Syd Barrett è l'artista che
ha cambiato per sempre il volto della psichedelia
inglese di fine '60 e ha ridefinito il concetto
di cantautore per le future generazioni di singer-songwriters.
Figura geniale ed irrequieta, Barrett ha impresso
come pochi altri il proprio marchio sulla musica
rock dell'epoca: con i Pink Floyd ha inventato,
in pratica, lo space-rock (esemplificative sono,
in questo senso, Astronomy Domine e la lunga suite
intergalattica Intertellar Overdrive, la vera bibbia
da cui attingeranno tutte le band tedesche dei primi
'70) mentre, come solista, ha creato uno stile unico
e surreale di canzone in cui confluiscono l'amore
per le fiabe, le nursery rhymes, il surrealismo
di Dalì e l'acido lisergico. Purtroppo, sarà
proprio l'abuso di stupefacenti (unito ad una congenita
fragilità psichica) che condurrà il
giovane Barrett al progressivo estraniamento dal
proprio ruolo di musicista, da se stesso e, infine,
dal mondo reale, consegnandolo al silenzio dopo
soli due album solisti (registrati peraltro con
gravi difficoltà).
Nella loro poetica frammentaria e nella loro congenita
incompiutezza, The Madcap Laughs
e Barrett sono opere fondamentali
per tutto lo sviluppo del folk psichedelico (si
pensi solo all'influenza che hanno esercitato su
artisti come Julian Cope, Robin Hitchcock, Paul
Roland, Daniel Johnston): con le loro melodie anemiche,
le liriche impenetrabili e la voce apatica, le ballate
di Barrett trasmettono un senso d'angoscia e di
solitudine che va al di là del semplice viaggio
allucinogeno per sfociare nella paranoia, nell'isolamento,
nella pazzia. Musicalmente, le composizioni di Barrett
tendono alla sintesi, alla semplificazione delle
costruzioni armoniche, a procedere per singole immagini
dotate di profonda evocatività.
Dotato di un abbagliante talento compositivo e di
una naturale predisposizione all'infantilismo melodico,
Barrett dipinge eccentrici quadretti musicali intrisi
di fiaba e sogno, desolazione e inquietudine, nostalgia
e terrore.
Nei loro tratti più criptici e visionari,
quei brani segnano il progressivo disfacimento di
una mente che, intrappolata in un costante flusso
allucinatorio, cerca disperatamente di aggrapparsi
ad ogni segno razionale (le parole, gli stili codificati)
per poter conservare un briciolo di sanità
e di autocontrollo.
Roger Keith Barrett (per oscuri motivi soprannominato
Syd) era il genio folle dei primissimi Pink Floyd
(quelli di The Piper At The Gates Of Dawn, per intenderci),
l'inventore di nuove trovate sonore e l'assiduo
sperimentatore di allucinogeni che sconvolse la
musica britannica della seconda metà dei
'60 con le sue visioni cosmiche e fiabesche, a metà
fra il delirio schizofrenico e le novelle ottocentesche.
Già alla metà del '67, però,
Barrett iniziò a dare seri segni di squilibrio
mentale: era preda di violente crisi isteriche,
ai concerti si limitava a suonare lo stesso accordo
all'infinito, in studio cambiava continuamente la
forma dei brani, vanificando ogni tentativo di lavoro
comune. Il resto del gruppo tardò nel rendersi
conto che quei comportamenti (Barrett arrivò
persino a mollare la band nel bel mezzo delle registrazioni
per rifugiarsi a Cambridge dalla madre, causando
alla casa discografica la perdita di ben quattromila
sterline) erano qualcosa di più di semplici
bizzarrie da rockstar, ma vere e proprie manifestazioni
di uno stato patologico prossimo all'autismo dal
quale l'artista non si sarebbe mai più ripreso.
Nel 1968 il chitarrista David Gilmour (suo amico
d'infanzia che suonava blues-rock in Francia con
i Jokers Wild) venne chiamato a sostituirlo e Barrett,
che in quel periodo viveva insieme ad una coppia
di hippies che lo imbottiva di LSD, iniziò
la propria carriera solista sotto la protezione
di Peter Jenner (il manager che scoprì gli
stessi Pink Floyd).
Le registrazioni per l'album di debutto si concentrarono
in tre distinte sessions: la prima iniziò
il 13 maggio del 1968 sotto la supervisione di Jenner
e durò un paio di mesi, fra ogni sorta di
complicazione e difficoltà, tanto che lo
stesso Jenner dovette mollare tutto ed arrendersi
di fronte ad un artista tormentato e problematico,
assolutamente instabile; la seconda session prese
il via il 10 aprile 1969 con il produttore Malcom
Jones, il quale convocò una serie di musicisti
per accompagnare Barrett nelle sue scarne peregrinazioni
(fra i tanti è opportuno menzionare Robert
Wyatt e Mike Ratledge dei Soft Machine, che suoneranno
su Love You, No Good Trying e una versione di Octopus
che resterà inedita per molti anni); anche
quelle registrazioni furono talmente faticose e
stressanti che Jones chiese ai due ex compagni Waters
e Gilmour di subentrare in cabina di regia per un'ultima
frenetica session datata 26 luglio 1969, in cui
Barrett registrò in un solo pomeriggio ben
sei canzoni acustiche che costituiranno l'intera
seconda facciata dell'album.
The Madcap Laughs (1970) vive di
canzoni soporifere e claustrofobiche fatte di incastri
armonici elementari, repentini spostamenti d'accenti
e d'umore, continui cambi di chiave, frastornanti
digressioni letteriarie. Sono brani atipici ed inconcludenti,
che cercano in ogni modo di assumere una vita propria
e svincolarsi dalla forma cantautorale.
Risulta evidente, peraltro, come l'incompiutezza
sia uno dei caratteri primari del genio barrettiano:
Barrett stesso sembra dissolvere la propria musica
in un procedimento di perenni alterazioni e ripensamenti
(così come traspare dalle out-takes dell'album,
venute a galla nel box antologico Shine On You Crazy
Diamond), fascinosamente incapace di dominare la
materia e, anzi, quasi subendone il controllo. La
sonnecchiante Terrapin apre l'album in tono gentile
e fantasioso, fra un arpeggio vagamente blues e
i soffici contrappunti della solista, ma subito
dopo Barrett inanella una serie di incubi surreali
e minacciosi come l'asimmetrica No Good Trying,
la rumorosa No Man's Land e soprattutto la filastrocca
paranoica di quel capolavoro dell'assurdo che è
Octopus, uno dei brani più complessi e multiformi
dell'opera.
La felice ispirazione di Barrett è in evidenza
anche nel vaudeville umoristico di Love You, nella
burrascosa serenata cantata a squarciagola di Dark
Globe e nel rag time farsesco di Here I Go, tutti
esempi della sua spontanea semplicità (un
dono riservato solo ai grandi cantautori) e del
suo bizzarro talento naif. La seconda facciata dell'album
è un insieme di frammenti pseudo folk che
Barrett esegue nella solitudine più assoluta,
carogne sonore fatte di arpeggi scheletrici ed irrisolti,
melodie continuamente contraddette e canti monocordi
che sembrano provenire da una cella di manicomio:
She Took A Long Cold Look, Feel e If It's In You
sembrano tragici resoconti di un progressivo decadimento
psichico, pallidi schizzi delle sensazioni che albergano
nella mente intorpidita di uno schizofrenico sotto
sedativi. Più pregnanti sono, invece, il
finale sognante dell'impalpabile Late Night (con
tanto di steel hawaiana e una slide penetrante)
e la magica cantata su testo di Joyce Golden Hair,
una cantilena misteriosa scandita dall'acustica
e dai pochi rintocchi di marimba.
Pur non ottenendo un successo straripante, il disco
confermò comunque Barrett come artista dotato
di un suo seguito e, perciò, la EMI non si
oppose all'idea di Barrett (ormai costantemente
coadiuvato da Gilmour) di registrare subito un nuovo
album. Le sessions si protrassero per sei tormentati
mesi e diedero alla luce il capolavoro per eccellenza
dell'artista (e suo canto del cigno).
Su Barrett (novembre 1970) l'attitudine
fuori dalle righe del musicista trova uno sbocco
più maturo e musicale in una serie di composizioni
più corpose e maggiormente curate sotto l'aspetto
strumentale (merito dell'organo di Richard Wright
e dell'aiuto di David Gilmour, che produrrà
l'album e vi suonerà un pò di tutto).
Qui si trovano i momenti più alti e sublimi
dell'arte barrettiana: la splendida desolazione
di Baby Lemonade, il misterioso enigma concettuale
di Dominoes, la grazia assoluta della serenata Love
Song (con alcuni incantevoli passaggi di celesta),
il boogie ritmato della frizzante Gigolo Aunt. Altrove
si registra un incupimento dei toni (il blues tribale
di Rats, le evoluzioni drammatiche di Wolfpack),
anche se alla fine il mood dominante è la
malinconia (la dolcissima Wined And Dined, l'elogio
della pazzia di Waving My Arms In The Air), facendo
emergere la componente vaudeville soltanto nella
filastrocca conclusiva Effervescing Elephant.
In generale, le composizioni sembrano trarre beneficio
dagli arrangiamenti più composti e, soprattutto,
dall'accompagnamento dimesso, discreto e mai invadente
dell'organo di Wright, grande ed umile poeta del
suono. Paradossalmente, è proprio quando
gli arrangiamenti acquistano un minimo di normalità
che la musica di Barrett si mostra in tutta la sua
inquietante ambiguità: innocenza e pazzia,
incubo e veglia, bellezza e mostruosità si
confondono e diventano facce della stessa medaglia
("What is exactly a dream and what is exactly
a joke?" cantava Barrett in Jugband Blues,
la sua ultima canzone scritta per i Pink Floyd).
I suoi testi, poi, sono la quintessenza dell'ermetismo
e della frammentarietà: fra narrazioni interrotte
bruscamente, massime filosofiche, dissociazioni
verbali alla Bourroughs e nonsense assurdi, le liriche
appaiono il frutto più evidente dello stato
confusionale di Barrett, del suo disperato tentativo
di comunicare (per segni incomprensibili) la propria
impotenza di fronte a qualcosa di terribile che
gli sta accadendo.
Dopo l'uscita del disco (che vendette molto meno
del suo predecessore) Barrett diradò ulteriormente
le sue apparizioni pubbliche, si ritirò a
Cambridge da sua madre e, poco a poco, si estraniò
completamente dalla musica e dal mondo. Negli anni
seguenti (a parte una fugace intrusione negli studi
dove i Pink Floyd stavano registrando Wish You Were
Here nel '75) le sue uniche frequentazioni dello
showbiz si ridussero a visite periodiche negli uffici
della EMI per riscuotere i suoi diritti d'autore.
Nel frattempo, però, il mondo sembrava accorgersi
del suo genio (oltre ai numerosi tributi da parte
di diversi artisti, verrà fondato anche un
fan club a suo nome) ma alle richieste di molti
gruppi punk (fra i quali anche i Sex Pistols) che
lo avrebbero voluto come produttore, Barrett (vistosamente
ingrassato e con la testa completamente rasata)
non fece altro che opporre un silenzio straniante.
Opel (1988) è una raccolta
di inediti e rarità che riconferma l'immensa
statura dell'artista: accanto a scarti involuti
come Let's Split o Birdie Hop o ad interessanti
strumentali (Lunky), giganteggia l'immensa ballata
Opel (un salmo epico per sola voce e chitarra, il
supremo anelito d'infinito di un naufrago perso
fra le onde del delirio che si sfalda in una coda
lunghissima, con la voce che sale disperata in un
ultimo e fragile commiato), il testamento artistico
e spirituale di uno dei musicisti più originali
ed influenti che la musica rock abbia mai avuto.
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