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A partire dagli EP You Made Me Realise
e Feed Me With Your Kiss (entrambi
usciti nell'88 per la Creation di Alan McGee), i
My Bloody Valentine (ora in quartetto con la bassista
Deborah Googe) iniziano ad essere veramente loro
stessi e a tratteggiare compiutamente la loro poetica
sonora, contraddistinta dall'uso innovativo di un
particolare effetto chitarristico denominato "glide"
che porta le partiture della band a nuovi vertici
espressivi. Brani come la frastornante Feed
Me With Your Kiss (con il suo assordante riff
guida e l'alternarsi delle voci appena percettibili
della Butcher e di Shields) o la catalessi di I
Believe sono già dei piccoli manifesti
di un suono rivoluzionario.
Il primo album Isn't Anything esce
nel novembre del 1988 e si pone, fin da subito,
come un lavoro di portata storica. Gli impasti chitarristici
raggiungono qui vertici quasi sinfonici, anche se
alla polifonia contrappuntistica è sostituita
una cacofonia stratificata che Shields elabora certosinamente
per allestire una serie di scenari in cui convivono
il rumorismo dei Velvet Underground, la spiritualità
dei Popol Vuh e un gusto per le melodie sognanti
che li avvicina ai Cocteau Twins. Il celestiale
vortice di distorsioni di All I Need è
una delle visioni più alte del disco: le
chitarre si rimescolano fra loro in un moto perpetuo
di natura cosmica, in uno scontro di forze titaniche
dal quale nasce un'armonia universale, un gioioso
inno al creato che le due voci (maschile e femminile,
ancora gli opposti che si compenetrano) canticchiano
in preda all'estasi, quasi paralizzate di fronte
allo spettacolo stupefacente a cui assistono. D'altro
canto, le litanie immobili che la Butcher intona
impaurita (la trasognata Lose My Breath,
la sinuosa Several Girls Galore, la nebulosa
informe di No More Sorry) presentano una
qualità onirica che sfiora il rapimento estatico,
il sogno (o l'incubo) ad occhi aperti, l'allucinazione
mistica. Non sembrano più canzoni, ma fantasmi
di canzoni ancora incompiute che galleggiano senza
peso fra le sfere celesti. Altrove la musica si
fa più dinamica: i glissando ronzanti e maestosi
(sembrano suonati con l'archetto) di Soft As
Snow (But Warm Inside), le voci impalpabili
della tuonante (When You Wake) You're Still
In A Dream e la cadenza saltellante di Nothing
Much To Lose mostrano come sia possibile deformare
le armonie più dolci e trasformarle in incubi
freudiani di proporzioni immani.
L'impatto di quest'album sulla musica inglese del
periodo è incalcolabile: il sound disorientante
e stordito dei My Bloody Valentine farà esplodere
il fenomeno dello "shoegazing" e impartirà
lezioni a decine di band su come sperimentare col
rumore chitarristico. Naturalmente quasi tutti questi
gruppi non faranno altro che "sporcare"
le solite melodie con una buona dose di distorsioni,
dimostrando di non aver compreso che l'arte di Shields
e soci è basata più sulla ricerca
timbrica e sulla stratificazione sonora che sulla
composizione in senso tradizionale (in questo senso
deve intendersi l'affinità con i Sonic Youth
che alcuni critici hanno messo in evidenza).
Gli EP Glider (1990) e Tremolo
(febbraio 1991) continuano nel perfezionamento della
formula con altri capolavori quali il mantra di
Don't Ask Why e, soprattutto, la vertigine
ipnotica di Soon, sette minuti di cantilene
assillanti e distese noise su un ritmo danzereccio
che lancia il brano a ruota libera nei club più
alternativi d'Inghilterra.
Ben tre anni separano Isn't Anything
(1998) da Loveless (1991), tre
anni che il gruppo ha trascorso fra interminabili
sedute di registrazione e maniacali rifiniture in
fase di produzione da parte di uno Shields perfezionista
come non mai. Il risultato di tanta fatica è
un lavoro impressionante, senza dubbio il più
compiuto ed originale manifesto della proposta sonora
della band. Su Loveless Shields estremizza ulteriormente
il taglio sinfonico delle composizioni e ne accresce
l'impatto ipnotico introducendo un'impercettibile
rete di campionamenti e tastiere che, assieme ad
un più accorto uso dello studio di registrazione,
sono i principali responsabili di questo sound maestoso
e terribile. Il disco è in pratica un'unica,
lunga meditazione zen, un ciclo di visioni abbaglianti
e sfuggenti che lasciano annichiliti: i brani nascono
e si consumano in un permanente stato di trance,
avvolti in una nebbia irreale che ne sfuma i contorni
e ne impedisce lo svolgimento. Il gruppo sembra
allontanare ulteriormente il proprio punto d'osservazione
della materia: presi uno per uno, infatti, molti
degli elementi che compongono queste canzoni sono
cacofonici e dissonanti, ma l'insieme che si osserva
dalla distanza pare incredibilmente armonico; esaminati
al dettaglio, i brani paiono contorcersi in vortici
sovraumani ma, arretrando ed esaminandoli di nuovo,
tutti appaiono immobili, immutabili, eterni. Alla
fin fine, dunque, è la staticità ad
impregnare l'album da capo a piedi: le modulazioni
eteree di Loomer (uno dei loro capolavori),
le distorsioni strazianti di I Only Said
(con un risibile motivetto di tastiera) e la rilassata
Sometimes (con arpeggi di chitarra acustica
in sottofondo) sono gli esempi più abbaglianti
di un'idea di musica rock in cui la dinamica è
appena accennata, la batteria si limita a battere
il tempo in sordina, gli strumenti si fondono in
un sibilo cosmico e le voci si accontentano di accennare
qualche cantilena semi-intellegibile che viene sommersa
dal marasma generale. Semplificando, si potrebbe
quasi affermare che l'idea più rivoluzionaria
di Shields sia quella di far fagocitare alla chitarra
tutto il resto della strumentazione. To Here
Knows When va addirittura oltre, ipotizzando
una sorta di canto gregoriano per feedback, tastiere
e voci fuse in un'unica, immane striscia di suono
che si riavvolge di continuo. I momenti più
energici e sostenuti sono davvero pochi (When
You Sleep e What You Want, entrambe
comunque degne dei vertici di Isn't Anything), a
dominare sono austere meditazioni trascendentali
come il raga sonico Come In Alone, la drammatica
Only Shallow e i cori angelici (come da lezione
Cocteau Twins) di Blown A Wish. I richiami
al piacere fisico di cui sono infarcite le liriche
sono in realtà un diversivo: la musica dei
My Bloody Valentine è fondamentalmente ascetica
e spirituale, molto più vicina alla new age
(almeno nelle intenzioni) di quanto lo sia al rock
in senso stretto. Non mi stupirei se Constance Demby
o Steve Roach includessero Loveless fra i loro dischi
preferiti degli anni '90.
Poco dopo l'uscita del disco i My Bloody Valentine
decidono di porre fine alla propria avventura, quasi
fossero terrorizzati all'idea di dover dare un seguito
ad un lavoro talmente geniale e per molti versi
"definitivo" come Loveless. Kevin Shields
farà perdere le proprie traccie per diverso
tempo prima di partecipare agli Experimental Audio
Research, collaborare con J Mascis e, infine, scrivere
le musiche per “Lost In Translation”,
l'ultimo film di Sofia Coppola. Degli altri componenti
soltanto la bassista Deborah Googe ha formato una
nuova band (gli Snowpony), gli altri non hanno più
avuto a che fare con la musica.
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