discografia, biografia, articolo, intervista, speciale, monografia
discografia:

Tim Buckley (1966)
voto 5/10

Goodbye And Hello (1967)
voto 7/10

Happy Sad (1968)
voto 8/10

Blue Afternoon (1969)
voto 7.5/10

Lorca (1970)
voto 9/10

Starsailor (1970)
voto 8.5/10

Greetings From L . A . (1972)
voto 5/10

Sefronia (1973)
voto 4,5/10

Look At The Fool (1974)
voto 4/10









































































































 
TIM BUCKLEY
Straordinaria e atipica figura d'artista, Tim Buckley occupa un posto di rilievo fra i musicisti più geniali del ventesimo secolo. Protagonista di una parabola artistica all'insegna dell'incomprensione generale e di una dolorosa solitudine creativa (in vita sarà persino ignorato da tutta la critica specializzata) , Buckley vanta in realtà un corpus musicale che per intensità sfiora empirei degni dei maestri classici e jazz, nonché una voce che si pone come una delle più grandi conquiste dell'intera storia della musica. Buckley elabora un vocabolario canoro praticamente illimitato che costituisce lo strumento principe di tutta la sua arte, il mezzo attraverso il quale sondare gli abissi infiniti della propria psiche e riportare alla luce emozioni sepolte, paure apparentemente rimosse, segreti strazianti e sottili paranoie, il tutto attenendosi ad un procedimento rigoroso che è l'equivalente in musica dell'ipnosi. Complementare a questa ricerca in campo vocale è l'altrettanto significativo studio che Buckley compie sul versante dell'arrangiamento e della strumentazione. L'organico ristretto con cui registrò i suoi capolavori rappresenta, infatti, uno dei più compiuti esperimenti cameristici mai tentati in ambito rock, il luogo raccolto ed intimo che Buckley concepì per ambientarvi il proprio dramma esistenziale. Sfruttando appieno le possibilità espressive del proprio ensemble, Buckley perviene ad un'impressionante sintesi di elementi folk, jazz, psichedelici, rhythm'n'blues, classici e d'avanguardia, coagulati in uno stile unico e personalissimo. Definirlo un cantautore non solo è limitante ma anche fuorviante: Buckley mostra pochissimo interesse per i testi (in questo fu il primo a discostarsi dal modello di Bob Dylan) , tutta la sua attenzione è focalizzata sulla tessitura musicale, sulla creazione di un'atmosfera, sull'abbozzare con poche e sapienti sfumature ambientazioni ricchissime di pathos e straordinariamente compiute. Spesso questo procedimento portava alla destrutturazione della forma canzone così com'era stata intesa sino a quel momento. Nelle opere della maturità Buckley abbandona i sentieri conosciuti della canzone d'autore per dar vita a composizioni eteree, dilatate, in cui sono il melisma vocale e il flusso strumentale a dettare i tempi di vere e proprie esplorazioni cosmiche, oppure ad imbastire selvagge danze primitive dove il canto si contorce su se stesso in preda ai più demoniaci raptus erotici. L'elemento comune di questi brani è il senso di disorientamento e di solitudine assoluta che promana dalla voce, uno strumento miracoloso nel quale confluiscono tratti spiritual, l'esuberanza gospel, la sofferenza del blues, la cadenza onirica dei mantra indiani, la passione del soul e un'infinità d'altri vocaboli (rantolii, urla, glissando, falsetti, scat, sospiri, gemiti, deliri, silenzi, ansimi, whoop, ecc…) che assieme costituiscono un linguaggio mostruosamente complesso e articolato, lontano anni luce da ogni altro stile canoro del rock a cavallo fra '60 e '70, e forse ancora oggi ineguagliato. La voce di Buckley è continuamente protesa a tentare di superare i limiti della propria corporeità, dell'organismo stesso da cui promana per spingersi dove non c'è altro che il buio, il silenzio del cosmo, l'annientamento. Parallelamente a questa spinta centrifuga verso l'infinito, Buckley si muove in senso opposto, addentrandosi nei meandri della sua psiche fragile e tormentata: le musiche di Lorca e Starsailor paiono traumi di proporzioni wagneriane, terribili confessioni di un folle nell'attimo di lucidità che precede l'attacco isterico, uno sguardo fisso e comatoso sul vuoto che inghiotte ogni cosa.

Personaggio di rara purezza artistica, poco incline al compromesso con una scena musicale (quella del folk californiano) alla quale si sentiva estraneo, Buckley pagò a caro prezzo l'isolamento artistico e personale che si cercò testardamente rigettando i canoni basilari della musica folk e costruendo il proprio enigmatico edificio sonoro all'insegna di una ricerca musicale pressoché inesauribile. Quella di Buckley fu una continua sfida con l'ignoto, una sfida dalla quale uscì sconfitto, risucchiato da quell'abisso che egli stesso, coscientemente, osò perlustrare. Una sconfitta che lo portò (a soli ventotto anni e dopo un repentino declino artistico) alla morte per overdose.

Formatosi nei locali folk di Los Angeles, Buckley attira fin da giovanissimo l'attenzione di Herb Cohen (già manager di Frank Zappa) che, conquistato dalla potenza e dalla duttilità vocale del cantante, gli procura un contratto discografico con la prestigiosa Elektra. I primi due album risentono dell'incertezza e dell'immaturità di un diciannovenne che ancora non ha ben chiara la strada da seguire e che, soprattutto nell'esordio Tim Buckley (1966) , non ha ancora reciso il cordone che lo lega al cantautorato dylaniano e alla musica leggera. Meglio comunque Goodbye And Hello (1967) , in cui l'amalgama di arrangiamenti rinascimentali e barocchi dona ai brani una patina di levità e ricercatezza insolita per i folksinger dell'epoca. Spiccano il gospel cupo e rassegnato di Pleasant Street, la deliziosa melodia onirica e il contrappunto medievaleggiante di Hallucinations, nonché la superba e malinconica Phantasmagoria In Two, tenue ricamo di armonie leggiadre eppure insostenibilmente opprimenti che sfocia in una delle melodie più memorabili di Buckley. Il tema del brano sembra già abbozzare, seppur in modo embrionale, la disperata tragedia personale che culminerà nei lavori della maturità, come si nota in particolare nel verso "Dovunque c'è pioggia, amor mio/Dovunque c'è paura", carico di una disperazione che trascende l'esistenziale per lambire il metafisico. Interessante anche I Never Asked To Be Your Mountain, sorta di prototipo per i momenti di più esagitata furia e devastazione ancora da venire. In generale, però, questi primi lavori sono acerbi, non osano superare il concetto classico della forma canzone (per quanto fantasiosa e ben prodotta) e sono ancora contrassegnati dall'uso del canto in funzione narrativa (cioè come guida della melodia e come mezzo per "raccontare"il testo) , a differenza delle opere successive in cui Buckley perverrà a concepire il canto in funzione sonora (utilizzato perciò come strumento musicale, del tutto svincolato dalle parole o da una linea melodica fissa) . Inoltre, la fitta strumentazione e gli arrangiamenti ipersaturanti ha poco o nulla a che fare con gli organici da camera che contraddistingueranno i suoi futuri capolavori.

Con Happy Sad (1968) Buckley rivela finalmente il suo vero talento, rinunciando alla collaborazione con Larry Beckett e portando a compimento la metamorfosi che segnerà tutta la sua futura produzione. In primis, la sezione strumentale comprende soltanto chitarra acustica, l'elettrica del fido Lee Underwood, vibrafono, contrabbasso e congas. Sono perciò dimenticate le tentazioni orchestrali degli anni precedenti. Inoltre, qui Buckley perfeziona il proprio canto impostandolo non su di un testo, bensì sul melisma vocale, sull'improvvisazione umorale, sulle traiettorie libere della propria emotività. Le liriche sono composte quasi esclusivamente in funzione della loro musicalità, in modo che Buckley, cantandole, ne mostri la sonorità trascendente, la qualità mantrica, le utilizzi quale chiave per accedere ad una dimensione remota e ultraterrena. La musica è un folk-jazz liquido e vellutato, ricchissimo di sfumature cromatiche, l'ideale tappeto sonoro per i voli panteistici del canto, vero protagonista dell'opera. Sono sei brani lunghi e dilatati (a parte il conclusivo siparietto acustico di Sing A Song For You) fra i quali almeno due capolavori assoluti: Love At Room 109 At The Islander, delicato acquerello impressionista che si snoda per oltre dieci minuti su struggenti armonie che nascono come per incanto nelle quali la voce si spegne lentamente, cullata dalle onde dell'oceano, e i dodici minuti abbondanti di Gypsy Woman, roboante ed orgiastico cerimoniale primitivo all'insegna della percussività più sfrenata, dell'improvvisazione più scomposta di chiara matrice blues e della più sguaiata performance vocale del cantante, che mugola, geme e urla in preda all'eccitazione e al delirio. Il resto sono due suggestive divagazioni su temi folk con una strizzata d'occhio a Miles Davis (l'impalpabile Strange Feeling e la più energica Buzzin' Fly) e una commovente romanza (Dream Letter) che ha lo struggente lirismo del Mahler dei Kindertotenlieder.

Il successivo Blue Afternoon (1969) segna un altro importante momento nella carriera di Buckley: il libero flusso sonoro del disco precedente viene in parte ripensato a favore di un tono più composto e si nota un generale ritorno alla forma canzone, senza per questo indulgere nei cliché del cantautorato più banale o rinunciare alle pregnanti atmosfere lisergiche di un jazz morbido e pacato. Album autunnale e coperto da una fitta coltre di tristezza, Blue Afternoon ci mostra un Buckley cupo e al limite dell'introversione, intento a decantare la propria solitudine su scheletriche trame chitarristiche (Chase The Blues Away) , a contemplare inerme un istante che pare dilatarsi in modo irreale (Cafe) o a guidare con rassegnazione una marcia funebre al tempo stesso personale e universale (The River) . A volte pare che un timido sorriso gli illumini pallidamente il volto (come accade nella tenera Happy Time) ma anche questi brevi momenti vengono oscurati da una notte che pare non aver mai fine. La qualità di scrittura è sempre altissima e la vibrante strumentazione offre il pregio consueto, ma al di là del clima dimesso e delle atmosfere drogate che permeano tutta l'opera, questo può essere considerato un album di transizione. Segna, infatti, un passo indietro dal punto di vista musicale poiché sono rari i momenti d'improvvisazione e l'intera materia sonora pare eccessivamente compressa per i tempi di cui la musica Buckleyana necessita per distendersi ed innalzarsi, e uno in avanti dal punto di vista tematico giacchè la disperazione e l'isolamento, i soggetti da cui Buckley trarrà quasi esclusivamente ispirazione d'ora in poi, trovano qui una prima e compiuta trattazione.

Di fronte all'indifferenza generale nei confronti dei propri lavori, Buckley reagisce addentrandosi ancor più nella fragilità della propria coscienza squilibrata, scavando nei recessi più oscuri di un'anima dilaniata e troncando ogni tentativo di dialogo col proprio pubblico. Lorca (1970) nasce da questo terribile stato creativo e può essere considerato come il vertice insuperato di tutta la produzione di Buckley, nonché uno dei dischi più significativi dell'intera storia della musica rock. E' un album traumatico, scioccante, percorso dalla prima all'ultima nota da un opprimente senso d'angoscia. Scomparse le tenui ambientazioni paesaggistiche e le velate malinconie dei dischi precedenti, la musica ora fluttua in spazi siderali, in glaciali distese di silenzi, in oscuri labirinti di depressione. La voce è all'apice della propria espressività, sia quando precipita in interminabili abissi di sofferenza sia quando s'innalza ad irraggiungibili altezze metafisiche. Buckley canta in un continuo stato di trance, avventurandosi in mondi sconosciuti con la costante paura (e la consapevolezza) di non poter più tornare. Le composizioni perdono la loro qualità terrena e assumono i connotati di entità incorporee, mentre un'insostenibile lentezza e la mancanza di dinamica ne aumentano il potenziale onirico e tenebrosamente evocativo. L'organico peculiare che Buckley utilizza in Lorca è ulteriormente ridotto rispetto a quello che figurava nei due dischi precedenti: John Balkin al contrabbasso e organo, Lee Underwood che si alterna alla chitarra e al piano elettrico, Carter C.C. Collins alle congas e, naturalmente, Buckley alla dodici corde acustica. Le ritmiche sono pressoché assenti, il sound di conseguenza è improntato ad una staticità e una fissità che fanno apparire eterni ed immobili i cinque lunghi brani dell'opera, come se fossero scolpiti nel marmo. Lorca, il primo di questi, è un mantra di proporzioni cosmiche, una spirale discendente verso il nulla, il lamento impalpabile di un'anima alla deriva nel vuoto assoluto. Questa stupefacente composizione è interamente costruita sulla ripetizione ossessiva di un'unica frase sonora nel tempo di 5/4, chiaramente impostato ai tempi dispari dei raga indiani. L'organo cosmico di Balkin, i bisbigli tremolanti del piano elettrico e gli sbiaditi balbettii della chitarra acustica affrescano uno scenario funereo di rara intensità sul quale si distende il canto, profondo e ancestrale, che man mano sale ad altezze vertiginose fino a quell'ultimo e opaco gemito, proveniente dalla più remota delle galassie, vibrante di una tensione inumana. Dalla musica promana un atroce senso d'impotenza, l'intero brano pare la colonna sonora di un progressivo disfacimento di cui la mente è vittima inerme ma orrendamente consapevole. Sono dieci minuti memorabili, senz'altro tra i più visionari degli ultimi cinquant'anni di musica. In Anonymous Proposition il tessuto musicale è fragilissimo e interamente basato sull'improvvisazione di stampo free jazz: chitarra, contrabbasso e voce si contendono la scena in un gelido flusso di coscienza, l'ultimo balbettio di una mente ormai in balia dell'autismo. Gli strumenti inseguono disperatamente il cantato prodigandosi in scale torrenziali, tremolii, glissando e staccato che si ramificano in fraseggi ispidi e contorti, per avvinghiare la voce ed avvolgerla nel loro freddo sudario. Il quadro generale è però dominato da una dilatazione abnorme dei tempi e degli spazi: l'esilità della strumentazione non fa altro che risaltare le pause di silenzio, i vuoti, la precarietà della composizione stessa. L'intera materia sonora è sospesa in un limbo irreale da cui sgorga un dolore che stavolta, però, è più umano e corporale. L'unico momento "convenzionale" è la ballata I Had A Talk With My Woman , che procede pigra lungo un'unica linea melodica di rara bellezza e stempera la tensione accumulata nei brani precedenti ritrovando un briciolo di pallida serenità (ancorché velata da un profondo senso di rassegnazione) . Rassegnazione che in Driftin' diventa disperazione, abbandono, solitudine assoluta. E' un lungo pianto, il lamento di un'anima naufraga che fluttua al ralenti su di un dondolante refrain dolorosamente blues fra contrappunti di chitarra e un esile tappeto di contrabbasso e congas, simulando un delicato sciacquio d'onde, un silenzioso galleggiare immobili sullo specchio del mare appena increspato. La voce pare un corpo morente sulle onde che recita un monologo interiore fatto di rimpianti e sconforto; in uno stato di completa paralisi emotiva, la mente tenta di ricomporre i pezzi di un passato rimosso di cui non può far altro che contemplare, inerme, alcune scarne immagini riflesse nell'acqua. La chiusura del disco è affidata al febbricitante delirio di Nobody Walkin'' : un'unica ostinata nota di basso e le percussioni indiavolate danno il la ad una danza purificatrice all'insegna dello spiritual più esagitato, a cui poi si aggiungono le impennate del piano elettrico e i percorsi tortuosi di una voce infuocata, farneticante, demoniaca. Il ritmo è travolgente, in netto contrasto con la lentezza generale del disco, ma il tono del brano è ugualmente disperato: Buckley cerca la liberazione dai propri fantasmi interiori ma invece resta prigioniero della propria paranoia, aspira ad emanciparsi dalla propria condizione tragica innescando una fremente catarsi emozionale ma in realtà mette in scena la propria disgregazione.

Starsailor (1970) si può considerare l'altro grande pilastro della poetica Buckleyana, opera di poco inferiore, se non pari, al capolavoro che l'ha preceduta, ma profondamente diversa dal punto di vista musicale e concettuale. Disco policromo e surreale, Starsailor abbandona i toni dilatati e spettrali di Lorca per riscoprire il ritmo, la furia, la carica eversiva del free jazz più convulso. Buckley plasma nove brani visionari e deliranti nei quali perviene ad un'impressionante concertazione di materia sonora. I tempi sono frenetici, i brani paiono un susseguirsi di violente allucinazioni, un ciclo d'incubi proiettato ad una velocità supersonica. La strumentazione è ampliata a chitarra, basso, batteria, percussioni e fiati (cortesia di Bunk Gardner e Ian Underwood delle Mothers of Invention) , di conseguenza gli arrangiamenti sono caotici ed astratti, improntati ad un cromatismo esasperato. Le voci dell'ensamble sono amalgamate alla perfezione da un Buckley che dimostra le proprie superbe doti d'arrangiatore anche sfruttando organici più ampi. Le melodie sono coincise e pregnanti, a tratti lambiscono l'atonalità e sembrano affini, più nello spirito che nella forma, alla fantasia di un Berg o di uno Schonberg nei loro momenti più esagitati. La voce pare in preda ad un'esasperazione terrena, fisica, profondamente distante dal tono mistico e metafisico di Lorca. Perso il senso di stasi e di fissità, Buckley urla oscenamente bestemmie ed imprecazioni, vittima di una schizofrenia che ormai non può far altro che manifestarsi in una terribile serie di comportamenti maniacali: Monterey è lo sfogo animalesco, la risata disperata e demente di un folle (Io corro coi dannati mia cara/Loro mi hanno insegnato a ridere) , Come Here Woman l'ossessione erotica, Jungle Fire l'alienazione mista a paranoia, e così via. Da questo turbine emergono, però, anche perle eteree contraddistinte da una delicata levità come Song To The Siren , la più bella melodia di Buckley, avvolta da un velo di echi soprannaturali, I Woke Up , stupefatto risveglio di un fauno in un giardino incantato e inquietante nonché la bizzarra melodia francese di Mouline Rouge . Più spesso è il caos a dominare: le stesse Monterey , Jungle e Come Here Woman vivono di mille anime diverse fra complessi cambi di tempo, false partenze, scatti improvvisi e una performance vocale che ha dell'incredibile per duttilità, potenza e varietà di registri espressivi. Starsailor è, invece, un viaggio allucinato nel buoi dello spazio (fisico o mentale) : Buckley sovraincide decine di tracciati vocali per creare un vortice spaventoso d'echi in cui l'anima viene risucchiata inesorabilmente. E' un buco nero popolato da voci spettrali e stupefatte, un gorgo di nebulose, pianeti, costellazioni che paiono ruotare vertiginosamente nell'oscurità del cosmo. Ispirandosi agli studi sul coro compiuti da Ligeti negli anni sessanta con i fondamentali Requiem, Lux Aeterna e Adventures , qui Buckley esaspera il senso di disorientamento e d'orrore presente nei lavori del compositore ungherese e concepisce un momento musicale fra i più sconcertanti ed astratti mai uditi.
Nonostante la grandezza musicale, il disco fa registrare alla Straight Records un insuccesso storico sia di pubblico che di critica (per inciso, solo la rivista jazz Downbeat recensì il disco col massimo dei voti) , tanto che per quasi due anni Buckley si ritira dalle scene. Al suo ritorno pare un'altra persona e, soprattutto, un altro artista. I tre dischi che pubblica fino al 1974 sono di una tale pochezza artistica che non valgono nemmeno la pena di esser menzionati, improntati come sono ad un soul e un rhythm'nblues anonimi e ottusi, assolutamente inascoltabili. Non si sa se questo improvviso mutamento di direzione sia stato effettivamente voluto da Buckley stesso oppure sia stato imposto dal suo manager per consentirgli di continuare ad incidere, ciò che conta è che gli ultimi tre album non sono di Buckley , almeno non del Buckley che sconvolgeva e ammaliava con i suoi precedenti capolavori.

Tim Buckley muore per overdose nell'estate del 1975 a soli ventotto anni. Fa specie che un musicista di tale genialità e levatura sia stato ignorato (e spesso continua ad essere ignorato o frainteso) da tutta (ripeto TUTTA) la critica rock: con un minimo di supporto dalla stampa specializzata Buckley avrebbe goduto di un riscontro di pubblico senz'altro maggiore e forse avrebbe potuto continuare la sua carriera sulla scia dei suoi capolavori e non mendicando un ascolto distratto con dischi banali come Look At The Fool.
  di Matteo Losi
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