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Inaspettatamente, il successivo Homogenic
(1997) è l'album meno in linea col resto
della sua produzione ed è invero il suo capolavoro.
Scomparsi gli eccessi "modaioli" dei suoi
lavori precedenti, Homogenic è quanto di
più vicino all'arte Bjork abbia mai concepito:
omogenea (come il titolo preannuncia), densa, febbricitante
eppure stranamente distesa, l'opera prevede una
fusione fra ritmiche metalliche, elettronica espressionista
ed archi classici (secondo la concezione di Bjork
ognuno di questi tre elementi rappresenterebbe un
aspetto del corpo umano: scheletro, sistema nervoso
e carne), ideale tappeto per una voce molto più
libera che in passato. Qui Bjork si autoproduce
e anche quando si avvale dei contributi di personaggi
del calibro di Mark Bell è lei a concepire
in gran parte le trame sonore, a far sì che
i collaboratori si uniformino alle sue direttive
(e non viceversa). I brani del disco, lungi dall'essere
leggeri o inconsistenti, mostrano il lato più
personale ed oscuro dell'artista (qui merita di
essere definita tale): in Hunter l'iniziale shock
di frequenze basse e rullanti sintetici immette
direttamente in un'atmosfera opprimente e claustrofobica,
che si stempera solo con l'ingresso degli archi;
Unravel vive di variazioni impercettibili di tastiere
sul ritmo ovattato in sottofondo e si dissolve in
una nuvola leggerissima al suono di un organo da
chiesa; la partitura di All Neon Like è quanto
di più impalpabile e magico Bjork abbia mai
concepito (richiami appena percettibili di viole,
una luminosa figura di tastiera, un ritmo a mò
di valzer ma in 4/4, l'avvolgente velo di synth).
L'ispirazione classica si fa ancor più marcata
nel suggestivo volo ad alta quota di Yoga e in Bachelorette
che, con i suoi poliritmi, i rintocchi gravi del
pianoforte, il teso motivo orchestrale e la tristissima
melodia vocale si conferma melodramma allo stato
puro, incredibilmente affine ad alcune arie dei
più celebri operisti italiani di fine '800.
Anche quando le ritmiche sono in primo piano e la
voce può divagare jazzante come non mai (il
dub esotico di Immature) oppure urlare istericamente
in un clima da no wave (l'incubo cyber-industriale
vagamente alla Foetus di Pluto) il discorso musicale
resta sempre solido e ricco di sfumature, per nulla
approssimativo, sorprendentemente corposo e strutturato.
In questo senso, il capolavoro del disco sembra
essere 5 Years dove, in sequenza, fanno la loro
comparsa un synth con un risibile motivo discendente,
un loop che si frantuma in una serie spasmodica
di sincopi, il canto free-form, appassionato e rabbioso,
e infine gli archi che, ad intervalli regolari,
si alzano all'unisono di una terza in un tremolio
da brivido. Con Homogenic Bjork si lascia alle spalle
la particina della diva altezzosa per ambire ad
affermarsi come artista più autentica, profonda
ed ispirata. Se solo volesse, questa donna potrebbe
scrivere una delle pagine più emozionanti
della musica moderna.
Evidentemente, però, Bjork non aspira a tanto
e preferisce accontentarsi del suo ruolo di intrattenitrice
di lusso con velleità sperimentali, come
dimostra la sua scelta di recitare come protagonista
nel film-musical di Lars Von Trier "Dancer
In The Dark", di cui cura anche la colonna
sonora (naturalmente con l'aiuto determinante di
alcuni ospiti). Con questa mossa Bjork mostra al
mondo intero quello che era stato da sempre il suo
sogno e desiderio proibito: recitare in un musical,
fare la Liza Minelli degli anni '90 e riportare
in auge la paccottiglia dei film di Fred Astaire
(e qui la scusa del post-modernismo è veramente
campata in aria, può fungere tutt'al più
da alibi per i fan o per i critici che non sanno
in quale altro modo giustificare una simile sciocchezza).
A prescindere da qualsiasi giudizio sul film, la
colonna sonora Selmasongs (2000)
è semplice easy-listening supportato da qualche
beat digitale, nient'altro.
Lungi dall'essere un episodio passeggero, le conseguenze
derivanti dall'esperienza cinematografica hanno
in realtà spinto Bjork ad abbandonare la
fase relativamente creativa di Homogenic per buttarsi
a capofitto nella commercializzazione di alcune
intuizioni di quel disco con una strizzata d'occhio
al patetismo sfiancante di Selmasongs. Il risultato
è Vespertine (2001), un
disco che si presenta ancor più raccolto
ed intimo di Homogenic, frutto di mesi e mesi di
lavoro in cui Bjork ed il suo staff (ora composto
da Matthew Herbert, Thomas Knack e i Matmos, senza
contare l'apporto decisivo di Vince Mendoza e Guy
Sigsworth per le partiture orchestrali) hanno elaborato
una densa tessitura di suoni ovattati e dimessi,
perfetti per fornire un'ambientazione adeguata alla
sua sceneggiata. Va perciò riconosciuto alla
cantautrice islandese il merito di aver finalmente
messo a fuoco la visione della propria musica (ed
è cresciuta enormemente anche come produttrice),
anche se appare altrettanto evidente che, nella
maggior parte dei casi, quella musica non è
altro che una forma molto sofisticata di entertainment,
o meglio, una forma di intrattenimento appositamente
mascherata da musica colta che nelle intenzioni
è simile a quanto hanno fatto i primi Genesis,
ossia usare una serie di mezzi complessi per abbozzare
qualcosa di semplicissimo o banale (cioè
l'esatto contrario della grande musica). Laddove
Homogenic sfruttava una intelligente economia di
mezzi per affrescare grandi scenari (pochi elementi
ma intensi, intersecati con abilità e pathos)
in Vespertine si verifica l'effetto contrario: alla
proliferazione delle trame sonore corrisponde un
impoverimento del disegno complessivo. In brani
come It's Not Up To You o Undo, così pregne
di trucchi orchestrali (celesta, arpa, sezione d'archi,
coro femminile, coro di bambini) da far impallidire
Phil Spector, Bjork ricorre all'accumulo di orpelli
per mettere in secondo piano la sostanziale esilità
della musica. C'è differenza fra una partitura
strumentale che è vera musica e un arrangiamento
escogitato per coprire il vuoto: Bjork qui sceglie
proprio il secondo modello. L'effetto è comunque
potentissimo (ed è questo che lei vuole:
l'effetto scenico fine a se stesso, non la sostanza)
ma tendenzialmente effimero. Altrove si fa tangibile
il tentativo di dilatare a dismisura le atmosfere
tetre di Homogenic (la misteriosa cantilena di An
Echo, A Stain, uno dei vertici del disco) oppure
di addolcirle (il sussurro sul tappeto di scricchiolii
digitali di Cocoon), ma più spesso si fa
leva sul classico melò (Pagan Poetry, Sun
In My Mouth, Unison, Hidden Place, tutte pervase
dalla sindrome da colonna sonora). I momenti più
personali si chiamano Aurora (una ninna nanna incantevole
in cui torna a galla la sua spontaneità naif
di fatina dei ghiacci) e soprattutto il lied per
voce ed archi di Harm Of Will che almeno vanta una
delle melodie più geniali e contorte della
sua carriera. E' in questi episodi che Bjork tocca
le corde più alte del suo pathos e, avvalendosi
della sua voce inimitabile, riesce a trasformare
le sue pose in emozioni più sincere e profonde.
All'album farà seguito una tournee nei più
prestigiosi teatri del globo, i luoghi ideali per
ricreare le coreografie complesse di cui vivono
i brani di Vespertine.
Nel 2002 Bjork inonda il mercato di uscite discografiche:
prima Family Tree,
un box di 6 cd con inediti e rarità e poi
le versioni live di tutti i suoi album precedenti.
Si ha l'impressione che l'artista raschi il fondo
del barile e ciò è forse sintomatico
della sua necessità di chiudere un ciclo
e di aprire una nuova fase della sua carriera.
Medulla (2004) potrebbe davvero rappresentare un
nuovo inizio per la cantautrice islandese. Ad un'opera
magniloquente come Vespertine, Bjork fa seguire
il disco più antispettacolare della sua carriera,
una sorta di studio sulle combinazioni vocali e
sull'iterazione di queste con i beat elettronici.
Qui Bjork rinuncia alla strumentazione per far leva
quasi esclusivamente sulla propria voce (e quelle
di illustri e determinanti ospiti quali Mike Patton,
Robert Wyatt, Tagaq, il solito Mark Bell e molti
altri), mettendo in atto il recupero delle radici
più autentiche della sua arte, che è
soprattutto vocale. Alla teatralità insistita
del passato viene contrapposta un'esigenza di raccoglimento
che sfiora la clausura: ad imitazione delle grandi
vocalist d'avanguardia Bjork sceglie di ridurre
al minimo la scenografia dei suoi gorgheggi per
concentrarsi sul potere ancestrale del canto, indagandone
i risvolti psicologici e le qualità ipnotiche.
Sia chiaro: Bjork non è Merdith Monk e nemmeno
Joan LaBarbara (tutt'al più potrebbe essere
assimilabile agli snobismi di Laurie Anderson) ma
in diversi quadretti astratti riesce ad essere coivolgente
e, a modo suo, creativa: Vokuro (per voce solista
e coro) ha la compostezza e la drammaticità
di un canto gregoriano, Submarine (con Robert Wyatt
a far la parte del leone) è un impasto di
fonemi e linee melodiche frammentate, Ancestors
vede i falsetti sperduti di Bjork interagire con
la gestualità monkiana di Tagaq (ringhi,
sospiri, ecc...) su pochi e stranianti accordi di
pianoforte, Show Me Forgiveness è un solitario
canto a cappella che rieccheggia fra le arcate di
una cattedrale gotica, mentre le vibranti Oll Birtan
e Midvikudags sono impostate sull'accumulo di linee
vocali minimaliste. Tutti questi bozzetti, seppur
fortemente derivativi, propongono una singolare
fusione fra i modi austeri dell'avanguardia vocale
e il canto più fisico e terreno di Bjork
il quale, ben distante dalla rigidità delle
performers minimaliste, non esita a mostrare i suoi
legami con i canti popolari islandesi. Altri episodi,
invece, sono più tradizionali anche se completamente
trasfigurati nell'arrangiamento: in Pleasure Is
All Mine, Who Is It, Oceania e Triumph Of A Heart
Bjork costruisce i ritmi, le melodie e gli arrangiamenti
con le voci (opportunamente campionate e mandate
in loop) ma, così facendo, non rinnova veramente
il suo linguaggio, tutt'al più prova a rifare
il trucco al suo solito stile. Il risultato a volte
è comico (come in Triumph Of A Heart dove
le voci imitano anche tromboni e strumenti vari)
ma bisogna comunque riconoscere che ascoltare questa
metamorfosi sonora fa indubbiamente un certo effetto
(perchè, ricordiamocelo, Bjork vuole soprattutto
l'effetto scenico). La palma di brano migliore se
l'aggiudica comunque Desired Constellation, un lied
sconsolato in cui la voce si distende con commozione
su una sottile nebulosa di crepitii intermittenti,
come se Bjork piangesse nell'oscurità del
cosmo con lo sguardo rivolto al pallido raggio di
luce proveniente da una stella lontana. Concludendo,
per quanto bizzarro ed inconsueto (almeno per le
pop-star da classifica) Medulla non è poi
questo gran disco rivoluzionario: di album così
ne sono stati fatti a centinaia da miriadi di cantanti
ben più preparate tecnicamente di Bjork (che,
peraltro, ha dalla sua un timbro molto personale
e suggestivo) e non è nemmeno lontanamente
paragonabile a capolavori come Dolmen Music (Meredith
Monk), Reluctant Gipsy (Joan LaBarbara) o Litanies
Of Satan (Diamanda Galas). L'importanza di Medulla
sta nel fatto che potrebbe davvero rappresentare
un punto di partenza per un più maturo studio
sul mezzo vocale e, a conti fatti, l'inizio di una
nuova carriera per l'artista islandese. Sarà
Bjork stessa, con le sue future scelte, a farci
capire se il disco è davvero l'inizio di
una svolta o se è solo un capriccio passeggero
o se, peggio ancora, è il solito album pseudo-sperimentale
che le star snob e un pò attempate confezionano
per rilanciare la propria immagine presso le nuove
generazioni.
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