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XIU XIU
live @ Velvet, Rimini, 30/04/2005

Trecento e passa chilometri fatti per ascoltarli, giusto il tempo di una birra, getto uno sguardo intorno e mi rendo conto che l’interesse per gli Xiu Xiu è evaporato, disperso in migliaia di particelle che corrono via come il mercurio di un termometro spezzato.

Mi avvicino al palco: vedo salire una ragazzetta timida ed impacciata che incomincia a montare l’attrezzatura insieme ad un tizio con la tuta rossa. Devo usare un po’ di immaginazione per rendermi conto che sono Caralee MacElroy e Jamie Stewart. Stanno gettando alla rinfusa quattro amplificatori su un tavolo di metallo. Completano l’allestimento con un synth ed un harmonium che hanno visto tempi migliori e percussioni assortite fra cui spicca un microfono ficcato in un piatto di sassolini.
Si sfilano i giacchini e sorpresa! imbracciano un salterio (lei) ed un mandolino (lui) e ci lasciano subito intendere che la performance non sarà certo all’insegna dell’elettronica (e del resto alcune avvisaglie di questa nuova inclinazione le abbiamo già avute dagli EP che il duo ha sfornato di recente). Il concerto si snoda fra brani del vecchio e del nuovo repertorio ma il pubblico, e non può che essere così, si infiamma quando la voce disperata di Jamie intona le note di “Crank Heart” e “Bunny Gamer”.
Ai pezzi più tirati (che comunque sono stati epurati dagli elementi più prettamente noise) si affiancano momenti decisamente più intensi e delicati che raggiungono l’apice quando Caralee e Jamie, dopo essersi scambiati uno sguardo complice, si avvicinano al microfono a sussurrare le dolcissime e crudeli parole di “Fabulous Muscles”.
Un brivido mi percorre la schiena mentre li ascolto e nella mia mente si affiancano e si sovrappongono immagini e suoni e emozioni: alla faccia di Jamie si sovrappone quella del Morrissey più ispirato e le storie che racconta si confondono con quelle di JT Leroy e del Gus Van Sant di “My own private Idaho”.

Dopo un'ora circa di show sono pronti per salutarci; ho un senso di amaro in bocca: vorrei urlare “I luv the Valley oh!”, ma non me ne dannomodo. Neanche un bis. E tutto finito così: il tempo di un'altra birra e ancora trecento chilometri fra me ed il letto.

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