| discografia,
biografia, articolo, intervista, speciale, monografia |
discografia: Yerself
Is Steam (1991)
voto 9/10 Boces (1993)
voto 8/10 See You On The Other Side
(1995)
voto 6,5/10
Deserter's Songs (1998)
voto 7/10 All Is Dream (2001)
voto 5,5/10 |






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| MERCURY REV |
I Mercury Rev sono una delle formazioni
chiave per comprendere lo sviluppo della psichedelia
durante gli anni '90. Ciò che la band di Buffalo
ha messo in atto è un'acuta e rivoluzionaria
sintesi di oltre tre decenni di esperienze musicali,
iniziando dai deliri free form dei Red Krayola fino
alle meditazioni trascendentali di Constance Demby
e Steve Roach, con una tappa obbligata nella disperazione
metafisica del Neil Young più elettrico. I
canoni stilistici dei linguaggi con cui l'ensemble
si confronta vengono stravolti (non solo a livello
musicale, ma anche a livello emotivo) operando sugli
stessi una traumatica dissociazione fra significante
e significato che, in ultimo, porta ad un netto capovolgimento
dei loro valori semantici. Obiettivo dell'intera operazione
(una delle più significative dell'intera decade)
è quello di rappresentare la dialettica di
un intelletto in un perenne stato di alterazione mentale,
costretto alla nevrosi e all'allucinazione quale unico
modo di rapportarsi alla realtà. Questo stordito
paesaggio interiore viene ricreato mediante la giustapposizione
di numerose fonti sonore delle quali, però,
viene programmaticamente ribaltata la valenza emotiva.
I Mercury Rev, infatti, accettano la concezione aperta
del brano musicale che è propria della psichedelia
(e in particolare dei Grateful Dead), ma nella loro
musica si respira un'atmosfera malata che è
completamente estranea alla positività e al
fervente ottimismo della San Francisco anni '60. I
musicisti guardano anche al misticismo new age, ma
il clima etereo delle loro composizioni cela una malignità
e una nevrosi esistenziale che non hanno nulla a che
fare con il senso di armonia e di pace interiore del
genere in questione. Molti dei loro brani hanno origine
da una melodia spesso orecchiabile, per nulla dissonante,
eppure la loro musica si evolve (mediante una incessante
stratificazione sonora) in un magma rumoroso e allucinante.
La musica dei Mercury Rev non è la colonna
sonora di un semplice trip allucinogeno, ma la raffigurazione
di un vero e proprio caso clinico: la condizione irreversibile
di una mente incapace di uscire da se stessa.
I Mercury Rev si formano a Buffalo (New York) durante
la seconda metà degli anni '80. La prima formazione
è composta da Jonathan Donahue (chitarra e
voce), Dave Fridmann (basso e tastiere), Sean "Grasshopper"
Mackioviak (chitarra) e David Baker (voce). Per qualche
anno il gruppo resta privo di un batterista fisso,
ma al momento della registrazione del primo singolo
Car Wash Hair si aggiungono all'ensemble la flautista
Suzanne Thorpe e il batterista/tastierista Jimmy Chambers.
Il brano in questione è già un piccolo
capolavoro in crescendo di leggiadre armonie folk
anni '60, canto dimesso, disorientanti effetti sonori,
torture chitarristiche e fanfare di fiati. Da segnalare
anche una versione strumentale di Coney Island Cyclone,
delicato quadretto di ricami acustici ed appassionati
fraseggi di violino.
Con questa collaudata formazione a sei, la band incide
il capolavoro Yerself Is Steam (1991),
uno degli album più importanti del decennio.
Il gran dispendio di stilemi e vocaboli stilistici
(melodie folk, stasi ambientali, rumorismi allucinati,
lunghe divagazioni strumentali, inserti classicheggianti,
feedback infernali, voci estatiche e nevrotiche) ha
come effetto la creazione di un vorticoso flusso sonoro
che è la quintessenza dell'onirismo in musica.
Dissacranti e caotici come i Red Krayola e Flaming
Lips, visionari e cosmici come Klaus Schulze ma anche
discepoli del Neil Young più rumoroso ed isterico,
i Mercury Rev assorbono quanto di più disturbato
ha prodotto il rock psichedelico negli ultimi trent'anni
per poi deformarlo alla luce dello spleen new wave
e della spiritualità new age. Si prenda, per
esempio, l'iniziale Chasing A Bee: arpeggi acustici,
un'assonnata nenia vocale in pianissimo, rumori assortiti
in sottofondo, e poi via all'accumulo di strati su
strati di feedback fino ad un celestiale quanto lancinante
tripudio di distorsioni sul quale si distende, con
una calma quasi sovrannaturale, il flauto pastorale
della Thorpe. Tutto in questa musica è studiato
accuratamente per risultare ambiguo e trasmettere
la sensazione di disordine mentale misto a delirio
allucinatorio: in Frittering una straniata ballad
alla Syd Barrett costituisce il pretesto per una reiterata
trance ipnotica che scorre per otto minuti fra disperate
litanie vocali e dense coltri di rumore; Blue And
Black è un conciliabolo di formule sciamaniche,
solenni tappeti di tastiere, sparsi accordi di pianoforte
e misteriosi suoni concreti (respiri, soffi dentro
a tubature,ecc...), che unisce idealmente i tratti
più teatrali e surrealistici dei Pere Ubu con
le austere meditazioni buddiste. Più dinamiche
e trepidanti sono Syringe Mouth (che pare un frammento
degli Stooges lanciato a velocità supersonica
nello spazio profondo), le melodie deturpate e le
filastrocche corali di Coney Island Cyclone e il vorticoso
viaggio intergalattico di Sweet Oddysee Of A Cancer
Cell In The Center Of The Universe, che alterna zone
misticheggianti, dove la voce scandisce estatici salmi
indiani, a vertiginosi squarci di tribalismo cosmico
guidati con fare marziale dalle percussioni indiavolate
e dal titanismo assordante delle chitarre. Very Sleepy
Rivers è l'incubo definitivo, il cieco vagare
nei labirinti più remoti della mente umana,
la discesa in un tunnel buio popolato da voci spettrali
ed angoscianti: introdotto da un lamento moribondo
di violino al quale si aggiungono un'insistente figura
di basso, i rintocchi spettrali di una chitarra e
il battito narcolettico della batteria, la composizione
scorre uniforme ed ipnotica (proprio come un fiume
lento ed assonnato) per dodici minuti, fra accumuli
di tensione e momenti di catarsi emozionale dove il
flusso sonoro esplode in un oceano di riverberi e
distorsioni. Boces (1993), forse
ancor più disarticolato e schizofrenico del
suo illustre predecessore, conferma lo stato di grazia
di Donahue e soci con una manciata di brani anarchici
e surreali, deturpati da ogni genere di bizzarria
strumentale. Con la suite Meth Of A Rockette's Trick
i Mercury Rev si confermano maestri nell'arte dell'arrangiamento
eccentrico e multiforme: in pratica, il brano consiste
in un'unico girotondo melodico sul quale sono compiute
continue variazioni sotto il profilo strumentale (ricami
di flauto, saliscendi di arpa, buffi coretti d'asilo,
chitarre al napalm e una lunga coda dominata da bislacchi
interventi di pianoforte, violino, corno francese
e trombone). Il tono gentile e stralunato delle armonie
ricorda da vicino le visioni fiabesche di freak quali
Tomorrow o il folletto Kevin Ayers, ma il disegno
complessivo e l'orchestrazione sono indubbiamente
originalissimi e sottilmente geniali. Snorry Mouth,
l'altra lunga suite del disco, è invece improntata
ad un caos più radicale, impostato su di un'angosciante
susseguirsi di rullanti marziali e fughe dissonanti
che si quietano in una misteriosa vibrazione sotterranea
fatta di scampanellii, oscure deflagrazioni e solfeggi
di violino. Ciò che stupisce è la straordinaria
capacità della band di disintegrare le forme:
molte composizioni partono esponendo un tema melodico
che poi il gruppo deforma, infarcendolo di stranezze
sonore e lasciando che l'ammasso disordinato di suoni
si spenga autonomamente nella propria instabilità
congenita. Altri esempi di questa tecnica sono il
jazz lounge da serial killer di Boys Peel Out e la
cantilena di pazzoidi Something For Joey, mentre sulla
ballata Downs Are Feminine Balloons si allunga l'ombra
dei King Crimson più acustici (sognanti arpeggi
di chitarra, l'altra che la contrappunta delicatamente,
le voci senza peso, i romantici assoli di flauto).
Al versante più isterico del loro repertorio
appartengono, invece, il sabba drogato della contorta
Trickle Down (con all'interno un riff quasi heavy
metal) e dell'hard cadenzato Hi-Speed Boats. Chiude
il disco un sussulto di piano bar nevrotico come Girlfren,
in cui Baker recita in tono abulico (David Thomas
docet) un farfugliato stream of consciousness mentre
tutt'intorno lo spazio sembra sul punto di collassare
da un momento all'altro.
Poco dopo l'uscita del disco, Baker (il cui rapporto
con gli altri membri del gruppo era sempre stato piuttosto
burrascoso) abbandona la band. Al suo posto entra
stabilmente nella line up Adam Snyder al mellotron
e synth. Su See You On The Other Side
(1995) Friedmann e Donahue si fanno un pò prendere
la mano e presentano una raccolta di brani più
inclini al pop retrò di Tin Pan Alley che ai
deliri free form dei Red Krayola: episodi come Everlasting
Arm, Racing The Tide o il country zuccheroso di Sudden
Ray Of Hope sono alcuni fra i più spudorati
omaggi alla musica leggera che i nostri abbiano potuto
concepire, anche se al loro interno si nascondono,
comunque, alcuni spunti geniali in fatto di strumentazione.
Gli unici brani veramente interessanti sono Empire
State (con una lunga coda dissonante di free-jazz)
e le mutazioni corrosive di quel gioiello hard rock
che è Young Man's Stride. In generale, però,
i toni si sono ammorbiditi, le rifiniture sfiorano
una leziosità barocca che richiama alla mente
certe pagine dei Love o degli ultimi XTC e la vena
creativa di Donahue e Friedmann si è inaridita.
C'è poco da stare allegri, insomma. Deserter's
Songs (1998), paradossalmente, è forse
uno dei lavori più insoliti e stravaganti dei
Mercury Rev. Disco ambiguo ed irrisolto, l'opera presenta
almeno quattro tipologie di brano: le partiture orchestrali
rieccheggianti il musical di Broadway, la canzonetta
stracolma di arrangiamenti altisonanti, la ballata
lirica e i frammenti pseudo-sperimentali un pò
noiosi e inconsistenti. L'unico legame fra composizioni
così diverse sembra essere (come è già
stato fatto notare) il tentativo di scrivere un saggio
sul postmodernismo applicato alla musica di consumo,
programmaticamente affine a quello già compiuto
da Eno venticinque anni prima con il trittico Taking
Tiger Mountain by Strategy/Another Green World/Before
and After Science. La band ha quasi smesso di comporre
per potersi concentrare solo sulla rifinitura dell'arrangiamento
(quanto mai magniloquente e lambiccato, prossimo alle
levigate partiture di Brian Wilson), poi il brano
viene costruito assemblando attentamente continue
citazioni di melodie altrui in un perverso quanto
maniacale collage sonoro: Opus 40 è congegnato
come una fedele replica delle miniature del pop sinfonico
dei Beach Boys (cadenza di pianoforte, organo da spiaggia,
archi in staccato, timpani crescendo orchestrali)
con la melodia che ricorda Our House di Graham Nash;
Tonite It Shows ricalca le colonne sonore dei film
sentimentali degli anni '50 in un nostalgico motivetto
orchestrale alla Van Dike Parks (xilofono, archi,
oboe, flauti, arpa, pianoforte) che, paradossalmente,
è un piccolo capolavoro revisionista; Endlessy
fa ancora di più e affresca un tema da musical
con tanto d'arpeggi di chitarra classica, coro femminile
e i lamenti di un theremin (nella melodia si odono
persino echi di temi natalizi). A questo manierismo
esasperato sfuggono (in parte) solo quattro brani:
la ballata disperata e sublime Holes, l'incrocio fra
Led Zeppelin acustici e ritmiche martellanti di Delta
Sun Bottleneck Stomp, il mantra nevrotico dell'assordante
The Funny Bird e la potente ballata alla Neil Young
Goddess On A Highway (forse il capolavoro del disco)
che, nonostante l'intrusione di clavicembalo e tastiere
varie, non perde mai il proprio incidere epico e trascinante.
A conti fatti, Deserter's Songs non
è altro che l'evidente tentativo di Friedmann
(forse al suo massimo in fatto di produzione artistica,
quasi fosse l'erede di Phil Spector) e Donahue di
registrare il loro personale Pet Sounds, costruendo
a tavolino sognanti puzzle sonori infarciti di nostalgia
per un melodismo logoro e decaduto. Naturalmente,
con questo disco i Mercury Rev conquistano intere
schiere di nuovi fans adoranti, nonchè l'approvazione
quasi unanime dei critici specializzati, contenti
del fatto che finalmente la band si sia messa a "scrivere
canzoni" e non a tediare con le sue divagazioni
strumentali. All Is Dream (2001)
propone una gradevole quanto scialaquata revisione
del loro vecchio stile alla luce del pop più
classico e sdolcinato (non a caso il disco doveva
essere prodotto da Jack Nitzsche, che però
morì pochi giorni prima dell'inizio delle registrazioni).
Stavolta Friedmann e Donahue ci risparmiano la lezioncina
sui Beach Boys ma giocano spudoratamente a fare i
Neil Young (Dark Is Rising e Tides Of The Moon sembrano
sbucare da Harvest) e i Syd Barrett (Spiders And Flies),
finendo per mettere insieme una manciata di pallide
imitazioni dei loro maestri condite con le solite
stratificazioni orchestrali. E' sempre lo stesso discorso:
c'è differenza fra rielaborare le fonti e riproporle
così come sono. In alcuni momenti il gruppo
sembra ritrovare il filo del discorso (vedi il cuore
di tenebra di Lincon's Eyes) mostrando una fusione
più riuscita di passato e presente, ma più
spesso si perde in mediocri esercizi di stile ( Hercules,
Nite And Fog) che non promettono nulla di buono per
il futuro. Ormai i Mercury Rev hanno abbandonato definitivamente
i flussi sonori anarchici e straripanti dei loro primi
album per dedicarsi ad una serie di ballate innocue
e piacevoli, lontanissime (nella forma e nello sostanza)
rispetto ai loro grandi capolavori. Così facendo,
hanno finito per seguire le orme di altri grandi gruppi
(vedi Pink Floyd o Grateful Dead) che, da ensemble
musicalmente rivoluzionari, si sono trasformati in
complessini per famiglie dediti ad una carinissima
musica da salotto. |
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