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discografia, biografia, articolo, intervista, speciale, monografia
discografia:

Debut (1993)
voto 5/10

Post (1995)
voto 6/10

Telegram (1996)
voto 5/10

Homogenic (1997)
voto 7/10

Selmasongs (2000)
voto 4,5/10

Vespertine (2001)
voto 6/10

Medulla (2004)
voto 6,5/10










 
BJÖRK

La cantante islandese Björk (all'anagrafe Björk Gudmundsdottir) è stata una delle più istrioniche icone musicali degli anni '90: dal dance-pop insipido di Debut fino agli esperimenti vocali del nuovo Medulla, Björk ha girovagato fra quasi tutti gli stereotipi della musica di consumo con il candore e l'ingenuità di una "Alice in Wonderland" del post-modernismo. In sostanza, la sua opera si riduce ad una forma aggiornata di musical in cui ogni scenario (sia esso un romantico tema da film hollywoodiano o uno squarcio di house futurista) è dominato dalla sua personalità magnetica e da una voce che si trova a proprio agio sia nel jazz che nella musica contemporanea, una voce nella quale convivono la furia delle shouters di colore, la glacialità delle forbite vocalist d'avanguardia, le pose dell'avanspettacolo e i canti popolari del suo paese natale. Il guaio è che ad un così esuberante talento vocale non corrisponde un'altrettanto consistente talento in fase di composizione e d'arrangiamento e così Björk ha dovuto affidare l'elaborazione delle sue musiche a più o meno tutti i produttori e programmatori più "trendy" degli ultimi quindici anni (la lista è davvero lunga: Nellee Hooper, Graham Massey, Tricky, Howie B, Marius De Vries, Mark Bell, Mike "Spike" Stent, Thomas Knak, Matthew Herbert, Matmos). Nelle mani di questi soggetti l'ancestrale fascino del suo canto viene sovente risucchiato in un vortice di sonorità alla moda che ne disinnescano il potenziale evocativo e ne permettono la commercializzazione su larga scala. Ma è proprio questo che Björk vuole, non tanto (o non solo) per il desiderio di fama, quanto per l'ansia di coinvolgere le masse in quello che è una continua messa in scena del proprio mito attraverso la pantomima teatrale, la spettacolarità del kitsch più volgare, l'accumulo di pose e simboli propri della civiltà degli anni '40 e '50 (le big bands, lo stesso musical di Broadway, l'interpretazione canora quasi "recitata") e, naturalmente, un camaleontismo schizofrenico che la porta ad ambientare i propri monologhi in paesaggi musicali (o teatrali, per lei è la stessa cosa) sempre diversi e sempre eccentrici. Troppe volte a Björk manca la volontà di creare qualcosa e allora si limita ad intrattenere il pubblico (e senza dubbio lo fa con una certa classe), comportandosi come una bambina che cerchi disperatamente di attirare l'attenzione dei propri genitori o degli amichetti esibendosi in numeri di varietà di volta in volta più pittoreschi e coinvolgenti. Personalità contorta ed enigmatica, in lei convivono non senza contraddizioni una sofisticata entertainer del multimediale e una tenera fatina naif che vola leggiadra fra i ghiacci dell'amata Islanda, in un dualismo/antagonismo dal quale nasce, a conti fatti, il fascino di questo personaggio. Già, perchè Björk, prima di tutto, è un personaggio, un'icona, un'abile attrice che veste con insistenza i panni della dolce fanciulla persa nei suoi sogni ad occhi aperti e che si ritrova, proprio come nelle più efficaci (per quanto scontate) sceneggiature di hollywood, intrappolata in un mondo ostile di cui non riesce a comprendere il significato. Nella maggior parte dei casi la musica non fa altro che da sfondo alle sue peregrinazioni: è la voce il transfert attraverso il quale le emozioni (per quanto di facile presa) arrivano all'ascoltatore, la materia sonora ha solo la funzione di ingabbiare quel canto imbizzarrito in una rete di codici riconoscibili ed assimilabili da parte dell'audience (come per ogni popstar che si rispetti). Le va comunque dato atto di essere maturata negli ultimi due/tre album sia come autrice che come produttrice o, per lo meno, di avere imposto con più autorevolezza la propria visione al produttore di turno. Insomma, Björk è col tempo diventata un pò più artista e un pò meno personaggio, anche se da qui a definirla un genio (come si legge in quasi tutte le riviste musicali) la strada è lunghissima. Homogenic è indubbiamente il suo lavoro più maturo e profondo ma anche l'ultimo Medulla è abbastanza interessante, soprattutto perchè fa emergere senza trucchi (o quasi) quello che è il tratto più distintivo della sua arte: la capacità di esplorare la psicologia dei suoi "personaggi" in un modo non troppo dissimile (anche se infinitamente meno geniale) di quanto opera Meredith Monk nelle sue sconvolgenti impersonazioni vocali.

Björk inizia la sua carriera come vocalist degli islandesi Sugarcubes, uno strambo e un pò patetico gruppetto di art-pop con venature dance che per fortuna ha inciso solo tre album. Nella band è comunque lei il centro dell'attenzione per la sua vocalità umorale ed alienante, tanto che quando il gruppo si scioglie la nostra suscita immediatamente l'interesse di Nellee Hooper dei Soul II Soul il quale, accortosi delle sue immense potenzialità interpretative, produce il suo primo album (anche se in realtà la cantante aveva già inciso Björk nel 1977 e una raccolta di classici islandesi dal titolo Glin-Glo nel 1990). Debut (1993) vive del continuo pulsare della base ritmica (un pò house, un pò rhythm & blues, un pò jazz, accenni di musica etnica) e sulle mille voci di Björk che imperversano duvunque, riempiendo ogni spazio che gli arrangiamenti lasciano libero. A dire il vero, però, questo primo lavoro è sostanzialmente incerto: troppe canzoni non sono a fuoco (le atmosfere orientaleggianti di Areoplane, gli stacchetti pseudo-jazz di pianoforte in Crying, le ripetizioni minimaliste dei fiati in The Anchor Song) o si perdono in beats prolungati che alla lunga annoiano (la cadenza sonnolenta di One Day, l'house pacchiana di There's More To Life Than This). I momenti in cui la produzione di Hooper e la ricchezza vocale di Björk riescono a coesistere senza respingersi a vicenda sono la fantasia tzigana Venus As A Boy (archi, carillon incantati, sitar, percussioni assortite), il trascinante blues industriale di Human Behaviour e soprattutto la furiosa progressione di Violently Happy, un ballo indemoniato in cui la voce passa dalla trance narcotica allo sproloquio omicida. L'influenza di Madonna si fa sentire lungo tutto l'album (Big Time Sensuality pare persino una versione rimodernata di Cindy Lauper) e alla lunga nuoce inevitabilmente alla riuscita dell'opera, una delle più deboli dell'intera discografia di Björk.
A dominare Post (1995) è invece un eclettismo schizofrenico. I produttori sfilano in corteo con i loro suoni di tendenza per dare più sostanza alle composizioni ed il risultato tradisce una disomogeneità sconcertante: la filastrocca con quartetto d'archi di You've Been Flirting Again, il melò noir di Isobel (con arrangiamento d'archi di Eumir Deodato), la trance ossessiva di Enjoy (cortesia di Tricky), la danza africana di I Miss You (con Howie B alla console e fiati arrangiati per una volta da Björk stessa) e addirittura la melodia orchestrale stile Broadway di It's Oh So Quiet (che continua il discorso iniziato da Like Someone In Love sull'album precedente) sono conferme della versatilità di Björk come interprete, capace di spaziare fra i generi più distanti riuscendo a mantenere intatta la propria personalità e il proprio chàrme, ma sono anche conferme della sua necessità di essere continuamente coadiuvata dai grossi nomi della dance mondiale per riuscire a cavar fuori qualche suono che non sia quello della sua voce. Il disco contiene comunque tre delle più toccanti e fantasiose ballate tecnologiche che la fata islandese abbia mai scritto: la disarmante Hyper-ballad, quella contorta spirale di ambient-tribale che è The Modern Things (con una delle sue più trascinanti prove al canto) e il soul futurista di Possibly Maybe (un liquido arpeggio di rhodes, slide hawaiane, un loop impolverato di batteria e un'altra performance vocale da brivido). Björk è davvero una cantante fuori dal comune, abile nell'infondere vita a partiture altrimenti aride (Headphones, Cover Me, Army Of Me fra le peggiori di sempre), ciò che guasta è che in questo disco si mette ancor di più a nudo quello che è il lato "leggero" della sua arte, ossia la passione per l'easy-listening, il cabaret e il kitsch più svenevole che in sè non sarebbe neanche un male, a patto che o ci si ponga in posizione metalinguistica e si voglia, parodiando i generi di consumo, criticare l'intero sistema di segni della società capitalistica (ciò che ha compiuto Zappa nei suoi primi tre album o i Devo dell'esordio), oppure che si affronti la materia in modo creativo stravolgendone i caratteri genetici. Björk non fa nessuna di queste due cose: nella maggior parte dei casi fa semplicemente spettacolo, intrattiene un pubblico pagante. Ecco perchè nella sua musica c'è pochissimo di rivoluzionario o di artisticamente rilevante: Björk non vuole (o non riesce) a comunicare altro che una pantomima sterile la quale, seppur rifinita ad arte, ricicla stereotipi senza rielaborarli. Ciò non toglie nulla al suo talento vocale, anzi, è un vero peccato che la sua voce sia spesso sprecata in questo modo; a volte penso che con un combo di avant-jazz o un ensemble di musica contemporanea Björk darebbe il meglio di sè e potrebbe davvero aspirare ad essere una delle cantanti più creative dei nostri giorni (il successivo album di remix Telegram mostra proprio come, con un minimo di ingegno e di audacia oltre all'apporto di collaboratori importanti, sia possibile ottenere versioni assai più interessanti di alcuni brani di Post).

  di Matteo Losi
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