discografia, biografia, articolo, intervista, speciale, monografia
discografia:

- Y
(1979)
voto 9/10

- For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder? (1980)
voto 8/10








































 
POP GROUP
Il Pop Group è indubbiamente la formazione che, in seno alla new wave, maggiormente si distacca dai dettami tipici del genere, coniando uno dei linguaggi musicali più originali ed innovativi di tutta la storia della musica rock. Laddove altri gruppi indugiano in pose nichiliste e pulsioni futuristiche, il Pop Group si fonda su premesse ideologiche e musicali pressoché opposte. In primo luogo le ambizioni politico-sociali: il gruppo di Bristol si fa portavoce dei deboli e degli indifesi, amplifica l'urlo lacerato di un'umanità che arranca nel buio di un'esistenza angosciante, che soffre degli abusi quotidianamente perpetuati dai signori della guerra e che soffoca nella morsa silenziosa di meccanismi economici alienanti. In mezzo a tutto questo dolore, l'unico gesto che possa restituire all'essere umano la dignità rubata è la rivolta: l'individuo ridotto a barbaro primitivo combatte per riaffermarsi uomo, ed in questo ritrova la propria identità. In secondo luogo, coerentemente con la propria aspirazione di denuncia universale, la musica fagocita e metabolizza una serie impressionante di stili (il funk, il free jazz, la musica classica contemporanea, il tribalismo africano, il punk, il dub, il rumorismo) riducendoli poi alle più primitive e barbare forme d'espressione dell'essere umano. Il Pop Group opera, sia musicalmente sia antropologicamente, una vera e propria regressione ad uno stadio primitivo dell'evoluzione umana. Le figure che popolano questi scenari immondi vivono e muoiono al ritmo di danze di guerra deturpate da urla strazianti, danno vita ad oscuri cerimoniali propiziatori, lottano incessantemente per la propria sopravvivenza. E' tragico costatare come, in una chiave di lettura psicanalitica, questa rappresentazione teatrale sia in realtà specchio dell'umanità odierna e delle sue ansie. Questo perché i Pop Group creano un rozzo magma sonoro e letterario denso di simbolismi arcaici e primordiali, una sorta d'inconscio collettivo jungiano in cui hanno origine la paura, la sopraffazione, la lotta, gli istinti più violenti e selvaggi. Non si deve perdere di vista, però, come la musica rifugga da una distaccata contemplazione della tragedia umana, ma sia spasmodicamente improntata ad un'incessante tensione vitale ottenuta mediante l'esaltazione del ritmo e della percussività dal punto di vista sonoro e dal massiccio ricorso ad un cut up di slogan politici, riflessioni metafisiche, nonsense surreali e commosso esistenzialismo sul versante lirico. L'intera operazione poggia sui talenti di cinque fra i più geniali musicisti dell'epoca: Mark Stewart (voce), Simon Underwood (basso), John Waddington (chitarre), Gareth Sager (sax) e Bruce Smith (batteria e percussioni). Ciascuno inietta nel tessuto sonoro le influenze musicali più disparate (alcune apparentemente inconciliabili) con un approccio alla composizione che, a ben vedere, è strettamente imparentato con l'avanguardia. Nell'insieme la musica del quintetto è anarchica, singhiozzante, percorsa da raccapriccianti spasmi nervosi, deturpata da ogni genere di sfregio armonico. Il basso è solidamente ancorato al funk più denso e corposo, la batteria incalza furente fra ritmiche tribali africane e complesse sincopi jazz, la chitarra ammicca ora al lirismo psichedelico, ora agli staccato tipici della funk music, ora al rumorismo più sfrenato, mentre il sax barrisce in preda alle convulsioni toccando il free jazz e richiami da giungla urbana. In questo caotico magma sonoro la voce sceglie il fuoco ed il delirio cimentandosi in urla spasmodiche, vocalizzi eterei, recitativi surreali, cantilene assurde, falsetti grotteschi. Stewart è prodigioso nello sfruttare registri vocali ed espressivi differenti ma complementari, citando ora la rauca e rabbiosa veemenza di Beefheart ora gli impalpabili ed impauriti gemiti di Buckley.
Dopo aver esordito su singolo col funk spaventosamente epidermico e surreale di "She's Beyond Good And Evil", i Pop Group registrano il capolavoro Y (1979), opera vibrante e rivoluzionaria che racchiude una poetica feroce, toccante, quasi estranea al resto dei loro contemporanei. I brani si svolgono all'insegna della più completa libertà formale, in un susseguirsi di sezioni asimmetriche e discontinue. Frequenti sono i cambi di tempo all'interno della medesima composizione; il tessuto musicale è ricchissimo ed in perenne mutazione.
L'album si apre con la sconcertante dichiarazione di intenti di "Thief of Fire": una distorsione allucinata e un raccapricciante gemito gutturale danno inizio ad una danza infuocata a ritmo di un funk sincopato e veemente in cui s'accavallano grattugiate metalliche di chitarra, slabbrature di basso, battiti di tamburi e la voce di Stewart che aggredisce con furia barbarica. Dopo la prima esposizione del tema, la baraonda si spegne lentamente per lasciare posto ad una sconvolgente visione preistorica evocata dal richiamo di corno che s'innalza solitario in una landa desolata; da qui il brano è riportato in vita dalle scosse sismiche del sax di Sager, che infligge inenarrabili torture sonore al corpo già martoriato della composizione. L'ultima parte è un'apoteosi di cacofonie guidate con fare marziale dal rullante spigoloso, agile e combattivo di Smith. Una struttura più convenzionale è riscontrabile in "We are Time", dove almeno la pulsazione si mantiene costantemente su di un 4/4 sostenuto e la chitarra ha modo di dettare un intrigante riff circolare di due battute. Nemmeno quest'espediente riesce però a conferire regolarità al brano, che affonda progressivamente in un oceano di riverberi, effetti vocali assurdi, arresti repentini e riprese altrettanto casuali. All'insegna della disperazione più macabra e brutale si svolge il rito sanguinario di "Blood Money": l'inferno sonoro si apre in un caos di feedback, tamburi e strilli di fiati etnici per poi approdare ad un lento ritmo meccanico, quasi hip hop, sul quale si verifica ogni tipo d'effetto deformante e grottesco associato ad urla talmente sguaiate da risultare orribilmente caricaturali. Altrove i riferimenti musicali sono differenti: "Snow Girl" è modellata su di un ostinato discendente di basso, ritmica fratturata e complesse figure arpeggiate di Waddington che sfociano in un surreale ritornello da cabaret scandito da un pianoforte prima languido e jazzato, poi grottescamente percosso da una mano criminale. L'effetto è qui altamente parodistico ma mai comico, piuttosto è affine alla bizzarra messa in scena dell'apocalisse che operano i Faust o al lato più serio dell'opera Zappiana. "Savage Sea" è invece un lied cameristico di chiara matrice espressionista: un pianoforte Schonberghiano ricama malinconiche armonie in minore cimentandosi poi in gelidi esercizi d'atonalità assieme ad un coro ipnotico di spettri alla deriva mentre un violino, evocato dalla recitazione onirica di Stewart, fa sentire la propria voce straziante di sibili e lamenti. "Words Disobey Me" e "The Boys From Brazil" sono improntati ad un programmatico susseguirsi di nuclei autonomi che si compenetrano poi in una struttura unitaria: il primo esordisce con un funk roccioso che dopo nemmeno un minuto cede il posto ad un tempo molto più lento e sincopato in cui la sei corde allucinata di Waddington prende per mano il canto e lo conduce ad un delirio in falsetto degno del miglior Buckley, il secondo è l'apice del loro tribalismo viscerale, un baccanale rabbioso all'insegna del free jazz più ostentato e dissonante, memore del gesto musicale estremo di James Chance. L'effetto è quello di un barbaro richiamo di guerra, di una danza disarticolata e fremente d'arti, nervi, viscere, pupille iniettate di sangue, volti dilaniati dall'urlo; una devastante e disperata celebrazione della vita (e/o della lotta, dato che per il Pop Group i due termini costituiscono un binomio inscindibile) guidata da pittoresche figure per metà uomini di Neandertal e per metà teppisti dell'era industriale. A chiusura di Y è posto uno degli episodi più intensi e particolari dell'opera: "Don't Sell Your Dreams" è uno straordinario distillato di musica concreta, lirismo astratto e minimalismo che assomiglia ad uno sconvolgente reportage sonoro dei riti collettivi dell'Africa centrale. L'incipit è dominato da rumori del paesaggio attentamente ricostruiti in studio: passi, fruscii, ciottoli, battiti casuali, strofinii, sabbia, versi animaleschi (cortesia di Stewart) e infine un tamburo appena sfiorato, lontanissimo. Dopo questa minuziosa preparazione scenica, ecco la voce sciamanica bisbigliare oscure profezie per poi ergersi improvvisamente in un doloroso e sofferto urlo primitivo che sembra provenire da una cripta sotterranea. Rumori di cocci in sordina, la chitarra che sillaba il monito universale di Stewart: " Ti prego, non vendere i tuoi sogni/ Non vivere nel sogno di qualcun altro" e la musica allora incalza in rintocchi marziali di batteria mentre il basso misura la profondità del buio circostante. Il cerimoniale si spegne lentamente agli ultimi bagliori del fuoco, fra rumori ambientali indecifrabili che acquistano man mano più consistenza fino a sfociare in un mini concerto di musique concrete. Nel suo insieme, questa sorta di messa primordiale e profana costituisce la logica conclusione di un percorso musicale e concettuale d'assoluta originalità e potenza.
Dopo questo sconvolgente esordio il Pop Group da alle stampe For How Much Longer Do We Tolerate Mass Murder? (1980), album altrettanto feroce e inventivo, con ammiccamenti ancor più evidenti al dub e al funk. Le danze disperate di "Forces Of Oppression" (ritmo sincopato, voce grezza e distorta, chitarra al vetriolo, fiati squillanti) e "Communicate" (orgia di suoni frenetici e disturbanti, jam epilettica di free jazz in un sottofondo di latrati e urla disumane) sono, se possibile, ancor più frammentarie e cacofoniche che in passato, mentre il rap sghembo e deforme di "One Out Of Many" e il raggae catacombale di "There Are No Spectators" si aggiungono ai loro esperimenti più esaltanti. Tutto il disco pullula di trovate apparentemente grezze (in realtà sofisticatissime) ma geniali: "Feed The Hungry" (quasi un brano discomusic scorticato e immolato all'altare della rivoluzione) si distende in una cantilena ipnotica sul battito ossessivo e basso dub, "Blind Faith" è un punk in levare che termina fra onirici scampanellii di chitarre, la conclusiva "Rob A Bank" è un siparietto grottesco guidato da una fanfara di tromba e slogan corali da corteo di protesta. E' una musica in cui il tessuto armonico è sempre più deformato e saturo d'intrusioni disturbanti, di vocalizzi paranoici, di stordenti cataclismi sonori. L'assalto sonoro del Pop Group, pur non potendo più contare sull'effetto sorpresa e sull'impatto dell'album d'esordio, non è mai stato così anarchico e, a modo suo, elegante.
Il gruppo si scioglie poco dopo la pubblicazione del secondo album, avendo in soli tre anni prosciugato ogni stimolo creativo. Mark Stewart inizia allora una carriera solista di gran valore proseguendone il discorso tematico, in una visione musicale che sposa il melting pot sonoro delle origini alla glacialità delle nuove tecnologie.
  di Matteo Losi
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