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PRIMAVERA SOUND FESTIVAL
Barcellona, Fòrum, 26/27/28 maggio 2005

Terzo giorno (o di risse adolescenti)
A volte, raccontando di concerti o parlando di dischi (cioè le uniche cose di cui scrivo nella mia vita e quasi le uniche due di cui parlo abitualmente -sì, sono uno sfigato, d’accordo, ma non fatemi perdere il filo), assumo questo tono da vecchio simpaticone, hey hey amigo, rock’n’roll. A volte, poi, questo tono irrita persino me stesso, e quindi ho deciso che proverò a raccontarvi del terzo giorno usando un noioso tono giornalistico.
L’impatto con il terzo giorno del festival è drammatico: le fiamme della sera precedente, aizzate da Iggy e da tutti gli altri, hanno lasciato il posto a un mare calmissimo e piatto, con tanto di barchette paciose all’orizzonte. In altre parole, su qualunque palco, durante il pomeriggio, c’è un omino o una donnina con chitarra acustica e canzoni gentili e aggraziate, e tanto piccolo artigianato indie-pop da regalare al mondo Una noia inenarrabile, anche se tutto questo conferisce alla giornata un lato riposante che non guasta. Mi perdo ben volentieri gli Czars, e arrivo al festival poco prima dell’esiziale show di Vic Chesnutt. Se rimarrà il peggiore in assoluto dei tre giorni non lo so, ma è probabile che, viste anche le aspettative, sarà alla fine il peggiore a cui avrò assistito. Vic, con la sua pesante chitarra acustica, si lagna e si lamenta, accompagnato da una mortifera tastiera e da una batteria messa lì per bellezza. Nel dormiveglia, qualcuno mi urta, e colgo l’occasione per alzarmi e fuggire. Altra noia la ottengo dal vuoto acustico di Christina Rosenvinge, Coralie Clément, se non ricordo male, e tali, lentissimi, Mate. Josh Rouse non parte malissimo, ma dopo un paio di pezzi, e all’attacco del terzo assolutamente identico, decido che ne ho abbastanza. Non so come, forse addormentato su un prato, riesco ad arrivare alle otto e mezza. Fatto sta che, dopo un buco nella mia memoria della durata di poco più di un’ora, mi ritrovo davanti al palco dedicato, per l’intera giornata, ad artisti francesi: Françoiz Breut è, finora, la migliore della giornata. I suoi pezzi sono suonati con grinta, almeno, anche se subisco un nuovo assalto della noia dopo breve tempo. Faccio in tempo ad ascoltare un pezzo dei Dogs Die In Hot Cars (e becco proprio la hit: “I love you ‘cause I have to…”, ecc. ecc.) , che sembrano graziosi ma hanno il cantante più stonato che abbia mai sentito in vita mia, e passo a Steve Earle & the Dukes. Allegria. La intro del concerto è The Revolution Will Not Be Televised di Gil Scott-Heron, che annichilisce l’insopportabile show boredom-rock del povero Steve. Il mare continua ad essere più che calmo, ma ecco che, verso le ventidue, viene avvistata in lontananza una nave pirata: arrivano i Dirtbombs di Sir Mick Collins, fondatore dei Gories e dunque Dio, a farci dimenticare l’insulsaggine delle quattro ore finora sopportate. Due bassi, due batterie, una chitarra e, semplicemente, uno dei più grandi personaggi rock’n’roll di tutti i tempi fanno a pezzi anche il ricordo di tutte quelle chitarre acustiche (per scrivere questo report ho filmato il tutto e l’ho rivisto, giuro su Mick). Se queste righe fossero state scritte non da me, ma da chiunque altro, adesso trovereste una frase banale e stantia, del tipo “Se pensate che il rock’n’roll siano gli Strokes, provate ad ascoltare i Dirtbombs”. Bah. Volete la verità? Se pensate che il rock’n’roll siano gli Strokes, provate ad ascoltare i Dirtbombs. Subito dopo la loro devastante esibizione, dieci minuti di Wedding Present non bastano a darmi un’idea concreta delle loro capacità, ma sento che al momento non ho voglia di questo indie-rock anni ’80, così tipico. Torno quindi davanti al palco da poco incendiato dai Dirtbombs, dove ora salgono i Futureheads.
Uno si aspetterebbe la solita, banale carineria da “nuovo gruppo inglese un po’ punk un po’ pop e –ehi!- con degli intrecci vocali alla XTC!”, e invece i quattro sono rumorosi e hanno un impatto decisamente violento, nonostante cantino in coro tutti i pezzi e nonostante siano un po’ pop e –ehi!- abbiano degli intrecci vocali alla XTC. Purtroppo perdo gli ultimi minuti del loro concerto per assistere agli ultimi due pezzi e ai bis degli Echo & the Bunnymen, discreti, anche se ammetto di non essere mai stato il loro fan numero uno. Se qualcuno si chiede perché, allora, ho lasciato i micidiali –in senso positivo- Futureheads per loro, sia pure per pochi minuti, faccia anche un’altra cosa: trovi una risposta, e me la comunichi al più presto. Di malavoglia, mi dirigo verso il palco dove stanno per iniziare i Sonic Youth, che, in una data bolognese di meno di un anno fa, mi avevano fatto credere che ne avessi abbastanza di loro. Al primo accenno di feedback infinito, per incoraggiare i miei pregiudizi, inizio a fare la faccia schifata, ma alla fine l’onestà prevale, e questo Guerriero Elettrico deve rassegnarsi: i Sonic Youth sono una band incredibile, non so quanti anni abbiano e come trovino ancora la voglia, ma i loro concerti (tranne quella volta a Bologna…) sono uno spettacolo che chiunque ami la musica quando il volume è alto non può non adorare. Dopo di loro, la maggior sorpresa del festival. Che la giornata di oggi, partita malissimo, stia ormai decisamente virando verso lo status di Figata Pazzesca, lo confermano gli Out Hud. Mi avvicino al loro palco piuttosto che a quello dei They Might Be Giants, che suonano in contemporanea, perché è più vicino a quello dei Sonic Youth e io sono pigro, nonostante sia molto prevenuto verso il side-project dei ChkChkChk, e sono convinto che non resisterò più a lungo di una decina di minuti. Bene, tanti saluti ai They Might Be Giants: gli Out Hud sono la migliore “band nuova” del Primavera Sound 2005.
Il loro genere non è noioso punk-funk (also known as “come vanificare nel giro di tre anni di moda tutto il lavoro del Pop Group”), ma dance atomica, ballo nucleare, isterico dimenarsi. Restano sul palco per una quarantina di minuti, e ci lasciano con un vago fischio nelle orecchie e l’espressione sconvolta-nel-senso-di-felice. Grandissima live band. A questo punto sono le due di notte passate: sul palco più piccolo sto per perdermi, con grande rimpianto retroattivo, i giapponesi Polysics, destinati ad un futuro in cui verranno considerati band seminale; sul principale, sta per abbattersi il ciclone dei Gang of Four, con le star che guardano ai lati del palco e il tipo degli Out Hud che urla ubriaco in prima fila. Come s’è detto. Poi non resta che scappare dal festival, anche se così mi perderò gli M83, ma il giorno in cui scelsi il volo di ritorno alle otto di mattina avevo fatto i conti senza le abitudini notturne di questi allegri spagnoli.
Fiesta puta toda la noche! E all’anno prossimo.

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