto le abbia squallidamente mutuate da un video der Piotta, penso possano essere utili a rendere l’idea . Quel ragazzo ha 58 anni, più di mio padre e più del rock’n’roll, e si arrampica sugli amplificatori, scalcia, mima amplessi, salta giù dal palco e urla, il tutto grazie un fisico che mai e poi mai avremo durante i nostri ultimi vent’anni, e figuriamoci a sessanta. Attaccano con Loose (I stick it / deep inside); poi Down on the Street, e una 1969 che mette tranquillamente a tacere un buon 90% dei pezzi che sono stati e verranno suonati sui palchi del Primavera Sound in questi giorni. I Wanna Be Your Dog, due volte, poi Dirt, Funhouse, e in pratica tutti i pezzi dei primi due album, oltre a un paio di canzoni tratte da Skull Ring, completano la micidiale setlist. Come ha detto un amico, presente sia a Torino che al festival: fuori categoria. Le band di oggi fanno indie-post-shoegaze-pop-sentimental-boredom-cantautorato-indie-sludge-electro-core-hard-pop. Gli Stooges fanno rock’n’roll, e le cancellano tutte. Senza sforzo.
Dopo il loro concerto, per un attimo, valuto seriamente l’ipotesi di tornare a casa all’istante. Poco dopo, però, mentre mi faccio sfuggire una maglietta con scritto 1969 tanto bella quanto costosa, realizzo che l’esibizione dei New Order, prevista per mezzanotte, mi obbliga a restare ancora un po’. Bene.
Già che ci sono, corro a vedere il finale di Kristin Hersh, di cui ascolto 4 o 5 pezzi sufficienti a spezzarmi il cuore in eterno. Grandiosa. Sondre Lerche, più tardi, inizia un ottimo concerto con tanto di orchestra, gran voce e la magnifica Sleep on Needles, ma devo lasciarlo dopo una ventina di minuti a causa degli American Music Club. Vedrò una minima parte anche del loro show, ma sono dei maestri, intensi tanto quanto è brutto Mark Eitzel. Mi dispiace dovermene andare dopo non molto, questa band merita molta più attenzione e devozione: sono stati in giro per anni pubblicando solo dischi splendidi (è vero? Non è vero? Chissenefrega, tanto non li conosce nessuno), e di recente sono tornati con un disco splendido, ma ubi maior blue monday, è mezzanotte e tocca ai New Order. Paura e sgomento. Attaccano con Love Vigilantes e Crystal, prima della quale Sumner, con molta serietà, manda a quel paese gli spagnoli, colpevoli di aver ignorato Get Ready. Ma loro –viva latinos!- probabilmente non capiscono, e comunque stanno già ballando tutti, stiamo già ballando tutti (persino io nella mia solita immobilità da critico che la sa lunga), e questi altri ragazzini ci stendono con Regret, Hey Now e Krafty, per poi azzardare il colpo del k.o.: “The next song is Transmission by Joy Division”. Ancora una volta crollano le pareti, anche se questo festival è all’aperto. Si va avanti con Run Wild, che nessuno ricordava così bella (o almeno: io non me ne ero mai accorto), e con diversi pezzi nuovi o recenti, fino allo spaventoso finale con Love Will Tear Us Apart (altro terremoto), Temptation e, ovviamente, Blue Monday. Forse, visto che sto scrivendo il resoconto di un festival indie, sbaglio a dilungarmi tanto su Stooges e New Order, ma la questione è molto semplice: a quanto pare, nel 2005, i vecchi la sanno molto più lunga di molti giovani. Ma lo spettacolo deve andare avanti: le Erase Errata, che attendevo di vedere da secoli, non valgono nulla. Dopo una quindicina di pezzi, e cioè dopo 6 o 7 minuti scarsi di punkettino molto banale (nonostante la tromba che la cantante suona a tratti costituisce un pericoloso specchietto per le allodole arty), vado a vedere i Mercury Rev, meno magnificenti di quando, nel 2002, fecero brutalmente a pezzi gli Afterhours con cui condivisero un breve tour italiano, ma comunque notevoli. Tides of the Moon, Goddess on a Highway e Dark is Rising sono tra i pezzi più emozionanti e coinvolgenti ascoltati durante l’intero festival, anche se affermare una cosa del genere mi rende lagnoso e barocco. Certo fa un po’ strano pensare a degli acidissimi punk-rockers che, oggigiorno, fanno dischi con i campanelli e gli arrangiamenti orchestrali, e videoclip con gli orsetti e le camicie bianche, ma tant’è: non si può escludere che si tratti di un effetto collaterale delle tante droghe prese nel corso degli anni, ma a volte, evidentemente, le sostanze psicotrope non fanno così male. A seguire, gli Psychic TV, che fanno trucidissimo punk-hard-rock anni ’80, cui aggiungono il buongusto del topless di Genesis P-Orridge. Ridicoli, ma un paio di risate me le hanno strappate. All’alba delle tre di notte, devastato una, due volte (chi coglie la cripto-citazione vince una recensione gratis di quello che vuole lui), trovo la forza di assistere anche al sorprendente concerto dei Piano Magic. Nonostante i loro sforzi per sembrare noiosi e insopportabili, dal vivo sono loud e coinvolgenti, ma io sono davvero troppo stanco per lasciarmi coinvolgere. Dopo una quarantina di minuti decido di averne abbastanza, mi sdraio su un prato e finalmente, un’ora più tardi, convinco qualcuno a venire via con me, come un Paolo Conte altrettanto vecchio ma con la maglietta dei Nine Inch Nails. Verso le cinque sono a Plaza Catalunya, e poi sulle Ramblas, che attraverso indenne nonostante l’abbondanza di teppa. Col sole che mi inonda la stanza, inizio a dormire e a sognare qualcosa che non sia rock. O almeno lo spero.

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