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discografia, biografia, articolo, intervista, speciale, monografia
discografia:

Jane’s Addiction – 1987
voto 6.5/10

Nothing’s Shocking – 1988
voto 8/10

Ritual De Lo Habitual – 1990
voto 8.5/10

Kettle Whistle – 1997
voto 7/10

Strays – 2003
voto 7.5/10

Progetti solisti:

PORNO FOR PYROS
s/t” 1993
voto 6.5/10

PORNO FOR PYROS
Good God’s Urge” 1996
voto 7/10

PERRY FARRELL
– “Rev” 1999
voto 5/10

PERRY FARRELL
Song Yet To Be Sung” 2001
voto 6/10

DAVE NAVARRO
Trust No One” 2001
voto 5/10







 
JANE'S ADDICTION

Nella seconda metà degli anni ’80 in una scena musicale che vede il proliferare di decine di rock band, con lacca e make up come voleva la moda di quel periodo (Guns, Motley Crue e Bon Jovi per citarne alcune), si affacciano sulla scena i Jane’s Addiction, creatura fondata da Perry Farrell, all’anagrafe Perry Bernstein e dal chitarrista Dave Navarro. La band di Los Angeles, da subito si distingue per le sue performance nei vari locali del Sunset Strip, che incarnano perfettamente lo spirito decadente della “Città degli Angeli”, e per una miscela sonora che sebbene ancora acerba lascia intuire l’altissimo potenziale del gruppo. Si tratta infatti di qualcosa di assolutamente nuovo per quei tempi, una combinazione tra rock, funk, psichedelia dark (proveniente direttamente dal gruppo precedente di Farrell, gli Psi Com) e punk. A tutto questo va aggiunto il carisma dominante di Farrell, da sempre avvezzo ad uno stile di vita convenzionale ai canoni rock, a lui, pur non avendo mai nascosto il suo attaccamento alle droghe, va comunque riconosciuto un magnetismo non comune a molti suoi colleghi, un misticismo derivante da una forte presenza scenica, da un’intelligenza al di sopra della media, che lo porterà ad avere delle intuizioni geniali e sempre molto avanti rispetto ai suoi tempi.
Farrell, Navarro, insieme al bassista Eric Avery ed al batterista Stephen Perkins confezionano degli show rudimentali, dove il suono della band non è ancora ben delineato, ma le caratteristiche che ne faranno dei maestri del genere cominciano ad affiorare poco alla volta. Sul palco si oppongono con convinzione ai dettami del music business di quel tempo, dove era molto più importante apparire piuttosto che essere, e dove per essere riconosciuti ed accettati come una rock band bisognava per forza mostrarsi nei video accompagnati da ragazze seminude, truccati con eyeliner e rossetto, e con criniere spropositate, frutto di ore passate davanti allo specchio, solo i già decaduti Kiss erano arrivati a fare tanto.
Una di queste loro esibizioni dal vivo, allo storico locale Roxy’s finisce sull’omonimo album di debutto della band. Sebbene la qualità della registrazione non sia eccelsa e un timido Navarro non riesce ancora a dare spessore al suono della band, i pezzi presenti nel disco dimostrano un’originalità ed una freschezza di idee che ad oggi resta invariata. Canzoni come “Pigs in Zen”, “1%”, la lenta “I Would For You”, fino ad arrivare al capolavoro “Jane Says”, mettono in mostra le doti vocali di Farrell, con il suo modo di cantare, caratterizzato da un timbro di voce particolarissimo ed intrigante. Nell’album figurano anche due cover: “Rock ‘n’ Roll” di Lou Reed, al quale Perry Farrell deve più di qualcosa, e la classicissima “Sympathy For The Devil” dei Rolling Stones, in versione acustica e più soft, ma non di minore impatto. L’attenzione nei confronti della band comincia a crescere, ed è quindi il momento di fare quel salto di qualità che permetta loro una maggiore visibilità e mezzi migliori per sviluppare le loro idee.


La band passa ad una major, la Warner, si rinchiude in studio e ne viene fuori con quello che da molti è considerato il loro vero primo album ufficiale: “Nothing’s Shocking”. Il disco ha tutti i numeri e le qualità per conquistare critica e pubblico, e si va a collocare tra i classici del rock alternativo. Complice un’ottima produzione, precisa, ma allo stesso tempo ruvida “Nothing’s Shocking” mette in sequenza una serie di pezzi che sarebbero diventati dei veri e propri cavalli di battaglia per la band. Si comincia con un uno-due esaltante, la strumentale “Up The Beach” che lascia spazio alla monumentale “Ocean Size”, in cui Farrell rivendica il suo amore per uno stile di vita fatto di eccessi, spiagge, tavole da surf ed il mare in generale, invocando l’oceano come fosse una madre. Queste atmosfere vengono riprese anche in “Mountain Song” e nella lunga ballata “Summertime Rolls” dove ancora una volta alla materialità degli argomenti si unisce una tono di sacralità che porta le percezioni che la band sprigiona ad un livello altissimo. Ma nel disco c’è posto anche per tinte più oscure e meno leggere come che si riscontra nel testo di “Had a Dad”, in cui si parla dell’abbandono da parte del padre, passando per “Ted, Just Admit It…” in cui il cantante si rivolge in maniera surreale al serial killer realmente esistito Ted Bundy, mentre la chitarra impazzita di Navarro ricama ritmiche serrate e percussive. Nell’ album che vanta anche la presenza di Flea dei Red Hot Chili Peppers alla tromba, vengono poi riprese dal primo lavoro e perfezionate “Pigs in Zen” e “Jane Says” stavolta valorizzate da una registrazione all’altezza dei brani.

Diventati ormai fenomeno di culto, e con un album che riesce a rimanere nelle classifiche americane per 35 settimane consecutive, per la band si cominciano ad ampliare anche i problemi: l’estenuante tour che segue la pubblicazione del disco porta ad un uso sempre più massiccio di droghe, inoltre il crescente ego delle due figure cardine del gruppo ovvero Farrell e Navarro non sembra trovare un punto d’accordo, e questo non farà altro che compromettere il già fragile equilibrio del gruppo.

Frutto di questa tensione viene pubblicato nel 1990 “Ritual De Lo Habitual”, che come esce crea subito il vuoto intorno a sè. Alla stampa specializzata basta poco per capire che ci si trova fronte ad un album destinato a restare nel tempo, e a superare tutte le varie mode e correnti che si succederanno d’ora in avanti. Nei momenti più veloci l’album ha una matrice spiccatamente funky, come nella straordinaria “Stop!”, nel singolo “Been Caught Stealing” o in “Obvious”, dove uno straripante Dave Navarro fa fuoco con una serie di riff che molto devono all’Hendrix più ispirato. “Ritual De Lo Habitual”, non si ferma qui, ha molte facce, ed in contrapposizione ai pezzi più veloci troviamo delle gemme di assoluto valore. L’inarrivabile psichedelia di “Three Days” diventa il cuore di tutto l’album, quasi dieci minuti di digressioni sonore, momenti più tranquilli che si alternano ad altri più malati carichi di una tensione senza precedenti in cui Perry Farrell basandosi su un episodio della sua vita, racconta tre giorni appunto, di viaggi, droghe, sesso, fino a quando tutta questa carica viene incanalata e poi sfogata nell’ allucinato tour de force che Navarro compie con la sua chitarra. Sono da segnalare anche la conclusiva “Classic Girl” e “Of course” dal forte accento etnico.

Ormai però la band è arrivata al punto di non ritorno, e nonostante vengono identificati come simbolo del rock alternativo di quel periodo, il gruppo decide di sciogliersi, all’alba di quel 1991 che avrebbe visto l’esplosione del fenomeno musicale (prima) e commerciale (poi), chiamato “grunge”, che portò un certo tipo di rock indipendente sotto l’attenzione di tutti.
I Jane’s Addiction passano idealmente il testimone a gruppi come Nirvana, Pearl jam e Soundgarden: a loro il compito di divulgare la vera essenza del rock. La faccenda si rivelerà più difficile del previsto, dato che questa ondata di musica nuova verrà soffocata dall’industria musicale, che ha visto in quei gruppi una fonte di guadagno notevole, e cerca invano di commercializzare il fenomeno, che era nato proprio come antitesi al music business.Il rock indipendente ritorna nei normali circuiti underground, sconfitto dalle logiche di mercato, ma Perry Farrell avviato ormai un progetto dal nome “Porno For Pyros”, diventa ideatore del festival itinerante chiamato “Lollapalooza”, una sorta di carrozzone che raccoglie quanto di meglio ha da offrire la scena alternativa dei primi anni novanta.

  di Amedeo Verger
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