Trecento e passa chilometri fatti
per ascoltarli, giusto il tempo di una birra, getto
uno sguardo intorno e mi rendo conto che l’interesse
per gli Xiu Xiu è evaporato, disperso in
migliaia di particelle che corrono via come il mercurio
di un termometro spezzato.
Mi avvicino al palco: vedo salire una ragazzetta
timida ed impacciata che incomincia a montare l’attrezzatura
insieme ad un tizio con la tuta rossa. Devo usare
un po’ di immaginazione per rendermi conto
che sono Caralee MacElroy e Jamie Stewart. Stanno
gettando alla rinfusa quattro amplificatori su un
tavolo di metallo. Completano l’allestimento
con un synth ed un harmonium che hanno visto tempi
migliori e percussioni assortite fra cui spicca
un microfono ficcato in un piatto di sassolini.
Si sfilano i giacchini e sorpresa! imbracciano un
salterio (lei) ed un mandolino (lui) e ci lasciano
subito intendere che la performance non sarà
certo all’insegna dell’elettronica (e
del resto alcune avvisaglie di questa nuova inclinazione
le abbiamo già avute dagli EP che il duo
ha sfornato di recente). Il concerto si snoda fra
brani del vecchio e del nuovo repertorio ma il pubblico,
e non può che essere così, si infiamma
quando la voce disperata di Jamie intona le note
di “Crank Heart” e “Bunny Gamer”.
Ai pezzi più tirati (che comunque sono stati
epurati dagli elementi più prettamente noise)
si affiancano momenti decisamente più intensi
e delicati che raggiungono l’apice quando
Caralee e Jamie, dopo essersi scambiati uno sguardo
complice, si avvicinano al microfono a sussurrare
le dolcissime e crudeli parole di “Fabulous
Muscles”.
Un brivido mi percorre la schiena mentre li ascolto
e nella mia mente si affiancano e si sovrappongono
immagini e suoni e emozioni: alla faccia di Jamie
si sovrappone quella del Morrissey più ispirato
e le storie che racconta si confondono con quelle
di JT Leroy e del Gus Van Sant di “My own
private Idaho”.
Dopo un'ora circa di show sono pronti per salutarci;
ho un senso di amaro in bocca: vorrei urlare “I
luv the Valley oh!”, ma non me ne dannomodo.
Neanche un bis. E tutto finito così: il tempo
di un'altra birra e ancora trecento chilometri fra
me ed il letto. |