| discografia,
biografia, articolo, intervista, speciale, monografia |
DISCOGRAFIA:
The Doors, 1967
Strange Days, 1967
Waiting For The Sun, 1968
The Soft Parade, 1969
Morrison Hotel, 1970
LA Woman, 1971
An American Prayer. 1978 (postumo)
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BIBLIOGRAFIA:
Wallace Fowlie Rimbaud e Jim Morrison, il
poeta come ribelle
Jerry Hopkins / Danny Sugerman Nessuno uscirà
vivo di qui
J. Rochard Jim Morrison: vivo!
Ray Manzarek Light my fire: la mia vita
con Jim Morrison
Aldous Huxley Le porte della percezione
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| JIM MORRISON |
Una monografia è solitamente
composta da date ed eventi per presentare la storia
di un gruppo o di un personaggio. Per Jim Morrison
niente di tutto ciò: sulla sua biografia sappiamo
davvero tutto (eccetto le informazioni riguardanti
il decesso, ancora avvolte da un alone di mistero)
e a chi si fosse perso qualcosa non posso che consigliare
l'ottimo "Nessuno uscirà vivo di qui"
di Jerry Hopkins e Danny Sugerman, la migliore e più
completa biografia di Morrison dall'infanzia alla
morte.
Per quanto mi riguarda vorrei analizzare la figura
di Jim nel modo più semplice possibile, perché
la bellezza sta nella semplicità e una montagna
di informazioni rischierebbe di offuscare l'immagine
di una persona stupenda; questo semplice ritratto
lo voglio dividere in due parti, fotografando Jim
secondo i due aspetti fondamentali della sua persona:
Jim Rockstar e Jim Poeta.
"We want the world and we want it now":
Jim Morrison, la rockstar
Come Jim Morrison sia diventata una delle maggiori
icone della storia del rock è noto: su una
spiaggia di Venice incontra Ray Manzarek, futuro tastierista
del gruppo che era stato suo compagno alla UCLA di
Los Angeles: Morrison gli canta "Moonlight Drive"
(che troverà posto solo nel secondo album dei
Doors), Manzarek rimane positivamente sconcertato
e decidono di mettere su un gruppo; per quanto riguarda
il nome, The Doors, lo riprendono da "The Doors
of Perception", opera dello scrittore inglese
Aldous Huxley, con un occhio rivolto al poeta inglese
William Blake e alla sua concezione di porte che conducono
a mondi infiniti.
A Morrison e Manzarek si aggiungono Densmore e Krieger
e i Doors cominciano a suonare nei locali di Los Angeles
fino alla firma per l'Elektra che pubblicherà
tutti i loro album.
Jim Morrison, in brevissimo tempo, da studente sfaccendato
diventa la più grande rockstar che abbia mai
calcato le scene del rock: i concerti del gruppo diventano
veri e propri riti di massa, la musica dei Doors guidata
dalle improvvisazioni del suo leader conduce il pubblico
attraverso un rituale sonoro che culmina con "The
End": la miglior canzone di Morrison, tra le
più belle e intense di tutti i tempi, mischia
viaggio e sogno per culminare nella tragedia greca
con Edipo che urla disperato "Mother I want to
fuck you", frase tagliata dalla registrazione
ufficiale presente su "The Doors" ma eseguita
in tutti i concerti ed immortalata sulle registrazioni
live.
Credo che la bellezza e la grandezza di Morrison come
musicista non bastino a spiegare il fascino che ha
esercitato sulla gente e che tutt'ora continua ad
esercitare sui ragazzi che ogni anno, il 3 lugio,
affollano il Perè-Lachaise di Parigi per andarlo
a trovare: Jim Morrison aveva un carisma innato, una
dolcezza incredibile ed una intelligenza grandiosa,
ma Jim Morrison aveva anche un dono segreto che lo
ha portato ad essere uno dei personaggi più
influenti degli anni sessanta, un dono che non conosceremo
mai. "La mia personale convinzione è
che Jim Morrison fosse un Dio. A qualcuno di voi ciò
potrà sembrare stravagante; ad altri, quantomeno
eccentrico. Ovviamente, Morrison affermava che tutti
noi siamo dèi e che il nostro destino fosse
la nostra medesima creazione. Volevo intendere solo
che considero Morrison un Dio dei tempi moderni. Oh,
diavolo, almeno un signore": queste parole di
Danny Sugerman hanno sicuramente un qualcosa di esagerato,
ma mettono ben in luce un concetto, che Morrison è
stato un Dio dei tempi moderni, è stato un
Dio per tutti i ragazzi che ai loro concerti cantavano
pregni di convinzione "We want the world and
we want it now".
Jim Morrison muore a Parigi il 3 luglio 1971 (avevo
promesso di non fare date, ma questa è importnate):
i Doors non si esibivano più live perché
Jim Morrison era vittima dell'alcool e della droga
che lo portarono ad assumere talvolta un'altra personalità,
quella che Manzarek nel suo "Light my fire"
chiama Jimbo, una personalità scontrosa ed
irascibile che lo portò a circondarsi di persone
immeritevoli della sua compagnia.
Io credo che se l'alcool è riuscito ad intrappolare
Jim è perché Jim in realtà non
era una rockstar, perlomeno non era solo una rockstar:
Jim Morrison era innanzitutto un poeta. Rimbaud
negli anni sessanta: Jim Morrison, il poeta
Spesso associamo le grandi rockstar ad un'immagine
fatta di sesso, droga e alcool: per quanto riguarda
Jim questa immagine vale solo per i periodi-Jimbo,
ma per il resto mai immagine fu più sbagliata.
Quello che non si sottolinea mai abbastanza è
che Jim Morrison era innanzitutto una persona coltissima:
divoratore di libri fin da piccolo, lesse e rilesse
tutte le opere dei poeti maledetti, rimase folgorato
dalla precocità di Arthur Rimbaud, fu un grandissimo
intenditore di filosofia ed in particolar modo di
Nietzsche, uno dei favoriti; le letture e l'interesse
per l'arte lo portarono a prendere in mano la penna
e a scivere poesie.
Molti sostengono che, se non fosse diventato famoso
con i Doors, Morrison non avrebbe mai visto pubblicata
una sola riga dei suoi scritti: probabilmente questo
è vero, ma Jim ha avuto la possiblità
di pubblicare i suoi versi in due opere, "I Signori"
e "Le Nuove Creature", e non sta a noi giudicare
cosa sarebbe successo se non fosse stato un mito del
Rock. Il nostro compito è quello di giudicare
oggettivamente i suoi lavori e, per quanto possa essere
possibile giudicare oggettivamente una poesia, Jim
Morrison era dotato di una grandissima sensibilità
che si traduceva in una splendida resa poetica, sostenuta
dal suo innato dono di scrivere davvero bene.
La grandezza poetica di Jim viene riconosciuta relativamente
tardi, anche grazie al lavoro di un professore universitario,
Wallace Fowlie, il quale nel 1968 ricevette una lettera
da Jim, il quale si congratulava per la traduzione
inglese dei testi di Rimbaud compiuta dal professore;
in quel tempo Fowlie non conosceva Morrison, ma poi
incuriosito si interessò al personaggio, lesse
le sue poesie e tenne delle conferenze su un possibile
parallelismo con Rimbaud, per poi riassumere il tutto
nel libro di grande successo "Rimbaud e Jim Morrison
- Il poeta come ribelle".
Quello che importa sottolineare è dunque la
forte ambivalenza di questo personaggio complesso,
che visse tutta la vita camminando su un filo sospeso
sopra la poesia e il Rock 'n' Roll: non possiamo dire
di conoscere Jim Morrison se non lo consideriamo sotto
entrambi gli aspetti. Vivo o morto: l'eredità
di Jim Morrison
C'è un ragazzo francese, J. Rochard, che ha
scritto un libro intitolato "Jim Morrison: Vivo!":
egli sostenne la tesi della morte fasulla di Jim giungendo
ad affermare di averlo incontrato per qualche giorno
a Parigi. L'ipotesi è affascinante, ma il libro
in questione sa più di volersi fare pubblicità
che di reali possiblità; morto o vivo che sia,
quello che non dobbiamo mai dimenticare è quello
che Morrison ha inseganto alle generazioni seguenti.
Che Rock e Poesia non sono inscindibili. Che non bisogna
rinunciare ai propri ideali. Che bisogna vivere attimo
per attimo, come se fosse l'ultimo. Potrei continuare
all'infinito, ma la grandezza di Jim sta anche nella
sua scomponibilità in tantissimi aspetti, tanto
che ognuno di noi ha il suo Jim Morrison, sempre diverso
da quello degli altri.
Fabrizio De Andrè scrisse in "Giugno '73"
che "E' stato meglio lasciarci che non esserci
mai incontrati": un verso che rispecchia benissimo
quello che sentono tutti gli estimatori di Jim nei
confronti del Re Lucertola. Vivo o morto non fa differenza:
Jim ha raggiunto l'immortalità. |
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