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| STEPHEN MALKMUS & The Jicks |
| live @ Circolo Degli Artisti, Roma,
09/10/2005 |
E’ ormai da qualche anno che,
mio malgrado, faccio parte di una scena. La scena
di cui faccio parte, o meglio, che osservo dall’esterno,
criticandola con vigliaccheria dagli angoli bui dei
locali o davanti al monitor, è purtroppo la
self-proclaimed indie-scene romana, composta
da un esercito di persone tutte uguali, ingobbite
e senz’anima, con le mani in tasca, che fa finta
di ballicchiare al suono dei deliri dei Radio Dept.,
o cose del genere; è composta inoltre da ragazze
povere di spirito, con la frangetta e le spille e
la giacchetta da benzinaio (blu o verde), con la gonna
sopra i pantaloni e gli stessi occhiali dei maschi;
è composta da amici e amichetti che te
faccio entrà gratis e te do ‘n
accredito, e sei ‘n grosso perché
m’hai dato ‘n accredito. E’ quindi
con grande fastidio aprioristico che sfrutto il mio
accredito ed entro gratis al concerto di Stephen Malkmus,
che immagino essere l’happening di
stagione per le giacchette da benzinaio e i se
vieni te metto ‘n lista.
Con sorpresa e sollievo scopro che non è così:
il pubblico, o almeno molti dei pochi presenti (questo
significa che gli uomini in spilletta preferiscono
i Broken Social Scene ai Pavement? Penso proprio di
sì), è umanamente simpatico, normale,
dall’aspetto mi-vesto-così-ogni-giorno;
inoltre un grosso m’ha messo in lista, e quindi
posso folleggiare prendendo una birra, così
male che vada mi ubriaco visto che reggo l’alcool
come una suora regge una selva di orride bestemmie.
Mi faccio qualche giretto per il locale, do un paio
di pacche sulle spalle cercando qualche spunto per
questa recensione, visto che un amico mio grosso m’ha
fatto entrà gratis e dovrò farla; ma
a volte anche io finisco le note di colore, e mi tocca
aspettare l’inizio del concerto per trovare
qualcosa da dire.
Nonostante i miei pregiudizi, dovuti forse a qualcosa
che ho letto su qualche rivista, Stephen Malkmus &
the Jicks sono una band compattissima, e l’ex-leader
dei Pavement ha il più bel suono di chitarra
che io abbia mai sentito live dopo quello di Lou Reed.
Non c’è quasi traccia di pop, non si
sentono grandi hit, e nessuno sul palco ha una maglietta
stretta (anzi, sono tutti un po’ sfigati); il
sound è indie-blues, se questa definizione
può avere qualche senso. La voce di Stephen
è sempre quella; ancora una volta, la chitarra
è magnifica, caldissima, indescrivibile, ed
è aiutata dal nuovo impianto del Circolo (applausi).
Il concerto dura poco più di un’ora,
e finisce incredibilmente prima di mezzanotte e mezza,
cioè all’ora in cui di solito iniziano
i concerti in questo locale.
C’è tutto per essere soddisfatti, addirittura
un –purtroppo per me anonimo- ottimo trio rock
locale in apertura. Gli indie-modaioli hanno disertato,
ma questa volta non era roba per loro.
Stephen Malkmus got soul. |
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