INTERVISTA
a Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione. A cura di
Federico Sardo
Per chiudere l’ottima stagione il Jail di Legnano
ha organizzato un concerto di due nomi di punta della “canzone
rock italiana”: Non voglio che Clara, vicini alla
tradizione della musica italiana anni 60, e Perturbazione,
gruppo ormai di prima fila nel panorama “indie”
italiano, con il loro rock sposato a melodie pop e alle
atmosfere della canzone d’autore.
I Perturbazione si dimostrano ancora una volta capacissimi
e coinvolgenti, con un concerto di circa due ore, suonato
ad altissimi livelli ma senza dimenticare il divertimento,
sia dei musicisti – che si dimostrano affiatati e
in ottima forma, dopo mesi di concerti - che del pubblico.
Colgo poi l’occasione per fare una chiacchierata con
Tommaso Cerasuolo, il cantante, che dopo essersi speso in
modo incredibile sul palco è ridotto a uno straccio.
Reduce da una bronchite le sue parole sono inframmezzate
da continui colpi di tosse, riusciamo comunque a portare
a termine un’intervista sul suo gruppo, parlando del
loro ruolo nella musica italiana, di dove sono arrivati
e di dove vogliono arrivare.
Innanzitutto
volevo chiederti di fare un bilancio, dopo circa tre mesi
dall’uscita dell’album, dopo molti concerti
in tutta Italia. Volevo sapere come stanno andando le
cose e se siete contenti.
Siamo contenti, tra qualche giorno facciamo una
piccola riunione fra di noi per fare appunto questo bilancio
e, a giudicare dalle cose che ci siamo già detti,
l’abbiamo trovata all’inizio un po’
dura. Avevamo molte aspettative, e un po’ di inevitabile
“ansia da prestazione”, chi più chi
meno. Ora siamo molto contenti, abbiamo girato in posti
medio grandi, la gente che ci viene a vedere dimostra
un affetto praticamente incondizionato, alle volte spaventoso.
Ci sono delle sere in cui pensi di avere fatto cagare
e dici “ma è troppo buona la gente, con me”
e ti prendono dei complessi di colpa: “non merito
di fare questo mestiere”, o almeno a me capitano
queste cose, sono uno che si mette sempre in discussione.
Però è molto bello, anche vedere tanti che
cantano le canzoni, a dire il vero più quelle di
In Circolo che dell’ultimo, e questo all’inizio
ci ha un po’ spaventati. Poi ci siamo resi conto
che forse è fisiologico e che il disco che abbiamo
tra le mani, Canzoni allo specchio, a parte qualche
episodio, è un po’ più oscuro, molto
malinconico, e questo dal vivo rischia di rivoltarcisi
un po’ contro. Stiamo cercando di definire al meglio
una forma per suonare i pezzi dal vivo.
Il bilancio quindi alla fine è molto positivo,
con un po’ di paure, ma normali, che speriamo di
fugare con l’estate. Speriamo di prenderci bene
definitivamente, anche nello stare insieme, senza enormi
ambizioni, di vivercela così com’è,
cioè come una cosa bella.
Siete
comunque soddisfatti dell’album.
Sì, decisamente. E’ strano, alla fine molto
scuro, più di quanto pensassimo. Io sono molto
contento, ma anche tutti gli altri.
Questa svolta con meno rock, più
verso la canzone d’autore, è stata voluta?
E da cosa?
Avevamo fatto più canzoni di quante ne sono uscite
su disco e poi ne abbiamo tagliate un po’, dandogli
una forma più tonda, più omogenea rispetto
a In circolo, che aveva tante cose più sperimentali.
Abbiamo lavorato più sulla canzone, ed è
venuto fuori quindi più un disco di ballate. In
questo senso era voluto, è un percorso che si è
delineato verso la fine però.
E come mai questa scelta di calma?
Penso che lo dica il titolo stesso, è stato un
periodo di forte riflessione, abbiamo girato un sacco
con In circolo, c’è stato il vivere determinate
cose a livello personale e a livello di gruppo, che ha
portato a guardarsi allo specchio e a trovare qualcuno
di fronte anche che non ci si aspetta, magari diverso
da quello che ti racconti. Di solito ci raccontiamo di
essere persone buone, in fondo, belle, poi invece siamo
persone magari non cattive ma fondamentalmente immature.
Magari sono state proprio le persone con le quali abbiamo
condiviso un percorso che ci hanno insegnato a guardarci
dentro in una determinata maniera, e per questo poi magari
le perdi per strada, come se questo fosse una specie di
antidoto.
Non so se si capisce qualcosa (ride), comunque era un
periodo di riflessione e per questo è un disco
abbastanza oscuro, esclusi alcuni episodi.
E
credete di aver trovato così una direzione che
manterrete anche in futuro o non escludete cambiamenti?
No, io spero di no. Intendiamoci ,sono molto contento
del disco, ma ci siamo accorti tutti, essendo un album
un po’ oscuro, della voglia di provare anche cose
diverse. Ad esempio abbiamo girato con Alberto Campo,
per presentare un suo libro che si chiama “Get Back,
I giorni del rock”, che ha pubblicato con Laterza,
e abbiamo fatto qualche presentazione, con Gigi alla chitarra,
Elena al violoncello e io che cantavo. Facevamo un po’
di classiconi del rock, da Elvis fino a oggi, facevamo
anche un pezzo di Eminem!
Io per esempio mi sono accorto che avrei voglia di fare
un disco un po’ come Il materiale e l’immaginario,
lontanamente hip hop… Lo so che sembra assurdo i
Perturbazione hip hop, però mi viene in mente un
disco di quel genere, o un disco molto più duro,
o un disco più soul come può essere Animalia,
oppure un disco tutto di pezzi più pop tipo Se
mi scrivi… Non lo so, un sacco di cose, mile idee
e direzioni…
Insomma non volete fossilizzarvi
No, no, assolutamente, questo di sicuro.
Anche le collaborazioni, ogni volta, ci ispirano, come
Paolo (Benvegnù) in questo disco.
Per come siamo noi abbiamo determinate corde che possono
vibrare a seconda dei periodi della nostra vita, ma poi
abbiamo bisogno di un catalizzatore esterno, anche per
come sono le nostre professionalità come musicisti,
non siamo eccelsi, anzi, tutti autodidatti, tranne Elena
che è l’unica diplomata al conservatorio
col violoncello, e quindi come musicisti il fatto di imparare
delle cose dall’esterno può essere solo positivo.
Parlaci un po’ di questa
esperienza con Benvegnù alla produzione, come è
nata, come vi siete trovati, come si è trovato
lui, come è andata…
Bene, ci siamo amati a vicenda. Lui ha trovato in noi
tante cose degli Scisma, ad esempio il fatto che siamo
in sei, un po’ i conflitti interni al gruppo, le
classiche cose che si vivono in una famiglia… Noi
abbiamo due sposati, due fratelli… Abbiamo ascoltato
il suo Piccoli fragilissimi film, e lo abbiamo amato molto
e quando abbiamo dovuto pensare a un produttore quello
è stato il nome su cui ci siamo trovati tutti d’accordo.
Lui si spende moltissimo umanamente, ha una quantità
di energia pazzesca, e credo che il suono del disco sia
il risultato della dialettica tra Gigi (che di noi è
quello che più si spacca la testa in studio, e
ha più l’idea del suono che vuole tirare
fuori da un pezzo), Paolo, e Carlo Pinna che è
il fonico che ha lavorato per il disco.
E da quelle tre persone è venuto fuori il suono,
che è abbastanza sinfonico, tutto sommato, molto
pieno di livelli, che è il modo di lavorare di
Paolo. Noi arrivavamo sempre con dei premontaggi in testa,
quindi “vado e suono quella parte”. Invece
lui ti fa mettere molte cose e poi gratta, quindi viene
fuori come un montaggio molto più “cinematografico”
rispetto a un montaggio più “di animazione”
come facevamo noi, con le parti già tutte disegnate:
“arrivo e faccio quello”. Lui invece è
più un regista cinematografico: “fai dieci
take di queste” e poi le tagliavamo.
Piccoli film, appunto.
Esatto.
Tu sul palco hai questa fisicità
abbastanza forte, che sembra un misto tra timidezza e
poi movenze un po’ come se stessi confrontandoti
con un lottatore invisibile. Com’è insomma
il tuo approccio al palco, come ti senti, sei effettivamente
emozionato?
Sì, molto, moltissimo
E ti stai abituando?
No, è devastante. Stasera per esempio è
stato un bellissimo concerto ma non lo sapevo assolutamente.
Siamo andati a Genova e a Perugia il weekend scorso e
avevo 38, 39 di febbre e ho fatto due concerti praticamente
fermo, e gli altri sono andati un po’ in crisi,
si sono incazzati, non lo so. Ogni volta è diverso…
C’è stato un momento in cui avevo completamente
l’allergia ai fari, non avevo per niente voglia
di stare lì al centro e essere quello più
illuminato, alla fine sei un pezzo dei sei ma sei quello
più in vista, e c’è stato un momento
in cui non avevo voglia per niente. E bisogna trasformare
quell’energia un po’ negativa, che ti fa sentire
un po’ violentato, in energia positiva da dare alla
gente, ed è un processo veramente faticoso, soprattutto
per questo giro di date.
Credo comunque che questi movimenti
diano qualcosa al pubblico che li riceve e che viene coinvolto.
Sì, questo è quello che ti senti poi tornare,
e infatti poi ti pigli bene, per fortuna.
Sicuramente un cantante non-statico,
come sei tu, è più coinvolgente.
Io spero poi che ci siano delle volte in cui uno può
stare tranquillo dietro l’asta…
Sì, magari c’è
il rischio che diventi un po’ un mestiere, ogni
volta, fare “quello che si muove” se non ce
la si sente…
Esatto. L’importante è fare quello che ti
viene di fare e non pensare di dover sempre fare lo stesso.
Ci sono tante sfumature e modi di essere, non bisogna
aver paura di essere diverso da quello che magari hai
imparato a fare meglio.
Ho
letto poi di questo tentativo di partecipazione a Sanremo,
andato male. Cosa è successo?
Mah… Secondo me abbiamo proposto una canzone che
non aveva storia.
Cos’era?
Se fosse adesso. Insomma, secondo me non aveva i numeri,
quindi, come dire, han fatto bene a cassarci. Poi non
lo dovrei dire, non lo so. Questa è assolutamente
la mia opinione personale e lo sottolineo, sto parlando
solo per me. Detto questo ci spaventava andare con un
pezzo come Se mi scrivi, perché abbiam pensato
“ci mangiano vivi”.
L’idea di Sanremo ci piaceva anche per la possibilità
di suonare con un’orchestra dal vivo, perché
quante volte nella vita ti può capitare una roba
del genere?
Sappiamo che è un circo massimo, ti mettono dentro
a sta cosa molto più grande di te… Insomma
saremmo andati a farci fare a pezzi, se era il caso, o
a sopravvivere. Sanremo può anche uccidere un gruppo,
chi lo sa, magari ci avrebbe uccisi. Noi siamo sempre
stati curiosi di provare di tutto, però sono convinto
che siamo andati col pezzo sbagliato.
Credo che questo album abbia delle
grosse potenzialità di vendita, anche di classifica,
è accessibile e orecchiabile. Voi avete questo
obiettivo della classifica, di un pubblico più
ampio, o va bene così? E secondo voi che cosa manca
per potere effettivamente arrivare alle masse?
Noi quando facciamo un album di 12 canzoni abbiamo in
mente 12 singoli, mettiamo le canzoni che ci sembrano
costituire un disco più tondo e più bello.
Poi nel gioco delle cose è venuta fuori una canzone
come Se mi scrivi che è stata scritta da Gigi un
pomeriggio, preparandola per una cosa che fa lui in un
locale a Torino che si chiama Casseta Popular, dove lui
chiama vari musicisti a suonare acustici. Quel pomeriggio
suonava anche lui un paio di canzoni, doveva prepararne
una e ha scritto quella lì… praticamente
sul cesso, e nelle due ore successive a una cagata! (ride)
Gigi ha un incredibile talento pop, i Perturbazione secondo
me sono la somma di ascolti più indie, più
orientati verso la musica anglosassone, chiamiamola “alternativa”,
che è quello che ascoltano un tot di noi, e poi
di una parte, Elena e Gigi, che ha una formazione diversa
-classica quella di Elena, e radiofonica quella di Gigi
- . A differenza di noi, cresciuti con i dischi, lui è
cresciuto con la radio, quindi anche i cantautori ma poco,
i cantautori sono arrivati dopo, soprattutto canzonette:
da Drupi a Bobby Solo, alla roba sanremese. Poi lui è
passato per il metal e un po’ di tutto, ed è
la somma di queste cose, ma ha questo innato talento pop.
Poi a noi piacciono quelle canzoni lì, per fortuna
in Canzoni allo specchio c’è Se mi scrivi,
per noi è come una boccata di ossigeno. E’
bello come Paolo è riuscito a incastrarla, a livello
sonoro, l’ha cesellata bene, e sta bene nel disco.
Adesso è uscita come singolo e abbiamo fatto un
video, ci siamo divertiti molto, l’abbiamo fatto
con Guido Chiesa, che è di Torino ed è amico
di amici. Noi ci siamo tolti dal video, compariamo ma
non come protagonisti, è una storia di sms e professori,
una storia d’amore tra due studenti e due professori
girata all’interno di una scuola. I due professori
sono Carlo Lucarelli e Marina Massironi, quindi abbiamo
puntato al massimo che potevamo, nel senso della visibilità.
Ora non so se, per il rispondere alla tua domanda di prima,
faremo il botto… vediamo cosa succede, insomma,
senza fare piani quinquennali. Per me va bene tutto, ci
sono dei giorni che mi prende male per suonare al Milk
di Genova, magari se suoniamo al Festivalbar posso essere
preso malissimo o invece benissimo, non lo so, vedremo
cosa succede.
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