Terzo
giorno (o di risse adolescenti)
A volte, raccontando di concerti o parlando di dischi
(cioè le uniche cose di cui scrivo nella
mia vita e quasi le uniche due di cui parlo abitualmente
-sì, sono uno sfigato, d’accordo, ma
non fatemi perdere il filo), assumo questo tono
da vecchio simpaticone, hey hey amigo, rock’n’roll.
A volte, poi, questo tono irrita persino me stesso,
e quindi ho deciso che proverò a raccontarvi
del terzo giorno usando un noioso tono giornalistico.
L’impatto con il terzo giorno del festival
è drammatico: le fiamme della sera precedente,
aizzate da Iggy e da tutti gli altri, hanno lasciato
il posto a un mare calmissimo e piatto, con tanto
di barchette paciose all’orizzonte. In altre
parole, su qualunque palco, durante il pomeriggio,
c’è un omino o una donnina con chitarra
acustica e canzoni gentili e aggraziate, e tanto
piccolo artigianato indie-pop da regalare al mondo
Una noia inenarrabile, anche se tutto questo conferisce
alla giornata un lato riposante che non guasta.
Mi perdo ben volentieri gli Czars,
e arrivo al festival poco prima dell’esiziale
show di Vic Chesnutt. Se rimarrà
il peggiore in assoluto dei tre giorni non lo so,
ma è probabile che, viste anche le aspettative,
sarà alla fine il peggiore a cui avrò
assistito. Vic, con la sua pesante chitarra acustica,
si lagna e si lamenta, accompagnato da una mortifera
tastiera e da una batteria messa lì per bellezza.
Nel dormiveglia, qualcuno mi urta, e colgo l’occasione
per alzarmi e fuggire. Altra noia la ottengo dal
vuoto acustico di Christina Rosenvinge,
Coralie Clément, se non
ricordo male, e tali, lentissimi, Mate.
Josh Rouse non parte malissimo,
ma dopo un paio di pezzi, e all’attacco del
terzo assolutamente identico, decido che ne ho abbastanza.
Non so come, forse addormentato su un prato, riesco
ad arrivare alle otto e mezza. Fatto sta che, dopo
un buco nella mia memoria della durata di poco più
di un’ora, mi ritrovo davanti al palco dedicato,
per l’intera giornata, ad artisti francesi:
Françoiz Breut è,
finora, la migliore della giornata. I suoi pezzi
sono suonati con grinta, almeno, anche se subisco
un nuovo assalto della noia dopo breve tempo. Faccio
in tempo ad ascoltare un pezzo dei Dogs
Die In Hot Cars (e becco proprio la hit:
“I love you ‘cause I have to…”,
ecc. ecc.) , che sembrano graziosi ma hanno il cantante
più stonato che abbia mai sentito in vita
mia, e passo a Steve Earle & the Dukes.
Allegria. La intro del concerto è The Revolution
Will Not Be Televised di Gil Scott-Heron, che annichilisce
l’insopportabile show boredom-rock del povero
Steve. Il mare continua ad essere più che
calmo, ma ecco che, verso le ventidue, viene avvistata
in lontananza una nave pirata: arrivano i Dirtbombs
di Sir Mick Collins, fondatore dei Gories e dunque
Dio, a farci dimenticare l’insulsaggine delle
quattro ore finora sopportate. Due bassi, due batterie,
una chitarra e, semplicemente, uno dei più
grandi personaggi rock’n’roll di tutti
i tempi fanno a pezzi anche il ricordo di tutte
quelle chitarre acustiche (per scrivere questo report
ho filmato il tutto e l’ho rivisto, giuro
su Mick). Se queste righe fossero state scritte
non da me, ma da chiunque altro, adesso trovereste
una frase banale e stantia, del tipo “Se pensate
che il rock’n’roll siano gli Strokes,
provate ad ascoltare i Dirtbombs”. Bah. Volete
la verità? Se pensate che il rock’n’roll
siano gli Strokes, provate ad ascoltare i Dirtbombs.
Subito dopo la loro devastante esibizione, dieci
minuti di Wedding Present non bastano
a darmi un’idea concreta delle loro capacità,
ma sento che al momento non ho voglia di questo
indie-rock anni ’80, così tipico. Torno
quindi davanti al palco da poco incendiato dai Dirtbombs,
dove ora salgono i Futureheads.
Uno si aspetterebbe la solita, banale carineria
da “nuovo gruppo inglese un po’ punk
un po’ pop e –ehi!- con degli intrecci
vocali alla XTC!”, e invece i quattro sono
rumorosi e hanno un impatto decisamente violento,
nonostante cantino in coro tutti i pezzi e nonostante
siano un po’ pop e –ehi!- abbiano degli
intrecci vocali alla XTC. Purtroppo perdo gli ultimi
minuti del loro concerto per assistere agli ultimi
due pezzi e ai bis degli Echo & the
Bunnymen, discreti, anche se ammetto di
non essere mai stato il loro fan numero uno. Se
qualcuno si chiede perché, allora, ho lasciato
i micidiali –in senso positivo- Futureheads
per loro, sia pure per pochi minuti, faccia anche
un’altra cosa: trovi una risposta, e me la
comunichi al più presto. Di malavoglia, mi
dirigo verso il palco dove stanno per iniziare i
Sonic Youth, che, in una data bolognese
di meno di un anno fa, mi avevano fatto credere
che ne avessi abbastanza di loro. Al primo accenno
di feedback infinito, per incoraggiare i miei pregiudizi,
inizio a fare la faccia schifata, ma alla fine l’onestà
prevale, e questo Guerriero Elettrico deve rassegnarsi:
i Sonic Youth sono una band incredibile, non so
quanti anni abbiano e come trovino ancora la voglia,
ma i loro concerti (tranne quella volta a Bologna…)
sono uno spettacolo che chiunque ami la musica quando
il volume è alto non può non adorare.
Dopo di loro, la maggior sorpresa del festival.
Che la giornata di oggi, partita malissimo, stia
ormai decisamente virando verso lo status di Figata
Pazzesca, lo confermano gli Out Hud.
Mi avvicino al loro palco piuttosto che a quello
dei They Might Be Giants, che suonano
in contemporanea, perché è più
vicino a quello dei Sonic Youth e io sono pigro,
nonostante sia molto prevenuto verso il side-project
dei ChkChkChk, e sono convinto che non resisterò
più a lungo di una decina di minuti. Bene,
tanti saluti ai They Might Be Giants: gli Out Hud
sono la migliore “band nuova” del Primavera
Sound 2005.
Il loro genere non è noioso punk-funk (also
known as “come vanificare nel giro di tre
anni di moda tutto il lavoro del Pop Group”),
ma dance atomica, ballo nucleare, isterico dimenarsi.
Restano sul palco per una quarantina di minuti,
e ci lasciano con un vago fischio nelle orecchie
e l’espressione sconvolta-nel-senso-di-felice.
Grandissima live band. A questo punto sono le due
di notte passate: sul palco più piccolo sto
per perdermi, con grande rimpianto retroattivo,
i giapponesi Polysics, destinati
ad un futuro in cui verranno considerati band seminale;
sul principale, sta per abbattersi il ciclone dei
Gang of Four, con le star che guardano
ai lati del palco e il tipo degli Out Hud che urla
ubriaco in prima fila. Come s’è detto.
Poi non resta che scappare dal festival, anche se
così mi perderò gli M83,
ma il giorno in cui scelsi il volo di ritorno alle
otto di mattina avevo fatto i conti senza le abitudini
notturne di questi allegri spagnoli.
Fiesta puta toda la noche! E all’anno prossimo.
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