| discografia,
biografia, articolo, intervista, speciale, monografia |
discografia:
If I Could Only Remember My Name (1971)
voto 8,5/10 Oh Yes I Can (1989)
voto 6/10 Thousand Roads (1993) voto
4,5/10 CPR (1998)
voto 6,5/10 |
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| DAVID CROSBY |
David Crosby è stato uno dei
musicisti più significativi degli anni '60.
Padre putativo del raga rock con i Byrds (sua la mistica
Mind Gardens che nel 1966 introdusse le sonorità
della musica indiana nel panorama rock dell'epoca),
probabile ispiratore dell'acid rock (dal '68 divenne
un punto di riferimento per i gruppi psichedelici
di San Francisco e in particolare per i Jefferson
Airplane, ai quali regalò alcune fra le sue
composizioni più ispirate), membro del supergruppo
Crosby, Stills & Nash (al cui repertorio contribuì
con altri capolavori assoluti quali Deja Vu, Guinnevere,
Almost Cut My Hair, Long Time Gone) e infine autore
di un'opera leggendaria come If I Could Only Remember
My Name (sublimazione del suono della Bay Area
e al tempo stesso malinconico addio alla stagione
hippy), Crosby è stato fra i primi artisti
(insieme a Bob Dylan, Velvet Underground, Doors e
pochi altri) ad aver intuito la profondità
artistica della musica rock e, in definitiva, ad aver
affermato tale genere come uno dei più importanti
linguaggi musicali (assieme al jazz) del novecento.
Fu proprio il suo temperamento ribelle e la pressante
esigenza di superare gli stretti confini che comprimevano
il rock'n'roll dei primi anni '60 a spingerlo alla
composizione dei brani più stravaganti e bizzarri
del repertorio dei Byrds (Younger Than Yesterday,
l'album in cui Crosby fa sentire maggiormente la sua
presenza, è anche il migliore della band) e,
in definitiva, a causare la sua cacciata dal gruppo
(la goccia che fece traboccare il vaso fu proprio
una sua canzone, Triad, controverso e poetico resoconto
di una relazione a tre che il resto del gruppo si
rifiutò di incidere). Negli anni seguenti le
sue feconde ricerche in ambito musicale andarono di
pari passo con l'abuso di LSD che, progressivamente,
finì per trasformarlo in un tossicomane e alla
lunga deteriorò la sua creatività (il
suo secondo album da solista fu registrato solo nell'89).
Come molti suoi contemporanei, Crosby trovò
nell'LSD la materia stessa delle proprie composizioni,
l'elemento catalizzatore delle proprie pulsioni musicali
e delle proprie utopie pacifiste (a prescindere da
ogni valutazione morale, è incontestabile che
l'alba del rock "maggiore" sia indissolubilmente
legato al proliferare degli stupefacenti) e, proprio
come molti suoi contemporanei, a causa della dipendenza
sprecò un talento autentico, a tratti abbagliante.
If I Could Only Remember My Name (1971) venne
inciso da David Crosby in un momento storico particolarmente
ambiguo:la stagione dei figli dei fiori era agli sgoccioli,
le utopie di un'intera generazione si stavano sgretolando
silenziosamente, stroncate dalla repressione o corrose
dal denaro e dai vizi più comuni di quel capitalismo
che esse stesse, in origine, avversavano. La lotta
politica e l'impegno civile che avevano contraddistinto
il biennio '68/'69 (il cui spirito venne mirabilmente
immortalato dai Jefferson Airplane nel capolavoro
Volunteers) avevano lasciato il posto alla
più desolante incertezza, tanto che molti sostenitori
storici della contestazione finirono in prigione o
si ritirarono in comunità agricole. La scena
musicale della Baia non poteva non constatare il fallimento
dei propri ideali rivoluzionari ma, al tempo stesso,
non rinunciava a sperare: un disco come Blows Against
The Empire (1970) (accreditato a Paul Kantner
e Jefferson Starship ma in realtà sorta di
immenso supergruppo in cui fanno capolino tutte le
personalità più creative della scuola
californiana) tratteggia una fantastica fuga dall'
"Amerika" e, in generale, dal pianeta Terra
per mezzo di un'arca spaziale allo scopo di poter
fondare, sulla Luna, una nuova civiltà che
sia immune dal capitalismo e viva in armonia al semplice
quanto programmatico slogan "Menti libere! Corpi
liberi! Droga Libera!", mentre Sunfighter
(1971) (altro concept album a nome Kantner e Grace
Slick, musa e cantante dei Jefferson) riscopre la
bellezza della natura e della vita rurale, esaltando
la magica semplicità che si trova nel nostro
mondo e celebrando la poesia del creato. If I Could
Only Remember My Name chiude la trilogia dei grandi
capolavori collettivi della Bay Area mostrando una
visione trascendentale e quasi religiosa dell'esistenza,
andando oltre la politica e la critica sociale per
sprofondare nel sogno, nel subconscio, nella malinconica
rassegnazione che alberga nelle menti di una generazione
sconfitta. Il tono mistico e visionario dell'opera
si ricollega ad una spiritualità squisitamente
orientale, alla meditazione, alla trance buddista.
La forma è invece diretta emanazione delle
sonorità care alla psichedelia californiana
più matura, ossia stili diversi (folk, blues,
jazz, raga, armonie barocche, strumentazioni inconsuete)
che per incanto si fondono in una musica sui generis
mai così adulta e penetrante, grondante di
pathos e lirismo. Assolutamente straordinario anche
il manipolo di ospiti che intervengono nel disco:
Kantner, Slick, Kaukonen e Casady dei Jefferson Airplane;
Garcia, Lesh, Hart e Kreutzmann dei Grateful Dead;
Neil Young, Joni Mitchell, Graham Nash, Laura Allen,
Micheal Shrieve e altri ancora, in pratica l'intera
comunità della Baia che si riunisce per celebrare
il suo guru e guida spirituale.
If I Could Only Remember My Name è un unico
paesaggio mentale, una preghiera che sale altissima
fra cori medievali e ricami acustici, un sommesso
mugolio che si perde in cascate di chitarre e sbiaditi
accordi di pianoforte. Le tipiche accordature aperte
e ipercromatiche che costituiscono uno dei tratti
più personali e distintivi della poetica di
Crosby caratterizzano nove composizioni che sono altrettanti
dialoghi con l'orizzonte, visioni sfocate, allucinazioni
a sfondo mitologico. Il mood generale del disco è
assorto e sognante, mentre le sfumature delle ambientazioni
sonore ricordano i giochi di luce dei pittori impressionisti.
Crosby sembra guardare il mondo con occhi infantili,
perso nello stupore di chi non può far altro
che meravigliarsi di fronte ad una realtà/sogno
che pulsa di una bellezza incomprensibile e sottilmente
ambigua.
L'incipit Music Is Love è un mantra acustico
in cui le voci si perdono nell'estasi, nel raccoglimento,
nel rapimento mistico di un unico verso (Tutti dicono
che la musica è amore) ripetuto fino allo stordimento,
mentre le pigre figure arpeggiate di Traction In The
Rain affrescano un solitario canto esistenziale che
si tinge d'arcobaleno quando alla voce si uniscono
i saliscendi cristallini di un'arpa. Ancor più
impalpabili sono le armonie immobili e le voci impaurite
ma gioiose di Laughing, una scheggia d'eternità
che brilla di una luce quasi accecante, solenne, divina,
o le ipnotiche evoluzioni jazz della misteriosa Tamalpais
High. Anche laddove il suono si irrobustisce e si
fa palese una scrittura collettiva (la veemente jam
blues Cowboy Movie o l'enigmatico crescendo della
corale What Are Their Names) il clima resta sognante
e malinconico, imbevuto di spiritualismo ma anche,
in fondo, di rassegnato fatalismo. Ed è proprio
in questo confuso stato mentale ed emotivo che galleggiano
gli ultimi tre brani dell'opera: il capolavoro strumentale
Song With No Words, struggente commiato che tocca
vertici di lirismo assoluto dove Crosby (e con lui
un'intera generazione di musicisti) non può
far altro che contemplare il malinconico tramonto
di una civiltà bisbigliando una litania sconsolata
fra commossi fraseggi di chitarre e aperture pianistiche
che si sciolgono in un mare di calde lacrime; la melodia
rinascimentale Orleans e il requiem conclusivo I'd
Swear There Was Somebody Here, viaggio allucinato
nella coscienza collettiva hippy guidato da un coro
(in realtà tutte le voci sono di Crosby) che
diffonde una serie di "om" arcani e mistici,
un fuggevole sguardo nel buio di un futuro carico
di oscuri presagi ed immerso in un'atmosfera metafisica,
mitologica, atemporale.
Per tutta la sua restante carriera Crosby non è
più riuscito nemmeno a sfiorare la grandezza
e l'evocatività di quest'album, sprecando il
proprio tempo con la droga o incidendo dischi con
Graham Nash (guarda caso sono proprio le sue canzoni
a dare un briciolo di senso ai mediocri Graham
Nash and David Crosby, Wind On The Water e Whistling
Down The Wire). Perso fra ogni tipo di eccesso
e rischiando seriamente la propria sanità mentale
(e la vita) Crosby arrivò a trascorrere metà
del 1986 in carcere per detenzione di stupefacenti
e possesso illegale d'arma da fuoco. Dopo numerose
ricadute, però, riuscì a liberarsi definitivamente
dalla propria dipendenza e la riacquisita lucidità
gli permise di incidere il suo secondo album da solista
Oh Yes I Can (1989) che, pur non essendo imprescindibile,
merita comunque più di un ascolto grazie a
composizioni finalmente ispirate quali Tracks In The
Dust o la sognante Lady Of The Harbor. Il seguente
Thousand Roads (1993) è più che
altro una raccolta di cover e quindi abbastanza inutile,
ma più avanti Crosby si riscatta formando col
chitarrista Jeff Pevar e il ritrovato figlio James
Raymond i CPR, il cui album di debutto (datato 1998)
contiene forse ciò che di meglio il musicista
è riuscito a comporre negli ultimi vent'anni.
Canzoni come At The Edge, Rusty And Blue o Time Is
The Final Currency risplendono delle magiche armonie
degli inizi e in definitiva rendono il disco un piacevole
(anche se sostanzialmente futile) tuffo nel passato. |
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