discografia, biografia, articolo, intervista, speciale, monografia
discografia:

Chronic Town

(1982) voto 7/10

Murmur
(1983) voto 7,5/10

Reckoning
(1984) voto 6/10

Fables Of The econstruction
(1985) voto 5,5/10

Life's Rich Pageant
(1986) voto 6/10

Document
(1987) voto 7/10

Dead Letter Office
(1987) voto 4/10

Green
(1988) voto 6/10

Out Of Time
(1991) voto 4,5/10

Automatic For The People (1992) voto 6/10

Monster
(1994) voto 6,5/10

New Adventures In Hi-fi
(1996) voto 5/10

Up
(1998) voto 4,5/10

Reveal
(2001) voto 4/10















































































































































 
R.E.M.
Band fra le più longeve e stabili di tutta la storia del rock, i REM hanno operato una personale revisione della forma canzone, recuperando le sonorità dei Byrds (in particolare gli arpeggi jingle jangle) nonché degli ultimi e meno ispirati Velvet Underground ma iniettando nel tessuto musicale le nevrosi proprie degli adolescenti dei primi anni '80. Mentre il punk e la new wave si muovevano in una direzione opposta (e molto più interessante) i REM rinverdirono la tradizione musicale americana aggiornando il prototipo della ballata classica agli umori del loro tempo ma rimanendo saldamente ancorati alle radici storiche e musicali del loro paese. Se la posizione di un artista all'interno della storia di un determinato genere musicale si valuta in relazione a come ne fa progredire il linguaggio, allora l'importanza dei REM all'interno del rock è pressoché nulla: la loro arte si fonda esclusivamente sul recupero, sulla continuazione di un filone che ha per predecessori Patti Smith e, in un certo senso, i Television ma senza avere la loro genialità e la loro capacità di plasmare nuove forme, di innovare pur attingendo dalla tradizione. Nei loro momenti migliori i REM paiono fuori dal tempo, immersi in un suono arcano e atemporale che fonde la trascendenza del raga con l'estetica usa e getta del guitar- pop giovanile, in quelli peggiori sembrano soltanto una versione sbiadita e appena più dinamica dei Byrds. Ciò che li salva e che, in definitiva, giustifica un ascolto d'alcuni loro dischi sta nel fatto che i REM hanno composto alcuni tra i più perfetti (stilisticamente parlando) esempi di ballata rock del nostro tempo. Estranei tanto alle mode quanto ai grandi mutamenti che il rock stava attraversando in quegli anni, i REM sono rimasti fedeli ad una loro idea di canzone, perfezionandola come certosini artigiani e sviscerandone tutte le potenzialità espressive. A parte alcuni episodi più significativi, la loro discografia è priva di capolavori, ma ha il merito di assestarsi su livelli più che dignitosi. Gran parte del loro materiale è qualitativamente mediocre, ma in quasi tutti i loro dischi si trovano alcuni scintillanti manufatti di scrittura tradizionalista, quasi a conferma del fatto che i REM sono sempre stati una band da singoli, non da album. Appurato il fatto che Stipe e compagni non hanno inventato nulla e che, come tali, sono una band irrilevante per la storia del rock, allora si può apprezzare l'inventiva melodica di alcune fra le loro pagine più cristalline, ci si può commuovere di fronte alla ricercata ariosità di certe loro ballate rurali, ci si può meravigliare di come siano riusciti a coniugare un formalismo esasperato con i sentimenti più umili e sinceri.
Poco arditi e geniali per operare rivoluzioni ma troppo intelligenti e coscienziosi per limitarsi ad una banale riproposizione di canzonette melodiche, i REM si sono imposti nel tempo come una delle più solide e durature realtà della musica popolare americana.
Nel 1980 Peter Buck, commesso di un negozio di dischi di Athens e chitarrista autodidatta incontra Michael Stipe, studente d'arte e cantante in erba. Visti i comuni interessi musicali i due decidono di formare una band e assoldano una sezione ritmica collaudata in molti complessi studenteschi locali, formata da Mike Mills e Bill Berry. I REM (che sta per Rapid Eye Movement) iniziano la loro carriera con una serie di concerti nel Nord Caroline, Georgia e Tennessee per poi incidere il loro primo singolo, quella Radio Free Europe intrisa d'arpeggi mistici e voci cantilenanti che diverrà uno dei vertici del loro primo periodo artistico.
Segue a ruota l'ep Chronic Town (1982) che contiene cinque brani esemplificativi del loro stile acerbo ma già interessante: Wolves,Lower è un'intricata ragnatela di chitarre errabonde e batteria scoppiettante sulla voce mormorante di Stipe che si scioglie in un ritornello memorabile, 1.000.000 conserva al suo interno una rabbiosa vena punk, Carnival Of Sorts è una giostra psichedelica grezza e vibrante, mentre Stumble consiste in una mesta litania che si ripete fino allo stordimento. La vera gemma è Gardening At Night, psichedelica e orientaleggiante, dove il canto stupefatto di Stipe (quasi da monaco tibetano) si perde in un vortice calaedoscopico di tintinnii celestiali e visioni enigmatiche. Le liriche sono quanto di più ermetico si sia visto in ambito rock, frutto non tanto del cut up di Borroughs ma di un flusso di coscienza in cui la realtà è trasfigurata e immersa in un sogno indecifrabile.
Murmur (1983) è l'opera più originale dei REM, disco dal fascino arcano e trascendentale, mirabile rilettura del passato attraverso la lente deformante di un'angoscia quasi annichilente, eterna. Le morbide architetture jingle jangle dei Byrds collidono con la straniante voce da muezzin di Stipe e con le atmosfere remote e millenarie del raga indiano, dando luce a canzoni che perdono la loro qualità adolescenziale e paiono trasfigurarsi in austere preghiere buddiste. Pilgrimage alterna vuoti e pieni sfruttando echi vocali e intarsi minimalisti fra basso e chitarra per affrescare una processione sfavillante e dinamica, spruzzata di percussioni etniche e con la batteria che da coesione al tutto con precisione metronometrica. Perfect Circle è costruita attorno ad una classicheggiante melodia di clavicembalo e si dipana soffice e spumosa in un crescendo d'armonie celestiali. We Walk è una marcetta surreale e parodistica nel cui sottofondo si odono, però, misteriose deflagrazioni, mentre Catapult e Moral Kiosk rielaborano country e college rock in odore di psichedelia con variegati intrecci vocali e poderose impennate percussive. Il jingle jangle metafisico di Buck guida due ballate splendide come la solare Laughing e la delicata Talk About The Passion e svisa un po' su tutti i fronti nelle più ritmate 9-9 (quasi un funk stilizzato) e Sitting Still, sublimazione del loro power pop più leggero e armonioso. I mille echi di West Of The Fields coprono di fatalismo un ballabile teso e sincopato, mentre la melodia di Shaking Through è un piccolo bignami del loro gusto compositivo. Il canto mediorientale di Stipe domina i brani e, in definitiva, si dimostra l'elemento più caratterizzante del disco assieme alla chitarra di Buck, una sorta di McGuinn appena più cupo e introverso. I testi si fanno ancor più inintellegibili e densi di un fascino enigmatico ("Parlare linguaggi arcani vale un labbro rotto/Il tuo odio spiccio e distante/La tua fortuna, pellegrinaggio/Sta pur sicuro che non durerà, peggiorerà soltanto/Il tuo odio, una mucca a due teste…" da Pilgrimage). Il tono generale dell'album è assorto e meditabondo, proteso alla contemplazione di un'esistenza che è un rebus cifrato, un lungo sogno/incubo dal quale non si vede emergere alcun segno chiarificatore.
Reckoning (1984) è un lavoro interlocutorio. Il sound si irrobustisce ma perde il fascino trascendente che aveva nel disco d'esordio mentre Stipe guadagna in stile sacrificando, però, i toni mistici e le liriche astratte che, in fin dei conti, avevano reso Murmur un classico.
Si fa più evidente il recupero delle radici musicali di un'America rurale e folclorista (vero e proprio nocciolo di tutta la carriera dei REM) che il gruppo si ostina a saturare di garage rock e addirittura reminiscenze blues. L'emblema di questo procedimento è palese nello scarno ma coinvolgente accompagnamento di (Don't Go Back To) Rockville, nonché nel poderoso ritornello di Pretty Persuasion e, in parte, nell'iniziale Harborcoat, trascinante fanfara sullo stile di Catapult. I momenti migliori sono però la singhiozzante So.Central Rain (altro piccolo capolavoro) e il raga acustico di Time After Time(Annalise) .
Fables Of The Reconstruction (1985) esaspera i toni più cupi di Murmur confezionando una raccolta di brani depressi e lugubri, che attingono dal folk-rock come dall'esistenzialismo new wave (nello spirito più che nella forma). Nonostante il disco sia indubbiamente il più debole dei tre pubblicati finora, alcuni brani mostrano un lirismo apocalittico e allucinato piuttosto inedito per i georgiani: Feeling Gravity's Pull è una ballata epica e psichedelica, in cui il jingle jangle di Buck si fa dark e carico di oscure premonizioni, Old Man Kensey scorre meccanica e rassegnata in una spirale di follia mentre Green Grow The Rushes è la ballata più rurale che i REM hanno composto finora, magicamente sospesa fra fiaba e ricordo. Alcune canzoni sono mediocri (Kohoutek, Wendell Gee), altre semplicemente orribili (You Can't Get There From Here, Life And How To Live It). La filastrocca Driver 8 è uno dei pochi brani dal ritmo sostenuto (e uno dei più riusciti) , quasi tutti gli altri si adagiano su cadenze soporifere, stanche e monotone, senza quella brillantezza che contraddistingue le loro composizioni più efficaci.
Dopo tanta cupezza Life's Rich Pageant (1986) è una boccata d'aria fresca, l'album in cui i REM gettano le fondamenta del loro successo mainstream. Dai brani trasuda una dirompente vitalità, una positività che però sa tanto di conformismo, un energico ottimismo che ben si adatta alla demagogia Raeganiana allora imperante. L'iniziale Begin The Begin rimanda addirittura allo Springsteen più esaltato, la tesa These Days è un esagitato inno alle masse sul tempo di un punk agile e incalzante, per non parlare della promessa di felicità terrena dell'accorata I Believe, musicalmente parlando la meglio costruita delle tre e vivacizzata da una fisarmonica e rintocchi di banjo. Gli intervalli di quinta del basso introducono la commossa ballata Cuyahoga mentre gli arpeggi delicati di Buck ricamano il tema di The Flowers Of Guatemala, una soave melodia che incanta, un giardino paradisiaco di magica bellezza. Il momento più alto del disco è l'ecologica Fall On Me, una delle loro partiture più semplici ed affascinanti, ricca d'ariosi intarsi vocali. La surreale ruralità che da sempre marchia lo stile del gruppo viene a galla nella conclusiva Swan Swan H, una ballata oscura e remota in cui le liriche di Stipe sono sospese fra delirio e raziocinio, ricordo e follia, incubo e veglia. Il disco però non convince appieno: troppi brani sono privi di sostanza (Just A Touch, Hyena, What If We Give It Away, la stessa Begin The Begin) e la spinta populista nuoce alla riuscita complessiva dell'opera poiché sacrifica il lato più impenetrabile e ancestrale della musica dei REM a favore di un impegno politico un po' ipocrita e naïf.
Sulle medesime coordinate si muove Document (1987) che, però, può vantare alcune tra le loro migliori composizioni di sempre. Più compiuto e al tempo stesso maggiormente oscuro ed eclettico, l'album mette in fila brillanti saggi di composizione e brilla di perle quali The One I Love (uno dei loro traguardi formali), ballata metafisica eppure eccezionalmente corporale, dolente e mistica, e il demenziale flusso di coscienza di It's The End Of The World As We Know It (And I Feel Fine), incalzante up-tempo dal ritornello grandioso. In altri momenti il gruppo indugia nella retorica populista vista però sotto una luce grottesca, come ben evidenziato dal trittico iniziale Finest Worksong, Welcome To The Occupation e Exhuming McCarthy (la prima un boato marziale e anthemico, la seconda una ballata desolante e fatalista, l'ultima una parodistica vignetta alla Kinks ma rivestita d'elettricità) . King Of Birds è una marcia che fagocita la fissità del raga e il folclore del country-western in una parata ironica e nostalgica e Oddfellows Local 151 è un ipnotico pastiche di cupa psichedelia, denso di feedback e riverberi. A parte gli immancabili brani-scarto di contorno, Document è il disco più completo e trascinante dei REM dopo Murmur, forte di singoli da capogiro e stranezze mai così compiute.
Dead Letter Office (1987) è una raccolta di rarità e cover che sarebbe stato meglio tenere nascoste. Gli omaggi ai Velvet sono copiosi e così pure i brani di terza mano, sgorbi di canzoni che possono deliziare solo i fans più incalliti. L'unico motivo che giustifica l'acquisto è che nell'edizione in cd è contenuto Chronic Town, il solo modo per trovare oggi quell'ep senza svenarsi.
Green (1988) porta a compimento la mutazione dei REM da band alternativa a fenomeno da classifica. L'orecchiabile Pop Song 89 (riecheggiante i Doors di Hello, I Love You) è un ponte fra passato e futuro, pregna dei classici arpeggi byrdsiani e di tutti i trucchi melodici che segneranno la carriera della band di Athens. Praticamente una brutta copia di Document, il disco segue le stesse coordinate: canzoni di protesta (World Leader Pretend suona un po' logora, meglio il passo più incalzante di Orange Crush) e sciatte filastrocche melodiche (Get Up e Stand) che annullano il fatalismo del disco precedente. L'accento è posto sulle ballate acustiche, che in Green sono addirittura tre: You Are The Everything è una serenata bucolica e passionale con tanto di banjo e fisarmonica, Hairshirt un'elegia che ispira raccoglimento e commozione, Wrong Child (probabilmente la gemma dell'album) è una litania intrisa di disperazione guidata da due voci asincrone . La chiusura è affidata alla tenebrosa I Remember California, altro riuscito campionario di canto muezzin e chitarrismi allucinati.
La volontà di emanciparsi dal ristretto circuito underground e di aspirare alle vette del pop più classico incrina il fragile equilibrio su cui si basavano gli ultimi due dischi e sfocia nell'album più insignificante che i REM abbiano pubblicato fino a quel momento.
Out Of Time (1991) merita di essere ricordato solamente perché contiene il pezzo pregiato Losing My Religion, al tempo stesso apice del loro pessimismo cosmico e singolo sbancatutto che consacra i REM star internazionali. Avendo capito di non riuscire a gestire la lunghezza di un intero album Stipe e soci affinano la scrittura dei singoli: come in Green e Document, è nei brani da airplay che i REM danno il loro meglio e sembra addirittura che per due anni non abbiano fatto altro che lavorare a due o tre canzoni, giacché il resto del disco è anonimo e sciatto. Episodi come Low, Me In Honey, Belong, Near Wild Heaven, Endgame celano, sotto arrangiamenti mai così maestosi e ridondanti (riecheggianti i tardi Beach Boys), un'inconsistenza sconcertante. Solo due (oltre la già citata Losing My Religion) i brani da salvare: l'allegro sostenuto di Shiny Happy People e la ballata finalmente vibrante e poetica Country Feedback, storpiata da lunghe torture chitarristiche e arricchita da una performance vocale da brivido. In ogni modo, a parte questi pochi momenti d'interesse, Out Of Time è un completo fallimento dal punto di vista artistico ma un enorme successo dal punto di vista commerciale.
Automatic For The People (1992) è il disco più omogeneo e depresso che i REM abbiano mai pubblicato, stranamente anche il disco più venduto di tutta la loro carriera. Immersi in un clima cupo e moribondo, Stipe e soci confezionano una serie di ballate che sono altrettante riflessioni sulla mortalità e sull'inesorabile scorrere del tempo, infarcite di partiture orchestrali e arrangiamenti barocchi. Pur non lambendo vertici d'eccellenza, molti episodi sono riusciti (specie se paragonati alla pochezza del disco precedente): va a segno Drive, litania sconsolata e fatalista con una delle più elementari ed efficaci figure di chitarra del loro intero repertorio, così come le ormai celebri Everybody Hurts (un soul depresso che s'innalza in un canto quasi universale), Man On The Moon (che scorre dondolando su tappeti armonici dal vago sapore country) e Nightswimming (sorta di sonata per pianoforte ed orchestra con Stipe che rimembra la giovinezza perduta). Deliziato da sontuosi interventi classicheggianti anche se un po' di maniera (Try Not To Breathe, la massa funebre di Sweetness Follows) e accorate melodie mai così statiche e riflessive (la sussurrata Star Me Kitten o il canto esistenziale di Find The River) Automatic For The People riesce a far dimenticare i soliti brani "minori" (per usare un eufemismo) o gli strumentali inutili ed inconsistenti, ponendosi come un'opera fascinosa, anche se il tono salottiero e gli arrangiamenti lambiccati a tratti la fanno sembrare il sofisticato breviario di rockstar snob ed annoiate.
Con Monster (1994), improvvisamente i REM si risvegliano dal torpore in cui erano precipitati e danno alle stampe quello che può essere considerato l'album migliore che la band sia riuscita a realizzare negli anni '90. Il disco vibra di un suono grezzo e sporco, lontano anni luce dalle levigate partiture delle opere precedenti, ponendosi forse come l'opera più fisica e sanguigna che i REM abbiano mai concepito. Mai così decadenti come nella grezza Crush With Eyeliner, mai così irruenti come nella Stoogesiana I Took Your Name e raramente ispirati come nell'anthem What's The Frequency, Kenneth? ,il gruppo abbandona la placida autocommiserazione e la pace dei sensi di Automatic For The People per immergersi in un turbine di rabbia e disillusione mai così amare. Convince soprattutto la volontà di riappropriarsi dell'immediatezza che ha da sempre caratterizzato le pagine migliori del loro repertorio (vedi l'onirica danza pellerossa di I Don't Sleep, I Dream) e la volontà di esplorare le zone più rumorose e nevrotiche del loro sound (come testimonia la programmatica Star 69). Le pedisseque imitazioni di alcuni loro successi (Strange Currencies o Bang And Blame) non offuscano nemmeno i momenti meno convenzionali del disco quali l'incrocio fra organo da spiaggia e cantato alla Marvin Gaye di Tongue o le conclusive (entrambe ispirate ai Velvet più cupi e sperimentali) Let Me In (ballata per feedback, distorsioni chitarristiche, organo ecclesiastico e canto solenne di Stipe, forse il loro momento più raccolto di sempre) e il raga apocalittico di You (litania ipnotica, nastri che girano al contrario, tamburi tribali e refrain mefistofelico).
Dopo quest'inaspettato colpo di coda dispiace dover costatare come il successivo New Adventures In Hi-fi (1996), composto da brani registrati durante i concerti o i soundcheck del tour di Monster, sia un album mediocre e confuso, quasi una raccolta di scarti. Provando a riassumere un po' tutte le anime del loro sound, i REM falliscono proprio perché mostrano inesorabilmente i loro limiti come compositori e arrangiatori. La varietà quasi enciclopedica del disco (richiami di rock'n'roll, blues, folk, hard rock e altri ancora) ricorda addirittura l'album bianco dei Beatles (il che è tutto un dire) e proprio come la "band-fantoccio" di Liverpool i REM s'imbarcano in un'operazione che manca di profondità e coesione, tentando di supplire con la varietà stilistica ad un'evidente carenza d'ispirazione. Nei 14 brani qui proposti i REM fanno un po' la parodia di se stessi (la ballata New Test Leper, il jingle jangle di Bittersweet Me, la tenera ed indifesa Be Mine, che mostra però una delle melodie più toccanti dell'opera) e soprattutto del suono di Monster (Wake Up Bomb suona stereotipata, So Fast So Numb è banalotta, Electrolite è in pratica Tongue ma senza la voce in falsetto, l'organetto e le percussioni, in altre parole senza tutto quel che la rendeva ascoltabile). A tratti il gruppo sembra ritrovare il filo del discorso nella rumorosa Undertow, la dolente Leave e, soprattutto, nei rintocchi pianistici alla Monk di How The West Was Won And Where It Got Us e nella vibrante ballata E-bow The Letter, ma si tratta in ogni modo di composizioni appena dignitose, che certo su Document o Life's Rich Pageant sarebbero stati brani minori. In conclusione, se con questo disco i REM volevano effettuare una ricapitolazione per sottogeneri della musica popolare allora gli esiti sono davvero modesti, giacché manca la profondità e lo sguardo intellettuale del Frank Zappa di Freak Out o dei Residents di The Commercial Album (i REM sono troppo "dentro" la musica rock per poterne disquisire da un punto di vista critico); se, invece, la band di Athens è immune da pretese filologiche allora New Adventures In Hi fi è semplicemente un disco anonimo, privo di sostanza: in entrambi i casi il risultato è un po' penoso.
Dopo l'uscita dal gruppo di Bill Berry (già provato dai postumi di un aneurisma cerebrale manifestatosi nel '95 durante lo sfortunato tour di Monster e incapace di reggere i ritmi della vita da star) i REM si trovano privati della spinta ritmica che da sempre costituiva un elemento portante del loro sound, ma decidono di non rimpiazzare il batterista per sperimentare ritmi elettronici e nuove soluzioni sonore.
Up (1998) è il manifesto programmatico del nuovo corso che i REM si trovano ad intraprendere dopo quindici anni di carriera e svariati milioni di dischi venduti. Salutato da più di un critico come il loro disco "sperimentale", in realtà Up non fa altro che ricoprire d'arrangiamenti stratificati e tendenzialmente elettronici alcune fra le canzonette melodiche più futili mai scritte dal gruppo. At My Most Beautiful e Parakeet sono due imitazioni calligrafiche dei Beach Boys di Pet Sounds; Suspicion eYou're In The Air sembrano due outtakes di Out Of Time; Hope è la copia di Suzanne di Leonard Cohen con qualche artificio elettronico in più; Airportman mescola l'ambient di Eno con una melodia vocale quasi sussurrata e finisce per essere l'episodio più originale dell'album; The Apologist ha una melodia non scontata ma un arrangiamento che a confronto i Blur di Parklife sembrano i nuovi Velvet Underground. I momenti migliori sono proprio quelli più marcatamente tradizionali come la malinconica Daysleeper, la ballata epica Sad Professor e quel piccolo gioiello di country-folk con tanto di slide disperata che è Diminished. Il problema di Up è che, infarcendo i brani di ogni diavoleria sonora (con l'elettronica usata in modo risibile, quasi infantile) si perde il calore, l'anima, l'atmosfera esistenziale che è intrinseca nelle canzoni di Stipe e soci. La componente emotiva in Up viene completamente sacrificata a favore di un'artificiosità che è del tutto fuori luogo nei REM e le melodie (spesso banali, questo va detto) certo non ne beneficiano. Ciò che salvava i REM erano la sincerità e l'immediatezza, ma qui si smarriscono entrambe. La musica migliore della band veniva dal cuore, non dal cervello: in Up non c'è pathos, né emozione, è tutto uno sterile esercizio di stile che non può più nemmeno beneficiare del sentimentalismo che impregnava da capo a piedi Automatic For The People (il quale, in questo senso, è un disco ben più riuscito).
Con Reveal (2001) i REM si sono definitivamente trasformati in una versione appena più aggiornata dei Beach Boys, intenti a disperdere intuizioni anche brillanti (I've Been High, Summer Turns To High, Saturn Return) in un mare di (apparenti) complessità in fatto d'arrangiamenti, quanto mai inutili e dannosi (non mi stancherò mai di ripeterlo) per la musica del gruppo. Fra canzonette che paiono uscire direttamente da Pet Sounds (Beat A Drum, Beachball) e melodie tanto magniloquenti quanto innocue (She Just Want To Be, I'll Take The Rain) i REM oggi sono una banale pop band di successo che si accontenta di vivere di rendita.
Nient'altro, davvero.
  di Matteo Losi
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