La cantante islandese Björk
(all'anagrafe Björk Gudmundsdottir) è
stata una delle più istrioniche icone musicali
degli anni '90: dal dance-pop insipido di Debut
fino agli esperimenti vocali del nuovo Medulla,
Björk ha girovagato fra quasi tutti gli stereotipi
della musica di consumo con il candore e l'ingenuità
di una "Alice in Wonderland" del post-modernismo.
In sostanza, la sua opera si riduce ad una forma
aggiornata di musical in cui ogni scenario (sia
esso un romantico tema da film hollywoodiano o uno
squarcio di house futurista) è dominato dalla
sua personalità magnetica e da una voce che
si trova a proprio agio sia nel jazz che nella musica
contemporanea, una voce nella quale convivono la
furia delle shouters di colore, la glacialità
delle forbite vocalist d'avanguardia, le pose dell'avanspettacolo
e i canti popolari del suo paese natale. Il guaio
è che ad un così esuberante talento
vocale non corrisponde un'altrettanto consistente
talento in fase di composizione e d'arrangiamento
e così Björk ha dovuto affidare l'elaborazione
delle sue musiche a più o meno tutti i produttori
e programmatori più "trendy" degli
ultimi quindici anni (la lista è davvero
lunga: Nellee Hooper, Graham Massey, Tricky, Howie
B, Marius De Vries, Mark Bell, Mike "Spike"
Stent, Thomas Knak, Matthew Herbert, Matmos). Nelle
mani di questi soggetti l'ancestrale fascino del
suo canto viene sovente risucchiato in un vortice
di sonorità alla moda che ne disinnescano
il potenziale evocativo e ne permettono la commercializzazione
su larga scala. Ma è proprio questo che Björk
vuole, non tanto (o non solo) per il desiderio di
fama, quanto per l'ansia di coinvolgere le masse
in quello che è una continua messa in scena
del proprio mito attraverso la pantomima teatrale,
la spettacolarità del kitsch più volgare,
l'accumulo di pose e simboli propri della civiltà
degli anni '40 e '50 (le big bands, lo stesso musical
di Broadway, l'interpretazione canora quasi "recitata")
e, naturalmente, un camaleontismo schizofrenico
che la porta ad ambientare i propri monologhi in
paesaggi musicali (o teatrali, per lei è
la stessa cosa) sempre diversi e sempre eccentrici.
Troppe volte a Björk manca la volontà
di creare qualcosa e allora si limita ad intrattenere
il pubblico (e senza dubbio lo fa con una certa
classe), comportandosi come una bambina che cerchi
disperatamente di attirare l'attenzione dei propri
genitori o degli amichetti esibendosi in numeri
di varietà di volta in volta più pittoreschi
e coinvolgenti. Personalità contorta ed enigmatica,
in lei convivono non senza contraddizioni una sofisticata
entertainer del multimediale e una tenera fatina
naif che vola leggiadra fra i ghiacci dell'amata
Islanda, in un dualismo/antagonismo dal quale nasce,
a conti fatti, il fascino di questo personaggio.
Già, perchè Björk, prima di tutto,
è un personaggio, un'icona, un'abile attrice
che veste con insistenza i panni della dolce fanciulla
persa nei suoi sogni ad occhi aperti e che si ritrova,
proprio come nelle più efficaci (per quanto
scontate) sceneggiature di hollywood, intrappolata
in un mondo ostile di cui non riesce a comprendere
il significato. Nella maggior parte dei casi la
musica non fa altro che da sfondo alle sue peregrinazioni:
è la voce il transfert attraverso il quale
le emozioni (per quanto di facile presa) arrivano
all'ascoltatore, la materia sonora ha solo la funzione
di ingabbiare quel canto imbizzarrito in una rete
di codici riconoscibili ed assimilabili da parte
dell'audience (come per ogni popstar che si rispetti).
Le va comunque dato atto di essere maturata negli
ultimi due/tre album sia come autrice che come produttrice
o, per lo meno, di avere imposto con più
autorevolezza la propria visione al produttore di
turno. Insomma, Björk è col tempo diventata
un pò più artista e un pò meno
personaggio, anche se da qui a definirla un genio
(come si legge in quasi tutte le riviste musicali)
la strada è lunghissima. Homogenic
è indubbiamente il suo lavoro più
maturo e profondo ma anche l'ultimo Medulla
è abbastanza interessante, soprattutto perchè
fa emergere senza trucchi (o quasi) quello che è
il tratto più distintivo della sua arte:
la capacità di esplorare la psicologia dei
suoi "personaggi" in un modo non troppo
dissimile (anche se infinitamente meno geniale)
di quanto opera Meredith Monk nelle sue sconvolgenti
impersonazioni vocali.
Björk inizia la sua carriera come vocalist
degli islandesi Sugarcubes, uno strambo e un pò
patetico gruppetto di art-pop con venature dance
che per fortuna ha inciso solo tre album. Nella
band è comunque lei il centro dell'attenzione
per la sua vocalità umorale ed alienante,
tanto che quando il gruppo si scioglie la nostra
suscita immediatamente l'interesse di Nellee Hooper
dei Soul II Soul il quale, accortosi delle sue immense
potenzialità interpretative, produce il suo
primo album (anche se in realtà la cantante
aveva già inciso Björk
nel 1977 e una raccolta di classici islandesi dal
titolo Glin-Glo nel 1990). Debut
(1993) vive del continuo pulsare della base ritmica
(un pò house, un pò rhythm & blues,
un pò jazz, accenni di musica etnica) e sulle
mille voci di Björk che imperversano duvunque,
riempiendo ogni spazio che gli arrangiamenti lasciano
libero. A dire il vero, però, questo primo
lavoro è sostanzialmente incerto: troppe
canzoni non sono a fuoco (le atmosfere orientaleggianti
di Areoplane, gli stacchetti pseudo-jazz di pianoforte
in Crying, le ripetizioni minimaliste dei fiati
in The Anchor Song) o si perdono in beats prolungati
che alla lunga annoiano (la cadenza sonnolenta di
One Day, l'house pacchiana di There's More To Life
Than This). I momenti in cui la produzione di Hooper
e la ricchezza vocale di Björk riescono a coesistere
senza respingersi a vicenda sono la fantasia tzigana
Venus As A Boy (archi, carillon incantati, sitar,
percussioni assortite), il trascinante blues industriale
di Human Behaviour e soprattutto la furiosa progressione
di Violently Happy, un ballo indemoniato in cui
la voce passa dalla trance narcotica allo sproloquio
omicida. L'influenza di Madonna si fa sentire lungo
tutto l'album (Big Time Sensuality pare persino
una versione rimodernata di Cindy Lauper) e alla
lunga nuoce inevitabilmente alla riuscita dell'opera,
una delle più deboli dell'intera discografia
di Björk.
A dominare Post (1995) è
invece un eclettismo schizofrenico. I produttori
sfilano in corteo con i loro suoni di tendenza per
dare più sostanza alle composizioni ed il
risultato tradisce una disomogeneità sconcertante:
la filastrocca con quartetto d'archi di You've Been
Flirting Again, il melò noir di Isobel (con
arrangiamento d'archi di Eumir Deodato), la trance
ossessiva di Enjoy (cortesia di Tricky), la danza
africana di I Miss You (con Howie B alla console
e fiati arrangiati per una volta da Björk stessa)
e addirittura la melodia orchestrale stile Broadway
di It's Oh So Quiet (che continua il discorso iniziato
da Like Someone In Love sull'album precedente) sono
conferme della versatilità di Björk
come interprete, capace di spaziare fra i generi
più distanti riuscendo a mantenere intatta
la propria personalità e il proprio chàrme,
ma sono anche conferme della sua necessità
di essere continuamente coadiuvata dai grossi nomi
della dance mondiale per riuscire a cavar fuori
qualche suono che non sia quello della sua voce.
Il disco contiene comunque tre delle più
toccanti e fantasiose ballate tecnologiche che la
fata islandese abbia mai scritto: la disarmante
Hyper-ballad, quella contorta spirale di ambient-tribale
che è The Modern Things (con una delle sue
più trascinanti prove al canto) e il soul
futurista di Possibly Maybe (un liquido arpeggio
di rhodes, slide hawaiane, un loop impolverato di
batteria e un'altra performance vocale da brivido).
Björk è davvero una cantante fuori dal
comune, abile nell'infondere vita a partiture altrimenti
aride (Headphones, Cover Me, Army Of Me fra le peggiori
di sempre), ciò che guasta è che in
questo disco si mette ancor di più a nudo
quello che è il lato "leggero"
della sua arte, ossia la passione per l'easy-listening,
il cabaret e il kitsch più svenevole che
in sè non sarebbe neanche un male, a patto
che o ci si ponga in posizione metalinguistica e
si voglia, parodiando i generi di consumo, criticare
l'intero sistema di segni della società capitalistica
(ciò che ha compiuto Zappa nei suoi primi
tre album o i Devo dell'esordio), oppure che si
affronti la materia in modo creativo stravolgendone
i caratteri genetici. Björk non fa nessuna
di queste due cose: nella maggior parte dei casi
fa semplicemente spettacolo, intrattiene un pubblico
pagante. Ecco perchè nella sua musica c'è
pochissimo di rivoluzionario o di artisticamente
rilevante: Björk non vuole (o non riesce) a
comunicare altro che una pantomima sterile la quale,
seppur rifinita ad arte, ricicla stereotipi senza
rielaborarli. Ciò non toglie nulla al suo
talento vocale, anzi, è un vero peccato che
la sua voce sia spesso sprecata in questo modo;
a volte penso che con un combo di avant-jazz o un
ensemble di musica contemporanea Björk darebbe
il meglio di sè e potrebbe davvero aspirare
ad essere una delle cantanti più creative
dei nostri giorni (il successivo album di remix
Telegram mostra proprio come, con
un minimo di ingegno e di audacia oltre all'apporto
di collaboratori importanti, sia possibile ottenere
versioni assai più interessanti di alcuni
brani di Post).
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