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biografia, articolo, intervista, speciale, monografia |
discografia:
Tweez (1989) voto 8/10
Spiderland (1991) voto 9/10 |
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| SLINT |
Gli Slint sono stati uno dei gruppi
più influenti di ogni tempo. La portata delle
innovazioni che introdussero, a cavallo fra anni '80
e '90, alla musica moderna furono tali da stravolgere
la stessa concezione di musica rock ed imporli come
i padri fondatori di quella vasta e complessa corrente
artistica denominata post-rock. Partendo da un substrato
hardcore, gli Slint creano una musica mai udita prima,
che fa tabula rasa di qualsiasi codice stilistico
del rock azzerandone la portata emotiva. Le loro composizioni
sono glaciali flussi sonori in cui a tratti affiorano
tracce di psichedelia dilatata, le folli geometrie
della scuola di Canterbury, le modulazioni sonore
del krautrock, la pesantezza dell'hardcore, le fratture
ritmiche del jazz più avanzato e le architetture
cerebrali dell'avanguardia di Stochkausen, ma ogni
fonte perde la propria identità e viene come
inghiottita in una sorta di nebulosa informe che annulla
ogni linguaggio e restituisce brandelli di suono.
La strumentazione è quella classica del rock
ma il sound ha poco in comune col genere in questione:
anemica, ovattata, eppure disturbata e fragorosa,
la musica degli Slint è tutta giocata su un
prodigioso senso delle dinamiche (che pochissimi altri
gruppi possono vantare), sul misterioso alternarsi
di delicati arpeggi minimalisti e convulsi spasmi
sonici, su di un'incessante ricerca timbrica, sulle
geometrie emozionali di partiture complesse e meditabonde,
sulla drammaturgia di una voce apatica che raramente
canta e più spesso di perde in narrazioni inquietanti.
I brani seguono percorsi contrassegnati da una rigorosa
logica costruttiva eppure rifuggono dal raziocinio
che apparterrà ai Tortoise. Gli Slint, infatti,
non eliminano del tutto la componente emotiva, ma
la organizzano in strutture asettiche, algide, prive
di passione: la voce recita in tono neutro monologhi
sconvolgenti per poi azzardare un canto sommesso e
fragile da moribondo oppure urla tanto distanti da
risuonare opache e artificiali, mentre le chitarre
disegnano percorsi tortuosi fatti di contrappunti
dissonanti o invenzioni melodiche atipiche.
Formati da Brian McMahan (voce e chitarra, una delle
personalità più importanti del rock
alternativo a stelle strisce), David Pajo (chitarra),
Britt Walford (batteria) ed Ethan Buckler (basso),
gli Slint debuttano con il monumentale "Tweez"
(registrato nel 1987 sotto la supervisione di Steve
Albini ma pubblicato solo nell'89) , uno degli album
più importanti dell'epoca, impressionante caleidoscopio
di idee e suoni rivoluzionari. Sono in tutto nove
brani, ciascuno dedicato ad un genitore dei quattro
musicisti più uno al cane del batterista, ma
si fatica a trovare una qualche connessione tra i
titoli e l'astrattezza della musica in questione.
Le ritmiche sono sempre in primo piano, pesanti e
inventive (spesso in controtempo) mentre le chitarre
inveiscono nervosamente e rumorosamente, creando figure
inedite e bizzarre. I brani mutano continuamente pelle,
diramandosi in un numero sconsiderato di miniature
musicali a volte stranianti, altre volte grottesche,
ma sempre geniali; come se non bastasse, un substrato
di rumori, frammenti di conversazione ed effetti sonori
vari impregna i solchi, aumentando la sensazione di
schizofrenia del sound d'insieme. Ron mescola una
ritmica jazz all'impeto devastante di chitarre ipersature,
aggiungendo poi frequenze distorte, rumori "trovati"
e i monologhi allucinati di McMahan. Kent è
un blues cubista e destrutturato che prima divaga
in una buffissima marcetta alla Gong poi sfocia in
un martellamento angosciante di basso e batteria,
contrappuntato da una chitarra scheletrica; il finale
è una lunga variazione sul primo tema in cui
Pajo ha modo di elargire alcuni fra i suoi fraseggi
più contorti e creativi. Lo strumentale Rhoda
è una fuga per fratture percussive e feedback
onirici che si dipanano sulle cadenze monolitiche
tipiche dei Big Black. Il liquido arpeggio di Darlene
è imprigionato nelle metriche mutanti di una
ritmica che abbaglia per inventiva e precisione: i
delicati intarsi melodici che s'intrecciano senza
soluzione di continuità fanno del brano uno
dei momenti più sereni dell'opera, laddoveWarren
( impetuosa cavalcata hardcore) , Carol ( nevrotico
campionario di rumori industriali, grattugiate di
chitarra distorta, urla schizoidi e affollati cambi
di ritmo) e Charlotte ( sorta di mini suite in cui
l'attacco frontale del punk viene riletto secondo
le glaciali strutture progressive dei Van Der Graaf
Generator ) ne mostrano, invece, il lato più
oscuro e deflagrante. Ciò che lascia esterrefatti
è la moltitudine di elementi sonori che vengono
amalgamati per costruire una materia musicale nuova
e completamente fuori da ogni genere: Nan Ding esordisce
con misteriosi rintocchi di chitarra per poi lanciarsi
in progressioni improvvise, scarti di velocità,
un incredibile refrain circolare (che sorprendentemente
nasconde una melodia popolare celtica), frammenti
di risate e stacchetti pseudo-demenziali; Pat è
un folle susseguirsi di sezioni asimmetriche (inframmezzate
da dialoghi abulici) in cui vengono sventrati jazz,
blues, country e rockabilly attraverso riff impossibili
e vertiginosi cambi di melodia e di ritmo eseguiti
con precisione chirurgica. Pur nelle sue diramazioni
più contorte e disparate, il sound è
profondamente compatto e unitario, brulicante di novità
e ricercatezza. La batteria di Walford è fra
le più creative ed ingegnose del periodo, memore
tanto delle bizzarrie di Robert Wyatt (ai tempi dei
Soft Machine) che della furiosa carica dell'hardcore
più viscerale, il basso di Buckler è
intelligente ed inventivo, per non parlare delle mille
soluzioni sonore che promanano dalle chitarre di Pajo
e McMahan, due musicisti di straordinario talento
e sensibilità. "Spiderland"
(1991) , uno dei più grandi capolavori della
musica rock, è la naturale evoluzione del suono
Slint verso territori ancor più austeri e trascendentali.
La frammentarietà del disco precedente viene
in parte mitigata a favore di un approccio più
meditato alla composizione, tanto che in alcuni momenti
pare che lo stato di catalessi emotiva in cui giace
la materia sonora acquisti una qualità trascendente,
quasi mistica, nella quale l'atmosfera si fa rarefatta
e incorporea e il flusso musicale si astrae dallo
spazio e dal tempo per immergersi in un ambiente puramente
mentale (un procedimento che inconsapevolmente riporta
all'acid-rock di fine '60 ma se ne differenzia sia
per la forma sia per le premesse ideologiche e poetiche).
I sei lunghi brani dell'opera sono altrettanti oracoli
che parlano un linguaggio sconosciuto fatto di sovrannaturali
distese d'arpeggi, voci bisbiglianti, melodie spettrali
e dissonanti, tempi irregolari, fraseggi oscuri e
collassi ritmici improvvisi. I musicisti paiono suonare
con lo sguardo fisso nel vuoto in un clima di desolato
fatalismo, mentre le performance sono rese tanto più
algide dal tono cerebrale e distante con cui gli Slint
comunicano all'ascoltatore. Il canto/parlato di McMahan
si è evoluto da un'accozzaglia di frasi sconnesse
a vere e proprie narrazioni drammatiche, che si dipanano
lungo le superfici riflettenti di flussi sonori sospesi
in una dimensione ultraterrena. Breadcrumb Trail apre
l'opera con armonie intricate e zigzaganti che s'intrecciano
col monologo distaccato di McMahan in un soffuso balletto
d'ombre, cui un'improvvisa scarica d'elettricità
imprime un andamento pachidermico e zoppicante, esasperandone
le tinte catastrofiche e le irregolarità metriche.
La stupefacente Don Aman indulge in accordi di chitarra
rallentati all'inverosimile e ripetuti meccanicamente
fino alla disintegrazione della serie utilizzata in
un impetuoso vortice di distorsioni e sussurri onirici.
L'effetto complessivo è quello di una trance
ipnotica non lontano dal minimalismo di La Monte Young,
anche se il materiale di partenza si dimostra più
affine a certo blues arcaico (comunque reso irriconoscibile
da menomazioni armoniche e ritmiche).Washer è
un'ode al silenzio, una preghiera sconsolata, il lungo
e dolente pianto d'addio di un moribondo che si riaddormenta
per l'ultima volta. Impostato su di una commossa litania
che si ripete all'infinito fra arpeggi celestiali
(peraltro basati su due soli accordi) e stanchi battiti
di batteria, il brano scorre al ralenti in una magica
suspance metafisica, appena movimentata dalle tenui
variazioni armoniche di Pajo e da McMahan (stavolta
canta) che intona una cantilena infantile sussurrata
con la voce rotta dalla commozione. Con questo capolavoro
gli Slint hanno in pratica inventato lo slowcore,
sottogenere di pseudo-ballata dalle cadenze narcolettiche
che i Codeine dilateranno fino all'esasperazione e
che i Low perfezioneranno in un formato più
accessibile. Lo strumentale
For Dinner è
uno dei momenti in cui l'ensemble raggiunge il massimo
grado di concentrazione e di rarefazione sonora. La
composizione è tutta in pianissimo, gli strumenti
sono solo sfiorati, i tamburi accarezzati come da
una MaureenTucker in dormiveglia. L'armonia è
un lento susseguirsi di accordi (alternando tonalità
maggiori e minori) che si dipana fra crescendo impercettibili
e calibrate modulazioni timbriche fino a quell'improvviso
e dinamico slancio che, pur nella sua esilità,
qui ha l'effetto di un sisma e costituisce il climax
emotivo della composizione. Sembra anzi che l'intero
brano non sia altro che una preparazione per quell'unico,
brevissimo evento sonoro, che abbia senso solo se
rapportato ad esso, che esista solo in funzione di
quel fuggevole momento di vita destinato comunque
a spegnersi nel silenzio. L'epilettica Nosferatu Man
è, invece, una tetra danza di spettri dalla
cadenza singhiozzante, pregna di riff disorientanti
che si rimettono continuamente in discussione fra
contrazioni e dilatazioni armoniche, rasoiate chitarristiche
e gli spasmi nervosi di una voce cupa come non mai.
Il compito di chiudere il disco spetta a Good Morning
,Captain , in cui confluiscono tutte le tipologie
di scrittura incontrate finora e congegnato come una
imponente pièce drammatica in cui la recitazione
di McMahan raggiunge il climax dell'angoscia in un
clima da tragedia wagneriana: scampanellii di chitarra,
distorsioni al fulmicotone, ritmiche assonnate ma
penetranti, evoluzioni sconvolgenti, tutto l'armamentario
sonoro degli Slint è utilizzato qui per sottolineare
i punti salienti della narrazione e conferire al testo
un adeguato supporto scenografico.
Complessivamente, "Spiderland" mostra
un suono che non ha eguali nel panorama rock dei primi
anni '90 e che si dimostra incredibilmente originale
e innovativo: gli Slint creano musica che mantiene
le nevrosi esistenziali del rock ma le imprime in
una forma che del rock non conserva che la strumentazione,
senza ricorrere a forme abusate o stereotipate. Il
loro scopo (neanche troppo celato) è proprio
quello di superare il rock attraverso il suo svuotamento,
il suo annientamento.
Dopo soli due album il gruppo si scioglie, vittima
dell'instabilità e di altri dissidi interni;
i suoi componenti, però, non rimangono inattivi
ma danno vita a nuove formazioni o si prodigano in
collaborazioni estemporanee. Buckler forma i King
Kong, Walford entra nei Breeders e Pajo presta la
sua sei corde nel capolavoro dei Tortoise "Millions
Now Living Will Never Die". McMahan invece
rimane inattivo per diverso tempo prima di formare
i For Carnation, straordinario esperimento di post-rock
elettroacustico dalle trame complesse ed evanescenti:
"Marshmallows" (1996) è il
loro pezzo più pregiato, che dimostra ancora
una volta, come se ce ne fosse bisogno, che McMahan
è uno dei più grandi talenti musicali
del nostro tempo. |
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