INTERVISTA
A PATRICK WOLF
a cura di
Federico Sardo
Patrick
Wolf è a Milano per un press day e lo vado a intervistare
in un albergo vicino alla Stazione Centrale. Mentre Patrick
risponde a un’altra intervista faccio due chiacchiere
con la sua manager e con la promoter italiana, l’atmosfera
è rilassata, si parla del più e del meno,
si fanno battute, si discute della scena musicale e ci
si confronta sulla difficoltà di emergere. La manager
è fermamente convinta delle capacità di
Patrick e sembra disposta a fare di tutto per lui e per
tutelarlo, come una specie di angelo custode.
Mentre faccio queste considerazioni arriva Patrick, molto
giovane, altissimo e magrissimo. Timido, pacato, mi saluta,
scherziamo un po’ e poi faccio partire il registratore.
Ti va di spendere due parole di presentazione per i lettori
del nostro sito?
Il mio nome è Patrick Wolf
e ho 21 anni, sta uscendo il mio secondo disco che si
chiama “Wind in the wires” ed è una
specie di canzone d’amore per l’inghilterra
e le stagioni e l’elettricità, direi.
Negli ultimi anni è emersa una nuova scena di,
diciamo, band “soliste”. Pensiamo a te,
certo, ma anche a band come Bright Eyes, Xiu Xiu, Panda
Bear, Ariel Pink e molte altre. Basandoti sulla tua
esperienza pensi che questo accada per ottenere una
maggiore libertà compositiva, o per creare una
sorta di tete a tete con l’ascoltatore o che altro?
E, citando un’altra vecchia one man band: “How
does it feel to be on your own?” (Patrick
si mostra sorpreso).
Credo che le one man band siano
in giro da anni, non mi sembra una cosa nuova, forse
ce ne sono ora di nuove…
Si, ma sembra esserci una specie di esplosione di questo
fenomeno.
Si? Non sono sicurissimo, non
sono molto attento! (ride) Si,
mi focalizzo su quello che faccio e cerco di farlo bene.
“Come ci si sente a essere una one man band?”
Io non mi vedo davvero così, mi vedo più
come un musicista pop, più come Britney Spears
o qualcosa di simile. Forse non proprio lo stesso (ride),
ma sicuramente voglio lavorare con altre persone in
futuro, e voglio ampliare i miei orizzonti lavorando
con altre persone. Semplicemente i primi due dischi
li ho fatti da solo.
(Si ferma un attimo a riflettere). Si,
mi vedo più come un musicista pop.
La tua musica sembra piuttosto vicina alla new wave,
gruppi come Cure o Smiths, o alla nuova ondata della
new wave, come Bjork o Xiu Xiu. Allo stesso tempo prendi
le distanze dal ritorno di questo suono, mostrando poca
simpatia per la scena electroclash, e con la tua attitudine,
che evita il tipico sentimento new wave del piangersi
addosso o di crogiolarsi nella propria decadenza. Mostri
anche un’appassionata devozione per le folk singer
anni 70 come Joni Mitchell o Nico, nella tua meravigliosa
cover di Afraid.
Quindi, in questo massiccio ritorno della new wave,
come possiamo collocare Patrick Wolf? Al passo con lo
spirito dei tempi o come una moderna emancipazione del
cantautore anni 70?
Parlando di Joni Mitchell è
sicuramente qualcuno a cui è meraviglioso essere
paragonato. Lei ha fatto cose da sola, ha lavorato con
gruppi, e un sacco di cose. Penso che non sia mai stata
parte di nulla e può essere stata a Woodstock
o essere stata parte dei Sixties ma faceva i suoi album
e non era parte di nulla, una specie di eroina solitaria.
Quindi preferisco posizionarmi in termini di…
(tentenna) Non sono interessato in una new wave, non
ho mai fatto musica per un movimento, non sono mai stato
parte di un gruppo di nessun genere. Sono semplicemente
un musicista e la musica di Patrick Wolf è semplicemente
la musica di Patrick Wolf. (ride)
Non
ti piace essere classificato.
Capisco che la gente classifichi
la mia musica, ma non è il mio mestiere e fortunatamente
posso evitarlo, continuando a progredire e a perfezionare
ciò che ho fatto in precedenza. (sorride
garbatamente)
Sempre parlando della tua attitudine, la cosa che
più ci piace nelle tue canzoni è la tua
fiera battaglia per sopravvivere. E’ ammirevole
come questa tua interpretazione della figura di Peter
Pan sia così lontana dalla consumata immagine
slacker del ragazzo che non ha voglia di crescere, cara
alla moderna scena post-rock. Percepisci questa tua
attitudine come una sorta di diversità in questa
scena?
Capisco la storia dell’essere
un pesce fuor d’acqua, non vengo da nessun movimento.
Forse è proprio la mia indole (ride).
Non è qualcosa che voglio
celebrare, è qualcosa che semplicemente è
così e forse questo si rispecchia nella musica,
che nasce da questa mia indole.
Non lo so, questa è una domanda complicata.
Lycanthropy era una collezione di canzoni che potevano
essere definite autobiografiche nel modo in cui la vita
e il mito si mescolano per diventare una cosa sola.
Era basato su molti anni di composizioni, trasfigurazioni,
metafore, chiaroveggenze… Il prossimo album sarà
lo stesso ma su una scala di tempo più breve
o sarà dedicato solo alla realtà? E il
tuo alter-ego lupesco avrà una parte nelle nuove
canzoni?
Non c’è Wolf in questo
disco, è una decisione precisa, non ci sono più
metafore lupesche, appartengono all’album precedente.
Ho fatto sentire il disco alla mia famiglia e hanno
detto che le domande di Licantropy trovano risposta
in Wind in the wires. E’ un disco più a
fuoco, di un solo colore, mentre Licantropy è
più schizofrenico.
C’è
un tema centrale in "Wind In The Wires"?
Il tema di Wind In The Wires è
il desiderio di essere liberi e cercare di capire cosa
vuol dire. Ci sono molte canzoni pop che dicono “voglio
essere libero” o “sarò libero”.
E mi sono chiesto cosa voglia dire, da cosa ci vogliamo
liberare. Da una relazione? O cosa comporterebbe essere
completamente liberi? Ogni canzone è una specie
di riflessione su questo tema. Qual è il costo
della libertà? Ne vale la pena? Che succede quando
lo sei davvero?
Nelle tue performance live sei solo, o talvolta con
qualcuno al laptop, e mi pareva un po’ strano
ascoltare questa enorme quantità di suoni e vedere
una sola persona sul palco, alle volte che canta soltanto
su queste vaste armonie. Pensi che i tuoi live migliorerebbero
con una band?
Mi interessa molto. Mi piacerebbe.
Ma costa, il budget è poco. Odio lamentarmi di
questo. Cerco lo stesso di fare del mio meglio e di
presentare qualcosa di diverso dal disco. Sarebbe bello
ma impossibile suonare con un’orchestra. Spero
nel giro di uno o due album di poter fare qualcosa di
bellissimo, con ballerini e schermi cinematografici.
Vorrei fare una cosa magica come può esserlo
un disco ma penso che il modo migliore di fare le cose
adesso sia di farle in modo semplice.
Che
cosa fai quando non componi musica o non sei in giro
per concerti?
Vivo con la mia ragazza Ingrid,
facciamo passegiate, andiamo a ballare e a bere, facciamo
fotografie, dipingiamo, decoriamo la casa… Viviamo.
E’ vero che non avevi mai ascoltato gli Smiths
prima che la gente non notasse qualche somiglianza tra
il tuo modo di cantare e quello di Morrissey?
Davvero, non è uno dei
miei artisti preferiti, non lo conosco bene, non ho
mai ascoltato le sue parole e non amo molto il suono
degli Smiths e quindi non posso nemmeno commentare questa
cosa… Non mi ha mai preso, non è certo
uno dei miei artisti preferiti né un’influenza.
Dopo questa domanda l’intervista
è finita e spengo il registratore. Saluto questo
spirito libero, animato solo dalla sua poesia e dalla
necessità di esprimerla, dalla sua musica, dalla
soavità e leggerezza e allo stesso tempo dal
tormento delle sue canzoni, e resto per qualche minuto
ancora rapito dalla sua purezza e dal suo candore bambinesco,
quelli di un vero artista, prima di rituffarmi nel traffico.
si ringrazia Stefano
Pandini per la collaborazione e la Prom-o-Rama per
le fotografie.
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