Ore 15,00. Torino
Ci siamo quasi. Poche ore ancora (si fa per dire)
e riuscirò a vedere i REM per la seconda
volta.
La prima preoccupazione è la nebbia sull’autostrada,
ma il mio amico Marco guida ad una velocità
di crociera di 90 km/h e tutto fila liscio fino
a Milano.
Ore 16,15. Milano
Il viaggio è stato breve ( per fortuna) ma
arrivati a destinazione ci accorgiamo che mancano
(secondo quanto stampato sul biglietto) ben 2 ore
all’apertura dei cancelli. Il Filaforum è
subito fuori l’uscita per Assago; il parcheggio
è ampio e (aimè) a pagamento. Nell’area
non mancano bagarini con mazzi di biglietti e venditori
di magliette, decisamente poco invitanti. Entriamo
nei bagni di un fast-food adiacente al palazzetto
per prendere temperatura e scaldarci.
Fuori fa molto freddo. Ci mettiamo in coda diligentemente,
sorseggiando un po’ di birra per scaldarci.
Ore 18,30
Non hanno ancora aperto i cancelli!!!
Ore 18,50
Finalmente si aprono i cancelli e i primi della
fila corrono a farsi strappare il biglietto. Quando
è il nostro turno ci precipitiamo verso le
scalinate e finalmente arriviamo dentro. Fa caldo
e siamo contenti.Ci fiondiamo verso le prime file,
lato Peter Buck.
Senza neanche accorgercene si fanno le 20,00.
Ore 20,15
Qualche “pazzo” tra le prima file decide
di alzarsi in piedi e di fiondarsi verso le transenne,
nonostante manchi ancora un ‘ora all’inizio
del concerto. Passano venti minuti quando si spengono
le luci e sale lui, Michael Stipe, vestito con giacca
e pantaloni neri, camicia bianca. Con aria solare
ci da il benvenuto e ci annuncia che questa sera
sarà una “happy night” ma anche
una “sad night”, perché il giovane
amico-cantautore Joseph Arthur
è arrivato al suo ultimo concerto di spalla
ai REM.
Entra così sul palco Joseph. I due si abbracciano
e inizia il set di questo cantante molto interessante.
Nella sua musica c’è del folk,del pop,
e anche delle interessanti deviazioni sperimentali.
Ci lasciamo trasportare dalle sue canzoni e in un
baleno sono le 21,30. Joseph annuncia l’ultimo
pezzo e ci augura un buon concerto.
Dieci minuti bastano alla crew per smontare lo
scarno set di Joseph.
Il palco è meno spettacolare di quello del
tour del 2003. Delle luci tubolari multicolore pendono
dalle impalcature e uno schermo rettangolare posto
in alto proietta dei filmati in real-time provenienti
dalle tre telecamere presenti sul palco.
La tensione è alta e tutti ci domandiamo
con che pezzo inizieranno. Si spera uno dei vecchi
successi.
A Padova, nell’estate 2003 avevano aperto
con So fast so numb, da New adventures
in Hi-Fi.
Veniamo accontentati: Finest worksong
fa esplodere il palazzetto.
Quello che subito si nota è il trucco di
Stipe. Dal tour di Up, dove l’ombretto azzurro
era appena evidente si arriva ad oggi, dove Michael
ha una vera e propria maschera blu sugli occhi.
Come se non bastasse i nostri ripescano dalla loro
storia musicale Begin the begin; i primi
due pezzi di apertura dimostrano che i REM hanno
ancora tanta voglia di divertirsi, suonando soprattutto
i vecchi successi.
Poi arrivano in sequenza Departure e l’inedito
dello scorso anno Animal, per arrivare
ad un brano del nuovo album. Boy in the well inevitabilmente
rilassa l’ambiente, o meglio, ci lascia respirare
un po’ anche perché essendo nelle prime
file l’energia è devastante.
Dopo esserci rilassati con Boy in the Well
arriva una gradita sorpresa: Seven Chinese Brothers.
Qui l’ovazione non può mancare, in
quanto pochi si aspettavano questa canzone, ma molti
ci speravano.
La canzone successiva rappresenta il punto più
basso del concerto: High speed train, dal
nuovo album, non è esattamente il pezzo che
fa cantare il pubblico o lo fa saltare, emozionare
etc. Insomma, potevano fare a meno di inserirla
e optare per qualche altra valida canzone dall’ultimo
lavoro.
Tuttavia vengono perdonati all’istante quando
Peter Buck inizia a suonare le prime note di Everybody
Hurts, sicuramente il momento più intenso
della serata anche perché sembrava che non
volessero mai finire di suonarla. Il finale è
memorabile: Michael che incita il pubblico a battere
le mani a tempo e cantare. Indimenticabile.
Senza neanche un attimo di pausa suonano di seguito
Aftermath e Leaving New York,
due singoli molto efficaci da Around the Sun.
Poi Peter Buck imbraccia la chitarra acustica e
le prime note di Daysleeper ci fanno sognare e cantare.
La ballata è seguita da quello che Stipe
annuncia come il loro singolo più venduto
in Giappone: Imitation of Life.
I wanted to be wrong e Final straw
sono le due canzoni politiche che Michael presenta
con un discorso degno di un politico, ricordandoci
il motto suggeritogli da Joseph Arthur: never give
up. Mai mollare.
Le quattro canzoni che seguono sono degne della
chiusura della prima parte del concerto:
Drive, da brividi, The one I love,
evocativa, Walk unafraid, intensa, e Losing
my religion che non avevano ancora suonato
nel tour europeo, rende felice tutto il pubblico.
Trascorrono dieci minuti, quando i nostri risalgono
sul palco e ci “premiano” con What’s
the frequency Kenneth; aspettavamo tutti qualche
pezzo da Monster ed eccoci accontentati.
Anche il resto dei pezzi non deludono le aspettative:
Bad day, The Great Beyond e Country
Feedback.
Poi Stipe annuncia che le ultime canzoni saranno
una che non hanno mai pubblicato su un album, Permanent
Vacation, e la nuovissima I ’m gonna
DJ.
Rimaniamo un po’ perplessi, poiché
ci sembra strano che chiudano con questo brano ma
neanche il tempo di finire il pensiero e Peter Buck
attacca con il riff iniziale di Man on the Moon.
Capiamo subito che quella sarà l’ultima
canzone di un grande concerto.
Alla fine siamo stanchi,sudati, le gambe fanno male,
ma in fondo siamo contenti e soddisfatti del concerto
che ha mostrato un gruppo che, dopo oltre vent’anni,
è ancora in grande forma. |