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discografia, biografia, articolo, intervista, speciale, monografia













 
THE LIBERTINES
Quella vecchia volpe di Mick Jones non poteva che avere ragione. Siamo nel 2001, la musica sta vivendo un momento molto importante, quello che i più hanno definito il periodo dei “new pretenders”: tante, tantissime band stanno sorgendo in giro per il mondo nel disperato tentativo di riproporre un rock ‘n’ roll alla vecchia maniera, quello degli anni ’70. Il territorio egemone, neanche a dirlo, sono gli Stati Uniti: Strokes e Black Rebel Motorcycle Club, rispettivamente da New York e San Francisco, fanno gridare al miracolo le maggiori riviste mondiali. In Australia sorgono i Vines, dalla parte più fredda del vecchio continente ecco sorgere gli Hives: denominatore comune per tutti questi gruppi è un rock ‘n’ roll minimalista, scazzato, suonato con chitarre vintage al massimo volume. Qualcuno manca all’appello: l’Inghilterra, la patria di Beatles, Stones, Who, Led Zeppelin e chi più ne ha più ne metta. La patria, tra gli altri, dei Clash: è proprio un illustre membro della band che ha traghettato il punk all’interno degli anni ’80, il già citato Mick Jones, che si accorge di questa imperdonabile mancanza. Stanno sorgendo molti gruppi, pensiamo ai geniali Coral da Liverpool, ma sono forse troppo geniali per poter tenere testa all’ondata rock statunitense. Mick Jones pesca dal mazzo, e quello che esce è una band di Londra: si fanno chiamare The Libertines e sono quattro ragazzi con una grande voglia di sfondare, increduli di fronte all’interessamento di un idolo come Jones. Pete Doherty, chitarra e voce, Carl Barat, chitarra e seconda voce, Jahn Hassal al basso e Gary Powell alla batteria. E’ chiaro sin dal principio che la band ruota attorno ai suoi due elementi più carismatici: l’irrequieto Doherty e il più affidabile Barat.
Nel 2001 i quattro libertini firmano per la Rough Trade e l’anno successivo, il 2002, è quello dell’entrata in scena: il singolo d’esordio è “What a Waster” che entra nella top 40 inglese a giugno, permettendo al NME di decretare la band “il miglior nuovo gruppo inglese” (frase che, detto per inciso, sarà una costante per qualsiasi nuovo gruppo che verrà nei mesi successivi, ma forse per i Libertines persino il NME ci aveva visto giusto). “I Get Along”, seconda pubblicazione, è singolo della settimana per la BBC Radio 1. Per l’album vero e proprio bisogna aspettare Ottobre, quando “Up The Bracket” esce seguito in Gennaio dal terzo singolo “Time for Heroes”: il tempo per gli eroi è in dirittura d’arrivo ma, come spesso accade, anche quello della sofferenza.
Uscito l’album, accolto a braccia aperte dalla critica mondiale (in Italia soprattutto dal Mucchio Selvaggio che li prende sotto la sua ala protettiva), i Libertines vanno al Coachella Festival che gli permette di farsi conoscere anche al di là dell’Atlantico; il successo cresce, i tempi bui si avvicinano: siamo in giugno e Doherty decide di non presentarsi per alcune date del tour europeo del gruppo; Barat, nel rispetto dei fans, va avanti senza di lui, Doherty intanto fonda un altro gruppo, inizialmente chiamato the Libertines (che fantasia) per poi cambiarlo subito in Babyshambles. La rottura sembra più vicina, insieme alla fine del gruppo dopo un solo album, ma il peggio deve ancora arrivare e arriva mentre la band è in tour in Giappone: Doherty, a Londra, penetra nell’appartamento del compagno Barat e ruba alcuni oggetti tra cui un’armonica e una chitarra da collezione, andando incontro all’arresto da parte delle forze dell’ordine.
L’estate lascia spazio all’autunno con un singolo nei negozi, la splendida “Don’t Look Back into the Sun”, e dichiarazioni sempre più pesanti da parte di Pete: sta male, malissimo, è depresso e dichiara di fare uso di eroina. A fine ottobre le cose sembrano finalmente migliorare: i sei mesi di prigione dati a Doherty vengono drasticamente ridotti e finalmente la band si presenta unita al venticinquesimo anniversario della loro etichetta. Negli ultimissimi mesi del 2003 Pete riesce ancora a far parlare di sé organizzando due concerti nel suo appartamento (non stiamo scherzando) nel quale suona canzoni dei Libertines e dei suoi Babyshambles.
L’incertezza regna sovrana: Pete ha vistosamente bisogno di cure, ma la band dopo molto tempo è riuscita a riunirsi, almeno per alcuni concerti. Che fare? La scelta è ottimale: tutti in Francia a scrivere il nuovo album!

Il 2004 sembra partire con il piede giusto, un album nel cassetto e alcune date fissate: per la precisione stiamo parlando di tre serate alla londinese Brixton Academy, avvenimento di certo prestigio se non per il fatto che durante la serata finale Pete pensa bene di sfasciare la chitarra e di levarsi dalle palle a metà concerto. Intanto esce, in edizione limitata, l’omonimo esordio dei Babyshambles: il suo leader poi, a maggio, decide finalmente di farsi curare e comincia la fase del continuo andirivieni da una clinica all’altra, un movimento che causa la cancellazione di date fondamentali come Glastonbury e l’isola di Wight. Un suicidio, direte voi. Invece no: sin dalla sua nascita il rock si nutre delle sue vittime, ama le tragedie, e tutto ciò che ruota attorno ai nostri libertini è manna dal cielo per la stampa britannica che una settimana sì e l’altra pure riporta il diario settimanale delle intemperanze di Pete Doherty.
Non vorrei annoiarvi ulteriormente con tutte le mattate di Mr Pete, vi basti sapere che tra un’intossicazione ed un arresto arriva l’ultimatum dei suoi compagni: “Esci dai Libertines. Quando starai meglio saremo qui ad aspettarti a braccia aperte”. Barat fa sul serio e prende Anthony Rossomando come sostituto per le date incombenti, tra le quali compare l’importante T in the Park.
Intanto l’attesa cresce: i Libertines annunciano per fine Agosto l’uscita del sequel di “Up the Bracket” e tutti gli appassionati di rock sono curiosi di vedere cosa può aver tirato fuori una band allo sbando come i Libertines. Diciamolo, tutto lascia pensare ad un insuccesso annunciato. Mick Jones prova a mettere le mani avanti sparandola grossa: “Sarà l’album del decennio. Avete avuto i Clash e adesso avete i Libertines”. A inizio Agosto esce il primo singolo, “Can’t stand me now”, una canzone molto piacevole che va a posizionarsi al secondo posto della classifica inglese dei singoli più venduti. Fine Agosto, esce “The Libertines”: per il commento critico vi rimando a una qualsiasi recensione, di negative ne troverete davvero poche, pochissime. Come questo gruppo, sempre sul filo del rasoio, abbia potuto tirare fuori dal cilindro un capolavoro simile, giuro, non riesco a spiegarmelo. Ma forse è proprio la sofferenza a dare una simile ispirazione. Sta di fatto che “The Libertines” è uno degli album più belli del 2004, un capolavoro di rock e dolcezza.

Il futuro è sempre più buio. Ma in fondo i Libertines li vogliamo così: se fossero una band sicura e felice, forse la loro musica sarebbe merda. Non sappiamo se ci sarà un nuovo album, molto probabilmente non lo sanno neppure loro. Recentemente Doherty si è aperto ai compagni dicendo di voler assolutamente registrare un singolo natalizio con Barat; Barat tace. Per quanto mi riguarda so solo che ogni volta che ascolto “Music when the Lights go Out” prego in cuor mio che Pete ritorni. Non tanto per lui, quanto per il rock ‘n’ roll. Prima di andarsene i Libertines devono assolutamente regalarci un nuovo capolavoro. E il prossimo album, se migliore del secondo, davvero potrebbe essere un faro per il primo decennio del ventunesimo secolo. E si sa che Mick Jones ha l’occhio lungo…
  di Luca Meneghel
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