discografia, biografia, articolo, intervista, speciale, monografia
discografia:

Jefferson Airplane Takes Off (1966)
voto 5/10

Surrealistic Pillow
(1967)
voto 7/10

After Bathing At Baxter's
(1967)
voto 8/10

Crown Of Creation
(1968)
voto 7,5/10

Bless Its Pointed Little Head (1968)
voto 6,5/10

Volunteers
(1969)
voto 8,5/10

Blows Against The Empire (1970)
voto 8/10

Bark
(1971)
voto 6/10

Sunfighter
(1971)
voto 7,5/10

Long John Silver
(1972)
voto 5/10

Thirty Seconds Over Winterland
(1973)
voto 5/10

Baron Von Tollbooth
(1973)
voto 6/10
















































 
JEFFERSON AIRPLANE
[ pagina 3 ]
In Volunteers Kantner ha ormai preso il controllo dei Jefferson Airplane, imprimendo al gruppo la sua ideologia utopistica e dettando le scelte sonore fondamentali del disco. In questo è coadiuvato dalla Slick, l'unica che ne condivide interamente il disegno anarcoide (in quel periodo i due fanno coppia fissa anche nella vita privata) mentre Balin, troppo lontano dalle idee politiche del leader, sembra non avere più un posto nè una utilità nella band e si accontenta di prestare la propria voce in composizioni che gli sono sempre più estranee. Kaukonen e Casady pur allineandosi in linea di principio ai precetti di Kantner si tengono opportunamente in disparte, occupandosi di vivacizzare e dare corpo alle partiture del leader (anche se l'apporto di Kaukonen in fase compositiva acquista un'importanza sempre maggiore).
Nel 1970 la coppia Kantner/Slick incide Blows Against The Empire, accreditato a Paul Kantner & Jefferson Starship. In realtà al disco partecipa tutta la "crema" della Frisco che conta (Garcia, Kreutzman, Hart dei Grateful Dead; David Freiberg dei Quicksilver; Kaukonen, Balin, Casady, Covington, Crosby e Nash) e si pone come il primo dei tre grandi capolavori collettivi della Bay Area. Alla disfatta del Movement la scena musicale cittadina reagisce rinchiudendosi in un fittizio isolamento dal mondo reale: preso atto che la contestazione alla società si è rivelata infruttuosa, meglio allora rifiutarla in blocco e fuggire dal marciume del mondo moderno. Impostato come un concept album dalla trama fantascentifica, Blows Against The Empire narra proprio il viaggio/odissea a bordo di un'arca spaziale di un folto gruppo di hippies (delusi dal mondo e disillusi sulle reali possibilità di un miglioramento sociale) che intende popolare il suolo lunare di una nuova umanità, la quale abbia riacquisito la perduta armonia e sia immune dai vizi e dai difetti del capitalismo. Potendo finalmente sfogare appieno le proprie libidini fanta-politiche, Kantner concepisce un'opera dal potenziale concettuale enorme (sono costanti i riferimenti alla Bibbia, al Manifesto di Marx, ai poemi omerici, ai romanzi di fantascienza). In pratica, i musicisti coinvolti nell'operazione assumono se stessi al rango di iniziati, uomini illuminati da un disegno quasi divino, un gruppo di apostoli anarchici che deve portare a termine una missione biblica: rifondare la razza umana su basi e preconcetti nuovi, beneficiando del suolo vergine di un pianeta ancora immune dal Sistema. La Slick stessa (che proprio in questo periodo sta aspettando un figlio da Kantner) incarna la figura evangelica della donna benedetta che potrà per prima dare alla luce un essere nuovo, un figlio non schedato, e quindi non imprigionato nella morsa dell'"Amerika". Sono gli stessi brani a scandire le fasi di questa impresa cosmica: il disprezzo per l'umanità corrotta e impura (Mau Mau), il sogno di un mondo dove i bambini crescono sugli alberi (The Baby Tree) immaginando quasi di poter discernere la procreazione dall'impurità del concepimento, l'ultimo saluto degli eroi prima della partenza (Let's Go Togheter), la gravidanza della Slick (A Child Is Coming) quale segno propiziatorio per la riuscita di una missione che segnerà l'alba di una nuova era (Sunrise), la panoramica dell'arca spaziale e dei suoi settemila passeggeri che intonano il loro canto augurale (Hijack), la partenza (Home), lo spettacolo abbagliante del cielo stellato visto dallo spazio (Have You Seen The Stars Tonite) e, una volta atterrati sulla luna (XM), la visione dell'astronave che si perde nell'immensità dell'universo (Starship).
Dal punto di vista sonoro l'album offre una titanica sintesi di quasi tutti i linguaggi che la musica rock ha adottato fino ad allora: folk, jazz, country, hard rock, blues, elettronica, ogni materiale qui è utilizzato per costruire un nuovo genere ed affrescare il percorso musicale di un'intera civiltà sonora all'insegna della più deragliante creatività. L'impronta collettiva si fa sentire in ogni brano, a partire dalla furiosa e punkeggiante Mau Mau, che assimila le asperità vocali e chitarristiche degli MC5 ponendosi come il brano più duro mai composto da Kantner, e dall'inno Let's Go Togheter (altro capolavoro sulla falsarigha di We Can Be Togheter), con la Slick che si lancia in una delle sue progressioni più esaltanti. In questo disco la cantante suona anche il pianoforte, dal quale ricava marziali cascate di accordi profondi e vibranti che conferiscono ai turbini armonici delle corali Hijack e Starship un'epicità profondamente umana e, in fondo, intimamente fragile. Come di consueto, Crosby fa sentire la sua presenza coscrivendo e cantando assieme a Kantner e Slick due delizie come A Child Is Coming, che parte come una solare ballata country per poi mutare improvvisamente in un lungo delirio in chiave minore, dove le tre voci impaurite si scambiano frasi allucinate (in particolare le lunghe vocali spaziali della Slick), e la rilassata elegia acustica Have You Seen The Stars Tonite. Slick invece, oltre a cantare un pò ovunque, firma la breve ma intensa Sunrise: su di un lungo e assordante feedback di chitarra, la voce si libra dalla cima del monte più alto e intona un solenne canto di guerra intriso di misticismo che si blocca proprio sulla strillata imprecazione finale "Duemila anni/Duemila anni della vostra dannata gloria"). Home e XM, infine, sono due brevi strumentali elettronici e rumoristici che fanno da collante fra gli ultimi tre brani del disco, niente di più. Blows Against The Empire segna probabilmente il punto più alto di narcisismo hippy mai raggiunto, ma quel narcisismo (frutto inevitabile di una generazione che non fa altro che guardare se stessa e compiacersi della propria purezza, una generazione che sostanzialmente SI musica e SI celebra incessantemente) qui assume le sembianze monumentali di un testo sacro, summa suprema e sublime di tutte le più mature tendenze musicali e ideologiche del periodo.
Nel 197o la formazione dei Jefferson Airplane cambia volto con la doppia uscita del drummer Spencer Dryden e, soprattutto, del fondatore Balin, che non trova (a ragione) alcuna motivazione che giustifichi la sua presenza nella band. Al loro posto entrano in pianta stabile Joey Covington alla batteria e il violinista di colore (già cinquantatreenne) Papa John Preach. Anche il 1971 è un anno denso di avvenimenti: i Jefferson fondano la loro etichetta personale, la Grunt; il 25 gennaio nasce China, la figlia di Kantner e della Slick; i due genitori si stabiliscono a nord della West Coast, comprando un appezzamento di terreno nella città di Bolinas; Kaukonen e Casady fondano gli Hot Tuna, complesso blues nato per svago ma che, nel tempo, acquista un'identità forte ed autonoma; il 13 maggio la Slick è protagonista di un tremendo incidente automobilistico dal quale esce, miracolosamente, senza gravi conseguenze; dopo il recupero fisico della cantante, i Jefferson incidono il nuovo album Bark; Slick e Kantner, assieme alla solita marea di ospiti, pubblicano Sunfighter, altra opera collettiva di notevole spessore.
Bark segna la fine dei Jefferson Airplane come band, come cioè gruppo di ingegni che uniscono gli sforzi in vista di uno scopo comune. Le personalità dei componenti sono ormai talmente delineate e talmente diverse che risulta arduo trovare l'equilibrio fra le molteplici anime di questo complesso. Manco a farlo apposta, la crisi dei Jefferson va di pari passo col deperimento degli ideali del '68/'69 e con la dispersione del messaggio rivoluziario e pacifista che aveva da sempre rappresentato la primaria fonte d'ispirazione per la band. Disco disordinato e confuso, Bark è tutto giocato sui tre talenti di Kantner, Slick e Kaukonen, ciascuno intento a perseguire la propria strada in solitudine: c'è chi, come Kantner, fa quasi tenerezza nel continuare ciecamente a scandire i propri slogan politici un pò logori (la profetica When The Earth Moves Again e la scoppiettante Rock'n'Roll Island, che sono comunque le cose migliori del disco), chi, come Kaukonen, cerca di recuperare le radici della propria musica riproponendo le sonorità dei suoi Hot Tuna (il rock blues accattivante di Feel So Good, la raffinatezza gospel di Third Week In Chelsea, i duelli jazz fra chitarra e violino di Wild Turkey) e chi, come Slick, è un pò confusa e spaesata e si muove in mille direzioni diverse (la marcia elettrica di Law Man, la crudele ballata Crazy Miranda, addirittura i richiami a Stockhausen e Boulez del colto delirio espressionista Never Argue With A German). Anche il nuovo arrivato Covington ha il suo breve momento di gloria con il rityhm'n'blues a luci basse dell'elegante Pretty As You Feel e con l'assurda pagliacciata di Thunk, ma si tratta comunque di poca cosa.
A conti fatti, il vero leader dei Jefferson ora sembra l'onnipresente Kaukonen che, con la sua perizia strumentale e la sua enorme competenza filologica di grande conoscitore del blues e del rock'n'roll, cerca di assecondare come meglio può i capricci delle due primedonne Kantner e Slick (il primo perso nei suoi sogni falliti, la seconda un pò troppo isterica e pedante).
Anche Sunfighter (novembre 1971), nuovo disco a nome Kantner & Slick, soffre del momento non particolarmente felice dei Jefferson Airplane, ma si pone indubbiamente come un'opera ben più fascinosa e consistente di Bark. Anch'esso pieno zeppo di ospiti e di contributi strumentali da parte dei soliti grandi nomi della Bay Area, Sunfighter è un nuovo concept album i cui temi conduttori sono il ritorno alla natura, la riscoperta degli affetti e l'esigenza di quiete e serenità. L'ideologia intransigente di Blows Against The Empire ha lasciato il passo ad una normalizzazione pseudo-borghese della coppia, che ora cerca il paradiso perduto nella semplicità della vita agreste e non più nei meandri dello spazio cosmico. Tutta l'opera è pervasa da un senso di dedizione/timore reverenziale per il creato e per le sue forze più oscure ed incontrollabili, ma anche e soprattutto dalla gioia e dalla serenità che le bellezze della natura possono regalare a chi sa ascoltare il loro linguaggio silenzioso. In questo duplice atteggiamento di adorazione/timore per il mondo naturale, il disco sembra avvicinarsi al tema del "Canto della Terra" di Mahler, e cioè al senso di doloroso smarrimento di cui l'uomo è vittima nel costatare la propria mortalità ma con la consolatoria e, in fin dei conti, rassicurante sicurezza che la Terra continuerà ad esistere in eterno e così pure le sue meraviglie.
Le composizioni sono più disciplinate e contenute rispetto ai lunghi flussi sonori di Blows, ma ciò che le contraddistingue maggiormente sono una cura maniacale per gli arrangiamenti (richiami a sonorità indiane, gitane, orientali, elettroniche) e l'elevata qualità di scrittura. L'iniziale Silver Spoon(un pianoforte in sordina, il violino zingaresco di Preach che guida la voce in un tortuoso vortice di cantate flamenco e infine l'entrata di tutti gli strumenti a sorreggere il volo eroico del canto) è senza dubbio da annoverare fra i più grandi capolavori della Slick, e stessa sorte merita la delicata ballata pianistica China, intensa celebrazione della vita e dedica affettuosa della cantante alla figlia da poco venuta al mondo. In Sunfighter Kantner carica di ottoni e flauti un potente anthem che si muove a passo di gigante fra veri e propri spostamenti di intere masse strumentali e un incalzante coro gospel, mentre in When I Was A Boy I Watched The Wolves (forse la partitura più geniale del disco) imbastisce una sofferta drammaturgia sonora guidata da un conciliabolo di voci altisonanti. Altrove il disco recupera le forme primitive del blues del Delta (la danza dei boschi di Look At The Woods, il girotondo celebrativo di Earth Mother), il misticismo dei canti tibetani (Million), il folk acustico (l'elegiaco tema in due parti di Diana) e le arditezze della musique concréte (la ricostruzione sonora della tragedia del Titanic, le vibrazioni sotterranee della seriosa Universal Copernical Mumbles). In chiusura sfila il consueto inno alla speranza Holding Togheter, anche se ora il tono è più svogliato che mai, come se in fondo la coppia avesse in testa solo il proprio menàge familiare o sapesse già che stavolta l'incitamento non troverà seguito.
In Long John Silver (1972) i Jefferson Airplane non esistono già più. O meglio, esiste il marchio di fabbrica ma i musicisti ormai sono mentalmente assenti, completamente assorbiti dai loro progetti personali. Persa la sua funzione storica, il gruppo sembra sopravvivere solo per permettere alla Grunt di tirare avanti e pubblicare i dischi di qualche artista sconosciuto. Non c'è più nessun progetto, nessun messaggio che i Jefferson portino avanti.
Il disco scorre fra alcuni momenti interessanti (vedi la lunga e commovente Alexander The Medium, forse l'ultima grande composizione di Kantner, o la briosa e tipicamente Hot Tuna Trial By Fire) e un mare di banalità strillate col solito tono epico da attivisti fuori tempo massimo o da intellettuali falliti. La Slick non imbrocca nemmeno un brano degno di nota e spesso risulta fastidiosa e senza senso della misura, mentre il resto della band (nel tentativo di indurire il proprio sound per aggiornarlo alle nascenti sonorità heavy) nella maggior parte dei casi non fa altro che un gran chiasso povero di sostanza. Per dirla con Sheakespeare: molto rumore per nulla.
Il live del '73 Thirty Seconds Over Winterland è semplicemente sfiancante, quasi insopportabile.
A questo punto la band si divide in due tronconi: Kantner e Slick preparano un altro disco corale con gli amici della Baia, mentre Kaukonen e Casady si dedicano interamente agli Hot Tuna.
Baron Von Tollbooth (1973), il nuovo capitolo della premiata ditta Kantner/Slick, è una discreta riproposizione del suono di Sunfighter (vedi Fat e Across The Board, entrambe di una Slick che ha ritrovato l'ispirazione, o le Kantneriane White Boy e Sketches Of China) ma senza toccare grosse vette artistiche. Per lo meno i due hanno abbandonato le pomposità di Long John Silver e sono ritornati ai toni sognanti e solenni che da sempre segnano la loro poetica.
Nel 1974 Slick e Kantner danno vita ai Jefferson Starship con il chitarrista diciottenne Craig Chaquico, il bassista David Freiberg, il batterista John Barbata (ex Turtle), Papa John Preach al violino, Pete Sears al pianoforte e il ritrovato Balin. Seppur con numerosi cambi di formazione, il gruppo riuscirà ad incidere numerosi album, tutti basati sulla riproposizione del suond dei tardi Jefferson ma senza la sua brillantezza: Dragon Fly, Red Octopus, Spitfire, Earth (solo per citarne alcuni) sono album senza infamia e senza lode, pallidi riflessi della grandezza degli Airplane.
Da segnalare, infine, il box di tre cd Jefferson Airplane Loves You (1993) che fra alternative takes, originali e brani live, propone alcuni inediti assolutamente rilevanti, quali la sconcertante versione integrale di The Ballad Of You And Me And Poneill, una delle più sentite ballate di Balin (Things Are Better In The East) e la bizzarra collaborazione fra la Slick e Frank Zappa di Would You Like A Snack? (1968), con le Mothers Of Invention al gran completo a movimentare la partitura (stile Uncle Meat) e la cantante a declamare con fare abulico una serie di nonsense surreali.
  di Matteo Losi
| home | articoli | top |