| Ennesima trasferta italiana per i berlinesi Rechenzentrum, autori di una elettronica d’avanguardia di assoluto spessore, usciti inizialmente per la celebre label cittadina Kitty-Yo, e approdati con l’ultima fatica Director’s Cut in casa Mille Plateaux.
La location scelta dai nostri gentili krukki da esportazione è il Bounce di via dei magazzini generali 27 posto nelle immediate adiacenze del più noto locale Alpheus, di Roma capitale.
Ascoltare la musica dei Rechenzentrum vuol dire innanzitutto avere pazienza, mettersi a sedere a guardare un film che non c’è, non perché il film sia scadente, ma perchè le immagini evocate sono tante e tali da mettere seriamente in difficoltà la capacità dello spettatore di cogliere il filo rosso della narrazione.
L’intenzione dei nostri teutonici giramanopole è sicuramente quello di penetrare i nostri corpi fin dentro la materia viva, come in una crociata salvifica per la purificazione delle carni mortificate dalla ripetizione della vita moderna. Una crociata dell’astrazione, astrazione della mente dal corpo, la via della dissociazione spazio-temporale operata attraverso la ricerca di atmosfere sublimi, digital-noir, a tratti disturbate e seviziate dalla beata certezza del suono puro.
Sempre per mia supposizione, la stesura del progetto credo abbia avuto una gestazione difficile, per scrivere la cui sceneggiatura Marc Weiser e Lillevan pare abbiano dato appuntamento in un tempo indefinito e in un luogo segreto che non ci è dato sapere, a personaggi di grande popolarità e di assoluto rispetto, come David Lynch, Miles Davis, Alejandro Jodoroski, Pan Sonic, Trent Reznor, Coil, William Burroughs, Angelo Badalamenti e Bruce Lee.
E la resa è piacevolmente sconcertante, un suono dilatato, escoriato, appiccicoso, e urticante, che sa di materia informe uscita fuori dalla pellicola 35mm.
Durante la visione del film si ha come la sensazione di aver perso un passaggio, una sequenza, una manciata di frames….ma in realtà sono soltanto pezzi importanti cerebro-spinali del nostro organismo che se ne sono andati silenziosamente, per sempre!
A dirla tutta, la scelta della metafora filmica suggerita non è un caso, gli stessi autori in altra sede hanno raccontato il making of del disco come un continuo work in progress fra musica e immagini, e alcuni titoli di Directorìs Cut stanno qui a dimostrarlo….vedi Projektor, oppure Synchron, Happy End, Paramount, o la più esplicita 35mm. Che ci sia un determinismo stretto musica-immagini è noto sin dal nome che dà il titolo all’album… una musica che muove dal cuore delle immagini, plasmata e rifinita su di esse. Ed è un elemento, seppur minimo, che tiene ben saldi i due pezzi, che fa da collante alla narrazione video-sonorizzata, vale a dire il click del charleston solitamente deputato alla punteggiatura del tempo, che nel caso dai Nostri diventa il click del diaframma di una macchina fotografica o di un proiettore, campionato e messo in loop a dovere.
Gaujag Totale _emana echi di industrial marziale, una tela minimale di suoni rarefatti attraversata da un piano timido, in penombra, defilato ma anche capace di dare un senso alla storia, simile per certi versi agli illuminati intermezzi reznoriani fatti di poche note di piano, calate in drones seducenti.
Tiefenscharfe è un dub digitale narcotico, disteso su di un materasso ortopedico minimal-techno, coperto da un caldo piumone di vera frutta marcia gentilmente offerto dai Coil; dalle parti di certe eccelse produzioni della pregiatissima concittadina Scape label, come Jan Jelinek o Deadbeat.
Bleichbaduberbruckung, quello che Peter Christopherson definirebbe hangover, una sensazione lenta e costante di malessere sottovetro, pilloline colorate danzanti in assenza di gravità e bicchieri di alcool in caduta libera precipitano, frantumandosi, irrimediabilmente.
Il capitolo più convincente sul versante dancey sicuramente Benshi, minimal-techno d.o.c. pensata e scritta su di un tappeto di industrial liquida, basso funk sincopato e voci di fondo sussultorie, molto affine in quanto a groove e a inventiva ai cari lidi di casa Brinkmann e Akufen
35mm sembra uscito direttamente da Lost Highway, decisa a tavolino dalla matita di David Lynch e Angelo Badalamenti, stranamente in trip e a detta del regista, sorpreso più volte con la testa completamente immersa nella tinozza da 10 litri del bloody mary!!!!
Hommage, cassa dritta, soffocata e in slow motion calata in un bagno di etere intarsiato di lievi glitches ridondanti partoriti da un frullatore delay, e sullo sfondo una tromba appena effettata di echo, calda e seducente melodia di altri tempi, che sa tanto di Miles Davis.
E poi c’è Slate, un gran pezzo di abstract funk in salsa electro dal groove immenso, per quanto si parli sempre in chiave minimal, vicino per suono e attitudine a certe brillanti soluzioni di Telefon Tel Aviv, e ad alcune ultime releases di casa Scape.
Spiace un po’ dirlo, ma aver sezionato brutalmente il celeberrimo, incommensurabile, e imprescindibile The John Peel Session credo abbia penalizzato un pò la performance in quanto a freschezza e a ritmo.
I pochi episodi di quest’album selezionati non hanno reso giustizia, hanno come lasciato il pubblico con l’acquolina in bocca, vuoi anche perché spesso troncati a metà…e questo non è affatto carino! E’ il caso di Vertikal, elettronica eccelsa di indubbio valore, nella versione rivisitata dalla splendida voce di Masha Qrella; così come di Norden, superba tela di techno marziale dipinta con pennelli di matrice industrial, attraversata da una “lunga” tromba di davisiana memoria (leggi Bitches Brew) come da un fendente mortale procurato dalla sciabola di un vecchio austero samurai
Stesso discorso per Vlotho Exter e Vom Boot Zum Haus, purtroppo appena appena accennate durante il live-set, grandi prove di elettronica colta intinte nella musica contemporanea digitalizzata, in un coacervo originalissimo, alla maniera di Murcof.
Tra le prove migliori Ahab, un film intero in un pezzo solo…di una bellezza sconcertante, nella sua crudezza e immediatezza, a patto però che si amino senza riserve certi film di animazione giapponesi……..un noir digitale senza tempo.
Il concerto si conclude lasciando il pubblico intervenuto leggermente tramortito, come lievemente lobotomizzato da un suono molto potente, che non perdona, che quando ti vede ti si scaglia contro come un indemoniato, senza via di fuga, un alien con la bava alla bocca e le unghie killer, che ti penetra violentemente le carni fin nel profondo più profondo delle tue viscere. |