| Nuova sede per lo storico club bolognese da poco trasferitosi in zona parco nord, per inaugurare la quale i ragazzi dell’Estragon hanno invitato nel giro di una settimana prima gli intramontabili Violent Femmes, e oggi la solida noise band di Chicago capitanata dal produttore più corteggiato degli anni novanta, gli Shellac di Steve Albini.
Circa un migliaio i presenti intervenuti per godersi lo spettacolo, perché di questo si tratta! Un grande spettacolo, dove la musica la fa da padrona, una certezza, unitamente ad una presenza scenica davvero invidiabile.
Solita line-up vincente, con la batteria di Todd Trainer centrale molto avanzata a ridosso del pubblico a menare le danze, affiancata dal potente basso di Weston leggermente più sporco del solito, e dall’inconfondibile suono epilettico della chitarra del maestro.
Una forza magnetica fuori dal comune, a mio avviso merito ancora una volta del bravissimo Trainer, il vero protagonista della serata, capace di stupire per la facilità di esecuzione di tempi dispari, apparentemente improbabili, che s’intrecciano sapientemente anche durante lo stesso pezzo. Uno stile assolutamente unico, capace di shockare anche gli addetti ai lavori più preparati; potenza di battuta, molto colore nelle trame, quadrato e impeccabile nell’esecuzione. Il tutto farcito di una mimica facciale/corporea davvero seducente, una danza di movimenti di fronte alla quale rimani inchiodato, ipnotizzato, oltremodo sedotto, appunto! Spilungone magrissimo in tenuta dark, capello nero corvino e splendide movenze che evocano in me l’immagine di un rapace in volo dalle ali enormi, impegnate a disegnare armoniche evoluzioni aerobiche.
La scaletta di questa sera prevede alcune nuove song relative all’atteso album in uscita, si spazia poi quasi in egual misura tra l’imprescindibile At Action Park degli esordi (1994), e le successive ottime release Terraform e 1000 Hurts.
Difficile segnalare i pezzi migliori data la compattezza d’insieme dell’intera performance, laddove anche i momenti più “rilassati” o più “deboli” innestati tra le partiture tipicamente spigolose e geometriche del trio di Chicago, assumono in chiave live una risolutezza trasparente, con la benedizione dei fans tutti, vecchi e nuovi.
Certo i momenti di At Action Park, eseguiti al solito magistralmente, hanno sortito un’impennata di clamore e di coinvolgimento; e non poteva andare diversamente data la pregevolissima qualità del patrimonio in questione!
Ad eccellere, dunque, l’iniziale My Black Ass, il brano-manifesto della band, ma anche l’adrenalinica A Minute, il magico groove tribal-industrial di Crow, potentissimo; la geometria analitica de Il Porno Star, e la classica Song Of The Minerals.
Ottime esecuzioni anche in zona Terraform con proposte superbe, in primis This Is A Picture e Disgrace, la matematica al quadrato! Di grande impatto anche Mouthpiece e Canada.
Per quanto riguarda l’album più recente i pezzi di maggiore presa sicuramente Prayer To God e Squirrel Song….ma degna figura anche per Ghosts e Watch Song.
Da sottolineare inoltre un paio di chicche del periodo degli esordi, che sperimentano un’intelaiatura perfetta basso-batteria, impreziosita dai soliti granitici riff albiniani, Uranus e The Rude Gesture, al tempo edite in solo formato 7”, strepitose pillole di pura saggezza noise-rock.
La formula proposta è molto efficace, nota a tutti gli estimatori del genere, e della band…una formula tridimensionale, che recita più o meno così: chitarra tagliente ed epilettica + basso ruvido, potente e lineare come un sommergibile + batteria matematica
Vederli suonare con la stessa freschezza e attitudine di dieci anni fa è un immenso piacere, e cosa ancora più positiva per tutti noi addizionati cronici di buona musica, i nostri noisers preferiti ormai quarantenni dimostrano di sapersi ancora divertire un mondo sul palco, per il bene dell’umanità sonica.
La nota più saliente che risalta ai nostri occhi sta tutto nell’atteggiamento del trio, scanzonato e professionale al contempo, capace di divertire con collaudata maestria, con uno stile unico e personale. Una band che ha saputo contribuire enormemente alla rinascita di un genere, che al tempo viveva una fase creativa calante, muovendo dal cuore del post-rock d’autore, ma ridisegnandone i contorni, e spesso anche le superfici.
Una manna dal cielo, dunque, di Shellac ce ne vorrebbero almeno tre per decennio, una sorta di medicina per evitare quei momenti di saturazione e di conseguente stagnazione che ciclicamente ogni genere musicale si trova a vivere.
La gioventù sonica cronica ringrazia, sperando il meglio. E nel frattempo ringrazia l’Estragon per aver saputo preparare un’ennesimo, eccellente, barbecue pre-estivo. THANX GUYS ! |