INTERVISTA
a EMIDIO CLEMENTI
a cura di Federico
Sardo
Trovarmi a introdurre la figura
di Emidio Clementi mi crea non poche difficoltà.
I Massimo Volume sono probabilmente il mio gruppo preferito
in assoluto e per Emidio ho avuto l’idolatria del
fan che non ho mai avuto per nessun altro. Negli anni
cruciali della mia crescita ho sempre fatto ricorso alle
sue parole e lui ha avuto per me un’importanza non
paragonabile a quella di nessun altro.
Con queste premesse e con l’idolatria calmatasi
negli anni, ma la stima intatta, mi accosto alla sua persona
per una chiacchierata a 360 gradi su musica, letteratura,
politica e progetti personali.
Per chi (chi?) non conoscesse il personaggio ricordiamo
che è stato fondatore, basso e voce dei Massimo
Volume, sicuramente uno dei più grandi gruppi italiani
di tutti i tempi. Hanno realizzato quattro album: il primo,
urgente, disperato, Stanze (Underground Records,
1993), poi i capolavori Lungo I Bordi (WEA, 1995)
e Da Qui (Mescal, 1997), e infine l’irrisolto
(ma con momenti altissimi) Club Privé
(Mescal, 1999). Scioltisi questi, ha creato attorno a
sé il progetto El Muniria, che ha rilasciato il
suo buonissimo esordio Stanza 218 nel 2004, con
Homesleep.
Parallelamente Emidio ha portato avanti l’esperienza
di scrittore e romanziere, pubblicando nel 1997 la raccolta
di racconti Gara di resistenza (Gamberetti ed.)
e poi i romanzi Il tempo di prima (Derive Approdi,
1999), La notte del Pratello (Fazi, 2001) e L’ultimo
dio (Fazi, 2004). L’intervista parte proprio
da questo duplice aspetto della sua produzione artistica.
La prima domanda è sulla
differenza tecnica di scrittura tra quando scrivi testi
per delle canzoni e quando scrivi per i tuoi libri. E,
se dovessi scegliere fra le due cose, a quale non rinunceresti?
Spero di non rinunciare mai a nessuna delle due cose,
perché sono due aspetti che, secondo me, per quanto
sia sempre scrittura, sono decisamente differenti. Perché
da una parte quando scrivi i testi sei comunque facilitato,
perché c’è la musica dietro, che ti
aiuta, crea un’atmosfera, però è anche
vero che tutto quello che devi dire lo devi dire in tre
minuti, quindi devi cercare delle frasi che siano molto
potenti, ognuna a sé stante. Quando scrivi i libri
invece una ritmicità la cerchi sempre, però
è una cosa differente, perché non penso
mai alla musica. quando scrivo un libro. Poi il fatto
di aver lavorato anche con la musica forse mi aiuta, nel
trovare un ritmo nella pagina, è forse qualcosa
che hai comunque, inconsciamente.
Ma scrivi ascoltando musica?
Mai. Non sono uno scrittore… scrittore mi sembra
già una parola eccessiva. Ho già una difficoltà
di scrittura, non scrivo con facilità, e la musica
mi distrae molto, troppo.
La
seconda domanda riguarda il valore dell’autobiografismo.
E’ vero, come si dice, che un grande scrittore scrive
sempre di se, come diceva Flaubert asserendo “Madame
Bovary c’est moi”?
Questo perché gli ultimi tuoi due libri lo sono
al 100% e anche molti racconti del primo, nonché
vari pezzi dei Massimo Volume, però non c’è
solo questo: il secondo libro non lo è, alcuni
racconti non lo sono, specialmente gli ultimi, che ho
letto su Writeup. Ti stai quindi distaccando da questo?
In futuro cosa hai intenzione di fare?
Ecco, per esempio, riguardo queste ultime cose che hai
letto su Writeup, è chiaro che quando ho la possibilità
di scrivere degli articoli, che però contengano
comunque qualcosa di narrativo, cerco di sfruttarli per
tentare delle strade che di solito non utilizzo, ad esempio
l’ultimo sulla trasgressione mi ha molto divertito,
perché non è la mia voce, non è la
mia cifra solita. Io sono molto legato all’io narrante,
e non sempre è così aderente all’autobiografismo.
Però ovviamente il fatto che utilizzi l’io
è qualcosa che avvicina di più alla realtà,
anche se non lo è sempre, non sempre racconta le
cose come sono state davvero. E non credo che me ne staccherò.
Vorrei trovare magari dei temi più distanti da
me, ma continuare a narrarli in prima persona.
Adesso per esempio il libro che sto preparando è
diverso dai precedenti, perché mi sto interessando
a un caso giudiziario successo in Inghilterra, a Londra,
quindi è una cosa completamente distante da me.
Però lo stesso vorrei metterci dentro la mia esperienza
e la ricerca che sto facendo per questo libro.
I motivi sono tanti, un po’ perché secondo
me per rendere credibili e verosimili dei personaggi che
sono completamente inventati, in un libro in terza persona,
e ottenendo una buona caratterizzazione, bisogna essere
veramente bravissimi. Per riuscire a dare un’intensità
che faccia sembrare reale quello che leggi. O se non reale
verosimile, che forse è ancora più importante.
E per il mio tipo di scrittura mi rendo conto che riesco
a essere più potente se c’è la prima
persona. Per esempio l’ultimo libro, L’ultimo
dio, era nato come un libro che doveva svolgersi negli
anni ’30 e la figura di Carnevali doveva essere
centrale. Dopo mi sono reso conto che gli mancava qualcosa.
Non so se è un mio limite, una mia insicurezza
o se invece quello che penso sia reale: cioè che
quando non parlo di me stesso sono più debole.
Però è anche vero che tutta la letteratura
che io ho sempre amato è letteratura scritta in
prima persona, perché tanta letteratura americana,
poi tu hai citato Flaubert… Ecco Balzac invece non
c’entra un cazzo. Ecco, Balzac o Philip Roth sono
scrittori che riescono a parlare in terza persona e ogni
personaggio è così reale, come se fosse
sempre lui. Balzac parla dell’aristocratico parigino,
come dei bassifondi di Parigi alla stessa maniera, come
se lui avesse vissuto tutte e due le esperienze e di questo
io credo di non esser capace. Ed è per questo che
metto sempre in mezzo me stesso. Poi nel momento della
scrittura te la fai la domanda. “Ma starò
rompendo i coglioni con quella che è la mia esistenza,
col mio percorso…?” E il fatto che me lo chieda,
allo stesso tempo spero che sia anche un po’ quel
che fa nascere una soluzione, per non essere troppo incentrato
su me stesso. E’ anche vero che se uno legge con
attenzione i libri miei, tolto L’ultimo dio dove
la figura mia, o del Mimì narrante, è veramente
centrale, però negli altri libri, sempre narrati
in prima persona, il personaggio che racconta è
sempre un po’ sullo sfondo, proprio perché
cerco di non essere troppo egocentrico.
Nei
tuoi romanzi e nei tuoi testi la politica è sempre
assente, tranne che come elemento folcloristico (il nazismo
ne La notte del Pratello). Come mai? Non ne vuoi parlare,
non ti interessa? Qual è per te il rapporto tra
l’arte, in questo caso la letteratura, e la politica,
la società?
Innanzitutto ti confermo che il nazismo ne La notte del
Pratello è appunto un elemento folcloristico.
Poi… bella domanda. Forse perché son confuso
anch’io, e non riesco ad avere una linea così
precisa da renderla un qualcosa che entra in quello che
faccio. Anche perché ho sempre vissuto il momento
artistico come il momento più puro che ho nell’esistenza
e mi sembra che metterci dentro della politica, non essendo
preparatissimo, sarebbe come sporcarlo. Poi magari delle
scelte politiche si fanno anche in altro modo. Non è
essenziale parlare di politica nelle canzoni o nei libri,
poi magari nelle scelte che fai di distribuzione, o su
con chi avere a che fare, attraverso quali canali passare,
puoi fare una scelta politica. Che poi noi siamo stati
anche con delle major, siamo stati con la Wea, però
siamo sempre stati vicini anche al mondo dei centri sociali,
al mondo dell’indipendenza, abbiamo suonato alle
feste dell’unità….
Dopo i Massimo Volume, con El Muniria,
c’è stata una svolta verso l’elettronica.
E’ stata una decisione presa a tavolino? E come
mai proprio l’elettronica? Già la seguivi?
Non sono un espertissimo di elettronica, però l’ho
sempre ascoltata. E sentivo il bisogno, no, non è
vero che sentivo il bisogno, però avevo voglia
di confrontarmi con l’elettronica, visto che non
l’avevo mai fatto nella mia vita, e mi piaceva anche
l’idea di un progetto che fosse abbastanza snello
e in effetti... non tanto dal vivo, perché poi
i problemi dal vivo ci sono sempre, però in fase
di costruzione dei pezzi Stanza 218 è un disco
che abbiamo fatto in una camera. Che prima è stata
la camera di hotel a Tangeri, che poi è diventata
casa mia, o casa di Massimo, però è stato
un disco che abbiamo fatto bevendo il te, fumando sigarette,
guardando le partite in televisione… insomma, non
è stato un lavoro fatto in sala prove. Con i suoi
pregi, perché è molto comodo tutto questo,
e con il difetto che è un disco che è stato
fatto a strati, e non c’è mai stato il momento
emotivo di quando senti che un pezzo esce fuori come quando
è in sale prove. Però da quello, dopo 15
anni in sala prove, avevo voglia di staccare un attimo.
E come scelta di suoni, come mai
dal rock proprio all’elettronica? C’è
stato un motivo particolare o era solo per cambiare strada?
No, però secondo me ci stava. Secondo me l’avremmo
inserita anche se avessimo fatto un altro disco coi Massimo
Volume. E’ stato un passaggio che io ho vissuto
abbastanza delicatamente, non è stato uno stacco
così traumatico, o qualcosa che ha spostato completamente
la poetica espressiva di quello che facevo.
Adesso una domanda un po’
pesante, sulla diatriba con Umberto Palazzo. In pratica
lui ha recentemente scritto un pezzo in cui parla anche
della fine della sua esperienza con i Massimo Volume,
in sintesi dice che doveva essere un gruppo con due leader
e che lui è stato più o meno cacciato, per
tuo protagonismo, e che vi ha lasciato pezzi, musiche,
idee… A lui chiedono spesso di questo, ma non ho
mai sentito la tua campana.
Un po’ snobisticamente e un po’ anche per
una questione di stile effettivamente vorrei rimanerne
fuori. La cosa più che avermi fatto incazzare mi
è dispiaciuta veramente, anche perché questo
suo scritto è recente e io Umberto nel corso di
questi anni l’ho incontrato tante volte e siamo
rimasti a parlare del più e del meno “cosa
stai facendo, abbiamo fatto un disco, questo e quell’altro…”
e non ha mai tirato fuori questa storia. E mi dispiace
che lui non abbia pensato di comunicarmela personalmente,
ma mi è arrivata per email, “ma lo sai quello
che ha scritto Umberto?” e leggendola mi è
dispiaciuto molto. Però la verità è
così lontana da quello che lui dice che non ho
nemmeno voglia di mettermi a discutere così che
poi la gente pensi che la verità sta in mezzo.
Allora preferisco proprio restarne completamente fuori.
Poi i gusti estetici erano davvero differenti, quello
che sono diventati i Massimo Volume dopo avevano una linea
che a lui non convinceva, lui avrebbe voluto spingere
verso una linea molto più ritmica e vicina al crossover,
che nessuno di noi sentiva vicina. E da lì sono
nati dei grossi scontri finché non gli abbiamo
detto “guarda, noi vogliamo andare avanti per la
nostra strada, che è questa, che è quella
del recitato, di una linea più ipnotica e che sentiamo
più nostra”
Poi lui era uno che faceva anche tanti casini sul fatto
“ah non possiamo fare questo concerto, ci sono sette
canzoni che canti tu, sei che canto io e dobbiamo toglierne
una tua così siamo sei pari” era molto attento
a quanta musica sua c’era nel progetto, e mi sembrava
un po’ un atteggiamento lievemente adolescenziale.
Anche se io non suono in un pezzo ma se sto nel progetto,
lo sento mio.
Poi presuntuosamente credo che la formula che funzionava
era più quella dove recitavo io, mi dispiace dirlo,
anche se lui per me è uno dei più bravi
chitarristi che ci sono in Italia, però non lo
reputo altrettanto bravo come cantante. Soprattutto perché
poi entra in campi musicali già ampiamente sfruttati.
Poi gli ultimi lavori dei Santo Niente non li ho sentiti
e magari sono anche molto belli, non lo so, e non metto
in discussione il suo valore. Però sono cose successe
così tanti anni fa, è come dire “perché
ci siamo lasciati, perché tu mi hai detto che quel
giorno…” sì, va bene l’anno dopo,
va bene sei mesi dopo. Ma 15 anni dopo ci si incontra
e ci si abbraccia. Abbiamo fatto la stessa strada, nella
stessa scena, un po’ sfigata, che è quella
italiana, che è della passione, del sacrifico.
Dai, va bene così, abbracciamoci, cosa stiamo a
litigare ancora?
Quali sono state le letture e
gli ascolti più importanti per te, i tuoi padri
putativi?
Allora, padri putativi… musicalmente metto dentro
Jim Carroll, la scena dei primi anni 80 che era un po’
a metà strada tra quello che era rimasto del punk
un po’ più strutturato, e la prima new wave.
Sono dischi però che effettivamente non ascolto
da 15 anni. Poi piano piano le cose cambiano. All’inizio
vuoi copiare quello che ascolti. E una cosa molto intelligente
che mi ha detto quando gli ho fatto l’intervista
Nikki Sudden, lui dice “il bello è che tu
quando cerchi di copiare qualcuno, non lo rifai perfettamente,
ed è lì che nasce la cosa bella perché
a rifarlo perfettamente resti sul modello e non ce la
fai mai a distaccarti”. All’inizio mi ricordo
che quando suonavamo i nostri punti di riferimento erano
i Fugazi, i Sonic Youth sicuramente, a me è sempre
piaciuto certo cantautorato americano: Dylan, Leonard
Cohen… Poi piano piano quando cominci ad acquisire
più dimestichezza col tuo stile ti distacchi un
po’ dai modelli. Sai già quando ascoltando
un disco ti piace quanto può entrare in quello
che stai facendo, perché hai già uno stile.
Letterariamente credo che sia successo lo stesso, io son
cresciuto con gli americani, poi a un certo punto ho sentito
il bisogno di distaccarmene, perché comunque sono
scrittore italiano e volevo leggere di più gli
italiani, e ti dico quindi Faulkner, ti dico Sherwood
Anderson, ti dico anche Balzac, adesso mi piace molto
Philip Roth, ma è un modello che ti mette molto
in discussione perché non riuscirei a scrivere
ben come lui nemmeno in dieci reincarnazioni.
E adesso come adesso cerco anche di ascoltare cose più
distanti da me. Per esempio ho preso una cotta per i Wu
Tang Clan che mi piacciono un casino. Perché son
dei maragli terrificanti, poi hanno quel tocco di malinconia
che me li rende più vicini.
E i tuoi progetti futuri? Un nuovo
album, il nuovo libro… E che fine ha fatto quel
progetto di libro su Tondelli scritto con Manuel Agnelli?
Allora, il disco… abbiamo delle idee su come impostarlo.
Sono un po’ stanco, anche se la amo e continuerò
ad amarla, dell’atmosfera. Ho voglia di tornare
un po’ più a qualcosa di fisico, quindi qualcosa
di più duro, anche più urlato. Quello sì,
lo sento proprio come un’esigenza. E però
è solo qualche idea, il disco è tutto da
fare, ancora.
Letterariamente sto seguendo questo caso giudiziario in
Inghilterra, quindi sarà un esperimento un po’
di non-fiction. Un romanzo che ha anche elementi belli
grossi di realtà.
E poi il libro su Tondelli era partito molto bene ma io
e Manuel non riusciamo a concludere un progetto che sia
uno. (ride) Perché il disco siamo andati in India
ed è morto lì. E il libro non ce l’abbiamo
fatta. Era questo carteggio, anche un po’ presuntuoso,
perché, voglio dire, il carteggio funziona tra
Flaubert e la fidanzata… sai, io e Manuel Agnelli
è un po’ diverso. (ride) Però le cose
che stavano uscendo erano molto belle, però ci
siamo fermati un po’ lì.
Ma c’è qualche motivo
in particolare?
Mah, le contingenze… Lui che deve fare il disco,
io che non ho mai un periodo libero e sto scrivendo il
libro. Poi io spero di riprenderlo un giorno. Era bello
anche perché era una maniera non per conoscersi
meglio ma per conoscersi in una maniera migliore. Perché
io con Manuel ho questo problema, che siamo così
intimi che l’intimità è bellissima,
però la paghi con una mancanza, non di stima, perché
ci stimiamo, però di formalità, che sembriamo
un po’ i militari in libera uscita… Pacca
sulle spalle, “oh, testa di cazzo” eccetera.
E l’idea di un carteggio un po’ ufficiale,
un po’ formale era qualcosa con cui andavi a scavare
di più. E quindi mi piaceva anche “terapeuticamente”
portarlo avanti.
Ci sono già, indicativamente,
delle date per questi progetti?
Per il libro ho questa scadenza che è la fine dell’anno,
l’inizio dell’anno nuovo. Almeno consegnare
tutto, poi uscirà a marzo, aprile. Il disco avrà
dei tempi un po’ più lunghi.
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