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biografia, articolo, intervista, speciale, monografia |


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| MORPHINE |
Gruppo tra i più originali e
sottovalutati degli anni '90, i Morphine di Mark Sandman
elaborarono una concezione musicale rivoluzionaria
per il rock di quel periodo: unire una strumentazione
di chiaro stampo jazzistico ad un gusto compositivo
del tutto peculiare, attingendo dal blues come dal
rockabilly, dallo swing come dalla canzone d'autore,
dal jazz come dalla new wave. In formazione a tre
e senza chitarra, i Morphine sono stati una delle
band più audaci di tutta la storia del rock,
almeno sotto il profilo dell'organico, composto dalla
batteria di Jerome Deupree (sostituito poi da Billy
Conway nel '93), dal sax baritono di Dana Colley e
dal basso a due corde del cantante Mark Sandman, introverso
crooner dai toni caldi e avvolgenti. Il sound che
sgorga da siffatto terzetto è fortemente oscuro
e rarefatto, pregnante d'atmosfere "noir"
e interamente basato sugli incastri di sax e basso
che dialogano splendidamente sui ritmi inventivi di
Deupree. Colley è un sassofonista di straordinario
lirismo: il suo strumento è una voce spettrale
e fumosa, ricca di pathos, capace di sprofondare in
gravi abissali per poi librarsi in fraseggi quasi
incorporei, per quanto sempre coincisi e misurati.
Sandman, d'altro canto, è stato semplicemente
una delle figure più importanti del decennio:
cantante dallo stile personalissimo, musicista di
fine sensibilità nonché autore colto
ed ispirato (degno erede dei maestri Nick Cave e Tom
Waits), Sandman ha creato uno stile di canzone che
ha poco o nulla a che fare col rock di quel periodo.
Le sue composizioni sono stupefacenti: apparentemente
semplici e lineari, in realtà metabolizzano
decenni di musica passata per plasmare una forma nuova,
intricata, sorprendentemente moderna. Gli arrangiamenti
minimali, poi, donano ai brani sfumature inedite e
preziose, oscillando fra tinte retro e accenni d'avanguardia,
fra un revival di suoni appartenenti ad un'altra epoca
che vengono misteriosamente attualizzati (il cool
jazz alla Miles Davis, il blues del Delta, il rock'n'roll
degli anni '50, il piano bar da night club) ed una
esasperata attitudine alla dilatazione degli spazi,
a far risaltare i vuoti, a comporre per sottrazione,
quasi ponendo l'accento su ciò che "manca".
La musica del terzetto è dilatata, comatosa,
ma nello stesso tempo movimentata, giacché
i continui fraseggi di basso e sax (sui quali si regge
l'intera armonia) e la carica propulsiva della batteria
ne vivacizzano l'andamento. Le dinamiche sono calibrate
al millimetro per ottenere il giusto equilibrio fra
stasi metafisica e corporeità, spesso sacrificando
l'improvvisazione e organizzando il tessuto musicale
in partiture quasi meccaniche.
Mark Sandman, ex cantante e bassista dei Treat Her
Right (bizzarro gruppo pseudo-blues di metà
anni ottanta), nei primi anni '90 forma i Morphine
a Boston con Colley e Deupree, band che s'impone subito
come una delle realtà più interessanti
dell'affollata scena musicale di quegli anni. Good
(1992) è una pietra miliare, il primo (e migliore)
capitolo di una trilogia di album a dir poco spettacolare.
Un malinconico esistenzialismo aleggia sui brani dell'opera,
fotografie sfocate di un presente mai così
desolato, in cui l'individuo si perde in una solitaria
e non troppo sobria contemplazione di bicchieri mezzi
vuoti al bancone di un bar. Nostalgia, mistero e angoscia
si accavallano in questi squarci di solitudine urbana,
abbaglianti frammenti di pura poesia metropolitana.
Good, il primo brano, è quasi l'esemplificazione
della poetica musicale dei Morphine: un riff di basso
emerge dal silenzio aprendo una spirale narcotica
di tamburi cui si unisce il sax, variando leggermente
la frase del basso; la voce profonda di Sandman subentra
poi balbettando un delirio erotico mentre le percussioni
aumentano d'intensità e il sax si fa più
incisivo, creando zone d'aspra drammaticità.
Nella struttura confluiscono e si amalgamano miracolosamente
un'impostazione blues, il fraseggio del jazz e un
tribalismo di derivazione quasi post punk. E' una
forma di blues moderno e darkeggiante, figlio tanto
di Robert Johnson che delle meccaniche dolorose dei
Joy Division.
Claire (altro vertice del disco) ricalca l'archetipo
della title track esordendo col tema esposto all'unisono
da basso e sax per poi impostare il ritornello su
frenetiche discese di biscrome e addirittura situando
in coda al brano un'oasi di straniante delicatezza
con malinconici intarsi di sassofoni. The Saddest
Song nasconde al proprio interno una tradizionale
forma-ballata che però l'arrangiamento trasfigura
e rende quasi irriconoscibile: veri protagonisti sono
il basso plastico e il canto commosso di Sandman,
mentre a Colley è lasciato il compito di enfatizzare
questi stati d'animo con ricami impalpabili; la batteria,
d'altro canto, è sincopata e incalzante, ma
l'intera composizione pare immobile, immersa in un
clima rarefatto e soprannaturale. Più densa
e trepidante è Do Not Go Quietly Under Your
Grave, fenomenale shuffle che vede Sandman intento
a sciorinare la propria filosofia di vita su di un
tappeto strumentale che abbaglia per essenzialità
e lirismo. D'altro canto, i brillanti incastri strumentali
di On The Other Side non fanno che esaltare uno delle
melodie più memorabili del disco, confezionando
una gemma di valore inestimabile: la voce risuona
onirica e cupa, la cadenza quasi mantrica della base
ritmica amalgama il Cave più tenebroso con
le sincopi dello swing mentre il sax (facendo il verso
ad Albert Ayler) si ritaglia uno spazio solistico
crudo e dissonante. Tutta la tensione che si accumula
nelle strofe si scioglie nel ritornello, dove basso
e sax costruiscono uno dei passaggi più ammalianti
dell'opera: una scala discendente pregna di richiami
orientaleggianti che si dipana a spirale intorno al
canto metafisico di Sandman. I Know You è addirittura
impalpabile, quasi incorporea nel suo svolgimento
narcolettico, è pura astrazione; un moderato
tribalismo pellerossa funge invece da propellente
per Have A Lucky Day, paradossale resoconto della
giornata di un giocatore d'azzardo. Il versante più
selvaggio del suono Morphine viene sublimato dal tripudio
percussivo della swingante You Speak My Language e
dalla trascinante Test-tube Baby/Shoot'em Down, blues
ferroviario degno dei Gun Club ma eseguito con la
perizia di sofisticati musicisti jazz, mentreYou Look
Like Rain e The Only One sono immerse nella più
fitta atmosfera "noir", con tanto di languido
sax e Sandman che veste i panni del Tom Waits più
introverso. Con Good i Morphine si dimostrano
maestri nello scolpire atmosfere notturne e rarefatte,
sfruttando una tecnica compositiva originalissima
e un organico a tre fra i più compatti e stravaganti
mai visti. Cure For Pain (1993) mostra
una maggiore attenzione per la forma canzone ed è
un lavoro più accessibile rispetto al suo predecessore.
Più curato e levigato, imperniato ad un formalismo
a tratti eccessivo, il disco approfondisce lo studio
sull'arrangiamento arricchendo la strumentazione (qua
e là fanno capolino un'impercettibile chitarra
acustica, percussioni cocktail lounge, organo e un
mandolino) e diradando la fitta coltre di nebbia che
sembrava soffocare l'esordio, spesso optando per tinte
e luci ugualmente pallide ma più percepibili.
Alla più contenuta evanescenza delle trame
sonore corrisponde un songwriting altrettanto compatto,
forte di episodi a dir poco entusiasmanti. Si passa
dal blues energico e sincopato di Buena all'esile
melodia della velata I'm Free Now, dal commovente
lamento di Candy al sax borbottante e ai battiti da
palude di Head With Wings, dall'ariosa elegia Cure
For Pain all'assordante boogie industriale di
Thursday, quasi una canzone dei Pere Ubu suonata dall'Art
Ensemble Of Chicago. A parte si collocano il folk
pastorale di In Spite Of Me e i due brevi strumentali
che aprono e chiudono il disco, esperimenti appena
accennati che difettano di sviluppo e sono, perciò,
sostanzialmente incompiuti: Dawna è eterea,
quasi new age, basata su di un unico assolo di sax
e un filo d'organo, mentre Miles Davis' Funeral è
un tenue ricamo di chitarra acustica, percussioni
e slide che si snoda in una lenta ed ipnotica processione
notturna.
Colley è senza dubbio il vero protagonista
dell'opera: il suo strumento spazia su ogni fronte
(rifiniture, strutture portanti, assoli) mantenendosi
sempre efficace ed evocativo, in perfetta alchimia
col basso e la batteria di Deupree. D'altro canto
Sandman si sta imponendo come uno degli autori più
raffinati e consistenti del periodo, nonché
cantante dotato di una voce baritonale più
che mai penetrante e spartana.
Il terzo album, Yes (1995), rappresenta un
deciso cambio di direzione per la band: sacrificando
la componente più "noir" e depressa
del loro sound, i Morphine (ora con Bill Conway al
posto di Deupree) ne esasperano la fisicità
dirompente virando verso brani incalzanti e ritmati
che si riallacciano idealmente al rhythm'n'blues e
al rock'n'roll degli anni '50, nonostante ogni genere
di riferimento sia stravolto e amalgamato nella peculiare
visione musicale del gruppo. Le performance sono tese,
irruenti, pullulanti di un'aggressività che
prima era trattenuta, celata sotto una densa coltre
di soporifero esistenzialismo. Emblematiche in questo
senso sono la frenetica Honey White che, posta in
apertura del disco, scorre veloce e compatta fra i
virtuosismi be bop del sax e la batteria percossa
a pieno regime, o il funk morboso di Super Sex, in
cui il canto/recitato di Sandman è vizioso
e degradato come non mai. E' proprio il leader a sfoderare
uno stile canoro mai così maligno e disperatamente
sensuale, adatto a sottolineare le tinte fosche di
quel capolavoro che è Whisper (basso plastico
e corposo, batteria sincopata, pianoforte in sottofondo,
sax che delizia con assoli da brivido) o della moribonda
I Had My Chance (vibrante del blues più oscuro
e primitivo). Il talento compositivo di Sandman è
forse al suo apice: la solare All Your Way abbaglia
per le sue melodie semplici ma nello stesso tempo
ricercate mentre le complessità armoniche di
Yes hanno pochi eguali anche nel jazz più
raffinato. Yes, però, è anche
e soprattutto il disco in cui la rabbia e la paranoia
del gruppo si fanno più tangibili, dando alla
luce alcuni fra i più sorprendenti esperimenti
di tutto il loro repertorio: The Jury è un
recitato onirico su un tappeto sonoro offuscato e
conturbante da cui a tratti affiorano languidi fraseggi
atonali di sax e slabbrature di basso (e dove Sandman
ha modo di dimostrare le sue eccezionali doti di narratore),
in Free Love (nevrosi funerea con tanto di basso distorto,
sax glaciale e voce filtrata) sembra d'ascoltare Ornette
Coleman alle prese con un brano dei Black Sabbath
(!) mentre il capolavoro Sharks alterna recitativi
nel silenzio generale a vere e proprie deflagrazioni
sonore all'insegna di un hard rock swingante che rievoca
tanto i Ten Years After quanto Archie Shepp. Persino
gli episodi maggiormente legati al tipico suono Morphine
(il blues ossessivo di Radar e la soffusa Scratch)
vibrano di una tensione sinistra di cui non v'è
traccia fra le atmosfere catatoniche dei dischi precedenti.
Nel complesso Yes è un disco sorprendentemente
vivo e pulsante che conferma i Morphine come uno degli
ensemble più creativi e dotati dei nostri giorni.
Like Swimming (1997) è invece una
delusione. Sandman è paurosamente a corto di
idee e nella maggior parte dei brani non fa che riciclare
tutti gli stereotipi del sound della band in un confuso
quanto inconcludente tentativo di riportare a galla
la verve del passato. Nonostante le esecuzioni siano
sopraffine come sempre (stiamo sempre parlando di
musicisti incredibili) l'opera difetta di songwriting,
è lacunosa, spesso inconsistente (brani come
Wishing Well o French Fries sono vuoti esercizi di
stile che oltretutto mancano di feeling). Le uniche
canzoni da ricordare sono quelle più granitiche
e vivaci, come la bluesata Early To Bed o l'ipnotica
Murder For The Money.
L'avventura dei Morphine si chiude definitivamente
nel 1999, quando Mark Sandman muore improvvisamente
per un attacco cardiaco durante un concerto in Italia.
La band aveva appena finito di registrare The Night
(2000) che, nelle intenzioni dello stesso Sandman,
avrebbe dovuto segnare l'inizio di un nuovo corso
per la band di Boston (purtroppo non lo sapremo mai).
E' comunque innegabile che in questo disco i Morphine
virino decisamente verso una musica ancor più
introspettiva e notturna, con arrangiamenti più
corposi e una maggiore varietà strumentale
(fanno la loro comparsa fiati, violoncello, organo,
pianoforti e un coro). La title track è da
annoverare fra i loro grandi capolavori: guidato dagli
aggraziati lamenti di un violoncello e dai ritmi concitati
della batteria, il brano gira vorticosamente su se
stesso in un tripudio di romantici assoli di sax e
canto disperato, congiungendo idealmente l'esistenzialismo
di Cohen e le ossessioni voodoo dei Gun Club. Le commosse
preghiere Rope On Fire e Take Me With You si appropriano
delle musiche tradizionali di popoli differenti (i
salmi mediorientali per la prima, il gospel protestante
per la seconda) per esprimere la stessa ansia religiosa,
lo stesso tormento mistico che attanaglia Sandman
in quest'ultima fase della sua vita. La sonata pianistica
Souvenir e la divagazione sommessa di Like A Mirror
(un bisbiglio in sottovoce su un dimesso tappeto percussivo)
mostrano proprio l'estrema fragilità di un'opera
che adotta spesso il tono della confessione e del
salmo per ispirare sentimenti di pentimento e redenzione.
Inconsapevolmente (o forse no, chi può dirlo)
Sandman, con la sua estrema umiltà e il suo
talento abbagliante, ha composto con The Night
il proprio elogio funebre, innalzando un ultimo e
ancor più solenne richiamo a quel senso di
abbandono cosmico che ha contraddistinto tutto il
percorso musicale dei Morphine. |
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