Secondo
giorno (o dell’amore che ci farà a
pezzi, di nuovo)
Lucifero in persona si dedica alla compilazione
della scaletta del secondo giorno del Primavera
Sound Festival. Programma ricchissimo e serrato
che più serrato non si può; di questa
giornata ricorderò più che altro l’eterno
vagare tra i sette palchi, con la faccia deformata
dall’angoscia, nel tentativo di perdermi il
meno possibile. Parto male, perché salto
totalmente lo show di Sole + 12Twelve per assistere,
nel bellissimo Auditori, al concerto di Antony
& the Johnsons. Il mio umore è
dei peggiori, e in pochi minuti Antony il malvagio
cerca di peggiorarlo suonando di fila Cripple &
the Starfish e The Lake. Un ‘ora di spettacolo
gradevole ma tutt’altro che indimenticabile
–never trust an Italian hype, regà-
e vado a vedere i Vetiver, che
però, a differenza di Devendra Banhart solista,
evocano tanto situazioni da amici al parco, una
chitarra e uno spinello, e stanno bene dove stanno,
mentre io nel giro di dieci minuti fuggo a vedere
i Broken Social Scene, incredibilmente
potenti ed efficaci dal vivo a dispetto degli uomini-con-le.spille-dei-gruppi
che assistono allo show. Dopo gli Arcade Fire, ecco
un’altra moda che si rivela piena di consistenza,
con mio grande scorno, e anche un po’ di sorpresa
(in realtà i poveri BSS avevano già
tirato giù i muri del Circolo degli Artisti
qualche mese fa, ma avevo fatto di tutto per dimenticarlo).
Ron Sexsmith deve morire. Micah
P. Hinson, altro miracolato dalla nostra
scena di mezze figure (eccolo là: ha gli
occhiali ed è noioso. Capolavoro! Capolavoro!!),
dal vivo ribalta tutto il male che penso di lui:
urla come se fosse uno dei Cannibal Corpse (davvero!)
e il suo show, forse un po’ sopra le righe,
è qualcosa di quasi inimmaginabile per chi,
come me, non ha voluto crogiolarsi nella noia del
suo album di debutto. Nel frattempo, su un altro
palco, i Gravenhurst, copia carbone
e demodé di Slint e June of 44, nonché
band ritenuta innovativa solo perché incide
su Warp, si rivela una delle sorprese dell’intero
festival: loro sono tre ragazzi piuttosto brutti
che però sembrano credere in quello che fanno,
e, cosa più importante, lo comunicano ai
quattro gatti che assistono alla loro esibizione.
Uno dei pochi casi in cui il post-rock non è
solo maniera, nel 2005. Alle nove in punto, David
Thomas con i suoi Two Pale Boys
inizia il concerto che sarà con ogni probabilità
ricordato come il migliore del festival dai pochi
fortunati che vi assistono. Non sono uno di loro,
se non per i primi due pezzi –ovviamente splendidi,
come il pancione di David e la sua espressione schifata
a causa della birra che gli hanno offerto-, perché
di là stanno per attaccare gli Stooges,
e, oh my, non so se rendo. IGGY AND THE STOOGES,
ragazzi! Rispetto alla leggendaria esibizione torinese
di un anno fa, Iggy è ancora più agitato
sul palco, la chitarra di Ron Asheton è spietata
e assassina come non mai, il sound è meno
potente ma splendidamente anni ’70, e permette
alle note del sax di Steve McKay di arrivare fino
alle nostre orecchie. Iggy e gli Stooges in concerto
non possono essere descritti né visti, ma
soltanto vissuti, e sebbene le parole che io abbia
appena scritto le abbia squallidamente mutuate da
un video der Piotta, penso possano essere utili
a rendere l’idea . Quel ragazzo ha 58 anni,
più di mio padre e più del rock’n’roll,
e si arrampica sugli amplificatori, scalcia, mima
amplessi, salta giù dal palco e urla, il
tutto grazie un fisico che mai e poi mai avremo
durante i nostri ultimi vent’anni, e figuriamoci
a sessanta. Attaccano con Loose (I stick it / deep
inside); poi Down on the Street, e una 1969 che
mette tranquillamente a tacere un buon 90% dei pezzi
che sono stati e verranno suonati sui palchi del
Primavera Sound in questi giorni. I Wanna Be Your
Dog, due volte, poi Dirt, Funhouse, e in pratica
tutti i pezzi dei primi due album, oltre a un paio
di canzoni tratte da Skull Ring, completano la micidiale
setlist. Come ha detto un amico, presente sia a
Torino che al festival: fuori categoria. Le band
di oggi fanno indie-post-shoegaze-pop-sentimental-boredom-cantautorato-indie-sludge-electro-core-hard-pop.
Gli Stooges fanno rock’n’roll, e le
cancellano tutte. Senza sforzo.
Dopo il loro concerto, per un attimo, valuto seriamente
l’ipotesi di tornare a casa all’istante.
Poco dopo, però, mentre mi faccio sfuggire
una maglietta con scritto 1969 tanto bella quanto
costosa, realizzo che l’esibizione dei New
Order, prevista per mezzanotte, mi obbliga a restare
ancora un po’. Bene.
Già che ci sono, corro a vedere il finale
di Kristin Hersh, di cui ascolto
4 o 5 pezzi sufficienti a spezzarmi il cuore in
eterno. Grandiosa. Sondre Lerche,
più tardi, inizia un ottimo concerto con
tanto di orchestra, gran voce e la magnifica Sleep
on Needles, ma devo lasciarlo dopo una ventina di
minuti a causa degli American Music Club.
Vedrò una minima parte anche del loro show,
ma sono dei maestri, intensi tanto quanto è
brutto Mark Eitzel. Mi dispiace dovermene andare
dopo non molto, questa band merita molta più
attenzione e devozione: sono stati in giro per anni
pubblicando solo dischi splendidi (è vero?
Non è vero? Chissenefrega, tanto non li conosce
nessuno), e di recente sono tornati con un disco
splendido, ma ubi maior blue monday, è mezzanotte
e tocca ai New Order. Paura e sgomento.
Attaccano con Love Vigilantes e Crystal, prima della
quale Sumner, con molta serietà, manda a
quel paese gli spagnoli, colpevoli di aver ignorato
Get Ready. Ma loro –viva latinos!- probabilmente
non capiscono, e comunque stanno già ballando
tutti, stiamo già ballando tutti (persino
io nella mia solita immobilità da critico
che la sa lunga), e questi altri ragazzini ci stendono
con Regret, Hey Now e Krafty, per poi azzardare
il colpo del k.o.: “The next song is Transmission
by Joy Division”. Ancora una volta crollano
le pareti, anche se questo festival è all’aperto.
Si va avanti con Run Wild, che nessuno ricordava
così bella (o almeno: io non me ne ero mai
accorto), e con diversi pezzi nuovi o recenti, fino
allo spaventoso finale con Love Will Tear Us Apart
(altro terremoto), Temptation e, ovviamente, Blue
Monday. Forse, visto che sto scrivendo il resoconto
di un festival indie, sbaglio a dilungarmi tanto
su Stooges e New Order, ma la questione è
molto semplice: a quanto pare, nel 2005, i vecchi
la sanno molto più lunga di molti giovani.
Ma lo spettacolo deve andare avanti: le Erase
Errata, che attendevo di vedere da secoli,
non valgono nulla. Dopo una quindicina di pezzi,
e cioè dopo 6 o 7 minuti scarsi di punkettino
molto banale (nonostante la tromba che la cantante
suona a tratti costituisce un pericoloso specchietto
per le allodole arty), vado a vedere i Mercury
Rev, meno magnificenti di quando, nel 2002,
fecero brutalmente a pezzi gli Afterhours con cui
condivisero un breve tour italiano, ma comunque
notevoli. Tides of the Moon, Goddess on a Highway
e Dark is Rising sono tra i pezzi più emozionanti
e coinvolgenti ascoltati durante l’intero
festival, anche se affermare una cosa del genere
mi rende lagnoso e barocco. Certo fa un po’
strano pensare a degli acidissimi punk-rockers che,
oggigiorno, fanno dischi con i campanelli e gli
arrangiamenti orchestrali, e videoclip con gli orsetti
e le camicie bianche, ma tant’è: non
si può escludere che si tratti di un effetto
collaterale delle tante droghe prese nel corso degli
anni, ma a volte, evidentemente, le sostanze psicotrope
non fanno così male. A seguire, gli Psychic
TV, che fanno trucidissimo punk-hard-rock
anni ’80, cui aggiungono il buongusto del
topless di Genesis P-Orridge. Ridicoli, ma un paio
di risate me le hanno strappate. All’alba
delle tre di notte, devastato una, due volte (chi
coglie la cripto-citazione vince una recensione
gratis di quello che vuole lui), trovo la forza
di assistere anche al sorprendente concerto dei
Piano Magic. Nonostante i loro
sforzi per sembrare noiosi e insopportabili, dal
vivo sono loud e coinvolgenti, ma io sono davvero
troppo stanco per lasciarmi coinvolgere. Dopo una
quarantina di minuti decido di averne abbastanza,
mi sdraio su un prato e finalmente, un’ora
più tardi, convinco qualcuno a venire via
con me, come un Paolo Conte altrettanto vecchio
ma con la maglietta dei Nine Inch Nails. Verso le
cinque sono a Plaza Catalunya, e poi sulle Ramblas,
che attraverso indenne nonostante l’abbondanza
di teppa. Col sole che mi inonda la stanza, inizio
a dormire e a sognare qualcosa che non sia rock.
O almeno lo spero.
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