l i n k
concerto, discografia, articolo, tour, live report, date, calendario, programma, concerti, biografia, intervista, speciale, monografia
 
 
 
R.E.M.
live @ Filaforum, Milano, 15/01/2005

Ore 15,00. Torino
Ci siamo quasi. Poche ore ancora (si fa per dire) e riuscirò a vedere i REM per la seconda volta.
La prima preoccupazione è la nebbia sull’autostrada, ma il mio amico Marco guida ad una velocità di crociera di 90 km/h e tutto fila liscio fino a Milano.

Ore 16,15. Milano
Il viaggio è stato breve ( per fortuna) ma arrivati a destinazione ci accorgiamo che mancano (secondo quanto stampato sul biglietto) ben 2 ore all’apertura dei cancelli. Il Filaforum è subito fuori l’uscita per Assago; il parcheggio è ampio e (aimè) a pagamento. Nell’area non mancano bagarini con mazzi di biglietti e venditori di magliette, decisamente poco invitanti. Entriamo nei bagni di un fast-food adiacente al palazzetto per prendere temperatura e scaldarci.
Fuori fa molto freddo. Ci mettiamo in coda diligentemente, sorseggiando un po’ di birra per scaldarci.

Ore 18,30
Non hanno ancora aperto i cancelli!!!

Ore 18,50
Finalmente si aprono i cancelli e i primi della fila corrono a farsi strappare il biglietto. Quando è il nostro turno ci precipitiamo verso le scalinate e finalmente arriviamo dentro. Fa caldo e siamo contenti.Ci fiondiamo verso le prime file, lato Peter Buck.
Senza neanche accorgercene si fanno le 20,00.

Ore 20,15
Qualche “pazzo” tra le prima file decide di alzarsi in piedi e di fiondarsi verso le transenne, nonostante manchi ancora un ‘ora all’inizio del concerto. Passano venti minuti quando si spengono le luci e sale lui, Michael Stipe, vestito con giacca e pantaloni neri, camicia bianca. Con aria solare ci da il benvenuto e ci annuncia che questa sera sarà una “happy night” ma anche una “sad night”, perché il giovane amico-cantautore Joseph Arthur è arrivato al suo ultimo concerto di spalla ai REM.
Entra così sul palco Joseph. I due si abbracciano e inizia il set di questo cantante molto interessante. Nella sua musica c’è del folk,del pop, e anche delle interessanti deviazioni sperimentali.
Ci lasciamo trasportare dalle sue canzoni e in un baleno sono le 21,30. Joseph annuncia l’ultimo pezzo e ci augura un buon concerto.

Dieci minuti bastano alla crew per smontare lo scarno set di Joseph.
Il palco è meno spettacolare di quello del tour del 2003. Delle luci tubolari multicolore pendono dalle impalcature e uno schermo rettangolare posto in alto proietta dei filmati in real-time provenienti dalle tre telecamere presenti sul palco.
La tensione è alta e tutti ci domandiamo con che pezzo inizieranno. Si spera uno dei vecchi successi.
A Padova, nell’estate 2003 avevano aperto con So fast so numb, da New adventures in Hi-Fi.

Veniamo accontentati: Finest worksong fa esplodere il palazzetto.
Quello che subito si nota è il trucco di Stipe. Dal tour di Up, dove l’ombretto azzurro era appena evidente si arriva ad oggi, dove Michael ha una vera e propria maschera blu sugli occhi.
Come se non bastasse i nostri ripescano dalla loro storia musicale Begin the begin; i primi due pezzi di apertura dimostrano che i REM hanno ancora tanta voglia di divertirsi, suonando soprattutto i vecchi successi.
Poi arrivano in sequenza Departure e l’inedito dello scorso anno Animal, per arrivare ad un brano del nuovo album. Boy in the well inevitabilmente rilassa l’ambiente, o meglio, ci lascia respirare un po’ anche perché essendo nelle prime file l’energia è devastante.
Dopo esserci rilassati con Boy in the Well arriva una gradita sorpresa: Seven Chinese Brothers. Qui l’ovazione non può mancare, in quanto pochi si aspettavano questa canzone, ma molti ci speravano.
La canzone successiva rappresenta il punto più basso del concerto: High speed train, dal nuovo album, non è esattamente il pezzo che fa cantare il pubblico o lo fa saltare, emozionare etc. Insomma, potevano fare a meno di inserirla e optare per qualche altra valida canzone dall’ultimo lavoro.
Tuttavia vengono perdonati all’istante quando Peter Buck inizia a suonare le prime note di Everybody Hurts, sicuramente il momento più intenso della serata anche perché sembrava che non volessero mai finire di suonarla. Il finale è memorabile: Michael che incita il pubblico a battere le mani a tempo e cantare. Indimenticabile.
Senza neanche un attimo di pausa suonano di seguito Aftermath e Leaving New York, due singoli molto efficaci da Around the Sun. Poi Peter Buck imbraccia la chitarra acustica e le prime note di Daysleeper ci fanno sognare e cantare. La ballata è seguita da quello che Stipe annuncia come il loro singolo più venduto in Giappone: Imitation of Life.
I wanted to be wrong e Final straw sono le due canzoni politiche che Michael presenta con un discorso degno di un politico, ricordandoci il motto suggeritogli da Joseph Arthur: never give up. Mai mollare.
Le quattro canzoni che seguono sono degne della chiusura della prima parte del concerto:
Drive, da brividi, The one I love, evocativa, Walk unafraid, intensa, e Losing my religion che non avevano ancora suonato nel tour europeo, rende felice tutto il pubblico.

Trascorrono dieci minuti, quando i nostri risalgono sul palco e ci “premiano” con What’s the frequency Kenneth; aspettavamo tutti qualche pezzo da Monster ed eccoci accontentati.
Anche il resto dei pezzi non deludono le aspettative: Bad day, The Great Beyond e Country Feedback.
Poi Stipe annuncia che le ultime canzoni saranno una che non hanno mai pubblicato su un album, Permanent Vacation, e la nuovissima I ’m gonna DJ.
Rimaniamo un po’ perplessi, poiché ci sembra strano che chiudano con questo brano ma neanche il tempo di finire il pensiero e Peter Buck attacca con il riff iniziale di Man on the Moon. Capiamo subito che quella sarà l’ultima canzone di un grande concerto.
Alla fine siamo stanchi,sudati, le gambe fanno male, ma in fondo siamo contenti e soddisfatti del concerto che ha mostrato un gruppo che, dopo oltre vent’anni, è ancora in grande forma.

invia un live report di Andrea Sassano
| home | live reports | articoli | top |