Nella seconda metà degli
anni ’80 in una scena musicale che vede il
proliferare di decine di rock band, con lacca e
make up come voleva la moda di quel periodo (Guns,
Motley Crue e Bon Jovi per citarne alcune), si affacciano
sulla scena i Jane’s Addiction, creatura fondata
da Perry Farrell, all’anagrafe Perry Bernstein
e dal chitarrista Dave Navarro. La band di Los Angeles,
da subito si distingue per le sue performance nei
vari locali del Sunset Strip, che incarnano perfettamente
lo spirito decadente della “Città degli
Angeli”, e per una miscela sonora che sebbene
ancora acerba lascia intuire l’altissimo potenziale
del gruppo. Si tratta infatti di qualcosa di assolutamente
nuovo per quei tempi, una combinazione tra rock,
funk, psichedelia dark (proveniente direttamente
dal gruppo precedente di Farrell, gli Psi Com) e
punk. A tutto questo va aggiunto il carisma dominante
di Farrell, da sempre avvezzo ad uno stile di vita
convenzionale ai canoni rock, a lui, pur non avendo
mai nascosto il suo attaccamento alle droghe, va
comunque riconosciuto un magnetismo non comune a
molti suoi colleghi, un misticismo derivante da
una forte presenza scenica, da un’intelligenza
al di sopra della media, che lo porterà ad
avere delle intuizioni geniali e sempre molto avanti
rispetto ai suoi tempi.
Farrell, Navarro, insieme al bassista Eric Avery
ed al batterista Stephen Perkins confezionano degli
show rudimentali, dove il suono della band non è
ancora ben delineato, ma le caratteristiche che
ne faranno dei maestri del genere cominciano ad
affiorare poco alla volta. Sul palco si oppongono
con convinzione ai dettami del music business di
quel tempo, dove era molto più importante
apparire piuttosto che essere, e dove per essere
riconosciuti ed accettati come una rock band bisognava
per forza mostrarsi nei video accompagnati da ragazze
seminude, truccati con eyeliner e rossetto, e con
criniere spropositate, frutto di ore passate davanti
allo specchio, solo i già decaduti Kiss erano
arrivati a fare tanto.
Una di queste loro esibizioni dal vivo, allo storico
locale Roxy’s finisce sull’omonimo album
di debutto della band. Sebbene la qualità
della registrazione non sia eccelsa e un timido
Navarro non riesce ancora a dare spessore al suono
della band, i pezzi presenti nel disco dimostrano
un’originalità ed una freschezza di
idee che ad oggi resta invariata. Canzoni come “Pigs
in Zen”, “1%”, la lenta “I
Would For You”, fino ad arrivare al capolavoro
“Jane Says”, mettono in mostra le doti
vocali di Farrell, con il suo modo di cantare, caratterizzato
da un timbro di voce particolarissimo ed intrigante.
Nell’album figurano anche due cover: “Rock
‘n’ Roll” di Lou Reed, al quale
Perry Farrell deve più di qualcosa, e la
classicissima “Sympathy For The Devil”
dei Rolling Stones, in versione acustica e più
soft, ma non di minore impatto. L’attenzione
nei confronti della band comincia a crescere, ed
è quindi il momento di fare quel salto di
qualità che permetta loro una maggiore visibilità
e mezzi migliori per sviluppare le loro idee.
La band passa ad una major, la Warner, si rinchiude
in studio e ne viene fuori con quello che da molti
è considerato il loro vero primo album ufficiale:
“Nothing’s Shocking”. Il disco
ha tutti i numeri e le qualità per conquistare
critica e pubblico, e si va a collocare tra i classici
del rock alternativo. Complice un’ottima produzione,
precisa, ma allo stesso tempo ruvida “Nothing’s
Shocking” mette in sequenza una serie di pezzi
che sarebbero diventati dei veri e propri cavalli
di battaglia per la band. Si comincia con un uno-due
esaltante, la strumentale “Up The Beach”
che lascia spazio alla monumentale “Ocean
Size”, in cui Farrell rivendica il suo amore
per uno stile di vita fatto di eccessi, spiagge,
tavole da surf ed il mare in generale, invocando
l’oceano come fosse una madre. Queste atmosfere
vengono riprese anche in “Mountain Song”
e nella lunga ballata “Summertime Rolls”
dove ancora una volta alla materialità degli
argomenti si unisce una tono di sacralità
che porta le percezioni che la band sprigiona ad
un livello altissimo. Ma nel disco c’è
posto anche per tinte più oscure e meno leggere
come che si riscontra nel testo di “Had a
Dad”, in cui si parla dell’abbandono
da parte del padre, passando per “Ted, Just
Admit It…” in cui il cantante si rivolge
in maniera surreale al serial killer realmente esistito
Ted Bundy, mentre la chitarra impazzita di Navarro
ricama ritmiche serrate e percussive. Nell’
album che vanta anche la presenza di Flea dei Red
Hot Chili Peppers alla tromba, vengono poi riprese
dal primo lavoro e perfezionate “Pigs in Zen”
e “Jane Says” stavolta valorizzate da
una registrazione all’altezza dei brani.
Diventati ormai fenomeno di culto, e con un album
che riesce a rimanere nelle classifiche americane
per 35 settimane consecutive, per la band si cominciano
ad ampliare anche i problemi: l’estenuante
tour che segue la pubblicazione del disco porta
ad un uso sempre più massiccio di droghe,
inoltre il crescente ego delle due figure cardine
del gruppo ovvero Farrell e Navarro non sembra trovare
un punto d’accordo, e questo non farà
altro che compromettere il già fragile equilibrio
del gruppo.
Frutto di questa tensione viene pubblicato nel 1990
“Ritual De Lo Habitual”, che come esce
crea subito il vuoto intorno a sè. Alla stampa
specializzata basta poco per capire che ci si trova
fronte ad un album destinato a restare nel tempo,
e a superare tutte le varie mode e correnti che
si succederanno d’ora in avanti. Nei momenti
più veloci l’album ha una matrice spiccatamente
funky, come nella straordinaria “Stop!”,
nel singolo “Been Caught Stealing” o
in “Obvious”, dove uno straripante Dave
Navarro fa fuoco con una serie di riff che molto
devono all’Hendrix più ispirato. “Ritual
De Lo Habitual”, non si ferma qui, ha molte
facce, ed in contrapposizione ai pezzi più
veloci troviamo delle gemme di assoluto valore.
L’inarrivabile psichedelia di “Three
Days” diventa il cuore di tutto l’album,
quasi dieci minuti di digressioni sonore, momenti
più tranquilli che si alternano ad altri
più malati carichi di una tensione senza
precedenti in cui Perry Farrell basandosi su un
episodio della sua vita, racconta tre giorni appunto,
di viaggi, droghe, sesso, fino a quando tutta questa
carica viene incanalata e poi sfogata nell’
allucinato tour de force che Navarro compie con
la sua chitarra. Sono da segnalare anche la conclusiva
“Classic Girl” e “Of course”
dal forte accento etnico.
Ormai però la band è arrivata al punto
di non ritorno, e nonostante vengono identificati
come simbolo del rock alternativo di quel periodo,
il gruppo decide di sciogliersi, all’alba
di quel 1991 che avrebbe visto l’esplosione
del fenomeno musicale (prima) e commerciale (poi),
chiamato “grunge”, che portò
un certo tipo di rock indipendente sotto l’attenzione
di tutti.
I Jane’s Addiction passano idealmente il testimone
a gruppi come Nirvana, Pearl jam e Soundgarden:
a loro il compito di divulgare la vera essenza del
rock. La faccenda si rivelerà più
difficile del previsto, dato che questa ondata di
musica nuova verrà soffocata dall’industria
musicale, che ha visto in quei gruppi una fonte
di guadagno notevole, e cerca invano di commercializzare
il fenomeno, che era nato proprio come antitesi
al music business.Il rock indipendente ritorna nei
normali circuiti underground, sconfitto dalle logiche
di mercato, ma Perry Farrell avviato ormai un progetto
dal nome “Porno For Pyros”, diventa
ideatore del festival itinerante chiamato “Lollapalooza”,
una sorta di carrozzone che raccoglie quanto di
meglio ha da offrire la scena alternativa dei primi
anni novanta.
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