Scatti di Caterina FarassinoINTERVISTA a Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione. A cura di Federico Sardo
Per chiudere l’ottima stagione il Jail di Legnano ha organizzato un concerto di due nomi di punta della “canzone rock italiana”: Non voglio che Clara, vicini alla tradizione della musica italiana anni 60, e Perturbazione, gruppo ormai di prima fila nel panorama “indie” italiano, con il loro rock sposato a melodie pop e alle atmosfere della canzone d’autore.
I Perturbazione si dimostrano ancora una volta capacissimi e coinvolgenti, con un concerto di circa due ore, suonato ad altissimi livelli ma senza dimenticare il divertimento, sia dei musicisti – che si dimostrano affiatati e in ottima forma, dopo mesi di concerti - che del pubblico.
Colgo poi l’occasione per fare una chiacchierata con Tommaso Cerasuolo, il cantante, che dopo essersi speso in modo incredibile sul palco è ridotto a uno straccio. Reduce da una bronchite le sue parole sono inframmezzate da continui colpi di tosse, riusciamo comunque a portare a termine un’intervista sul suo gruppo, parlando del loro ruolo nella musica italiana, di dove sono arrivati e di dove vogliono arrivare.

Innanzitutto volevo chiederti di fare un bilancio, dopo circa tre mesi dall’uscita dell’album, dopo molti concerti in tutta Italia. Volevo sapere come stanno andando le cose e se siete contenti.
Siamo contenti, tra qualche giorno facciamo una piccola riunione fra di noi per fare appunto questo bilancio e, a giudicare dalle cose che ci siamo già detti, l’abbiamo trovata all’inizio un po’ dura. Avevamo molte aspettative, e un po’ di inevitabile “ansia da prestazione”, chi più chi meno. Ora siamo molto contenti, abbiamo girato in posti medio grandi, la gente che ci viene a vedere dimostra un affetto praticamente incondizionato, alle volte spaventoso. Ci sono delle sere in cui pensi di avere fatto cagare e dici “ma è troppo buona la gente, con me” e ti prendono dei complessi di colpa: “non merito di fare questo mestiere”, o almeno a me capitano queste cose, sono uno che si mette sempre in discussione. Però è molto bello, anche vedere tanti che cantano le canzoni, a dire il vero più quelle di In Circolo che dell’ultimo, e questo all’inizio ci ha un po’ spaventati. Poi ci siamo resi conto che forse è fisiologico e che il disco che abbiamo tra le mani, Canzoni allo specchio, a parte qualche episodio, è un po’ più oscuro, molto malinconico, e questo dal vivo rischia di rivoltarcisi un po’ contro. Stiamo cercando di definire al meglio una forma per suonare i pezzi dal vivo.
Il bilancio quindi alla fine è molto positivo, con un po’ di paure, ma normali, che speriamo di fugare con l’estate. Speriamo di prenderci bene definitivamente, anche nello stare insieme, senza enormi ambizioni, di vivercela così com’è, cioè come una cosa bella.

Siete comunque soddisfatti dell’album.
Sì, decisamente. E’ strano, alla fine molto scuro, più di quanto pensassimo. Io sono molto contento, ma anche tutti gli altri.

Questa svolta con meno rock, più verso la canzone d’autore, è stata voluta? E da cosa?
Avevamo fatto più canzoni di quante ne sono uscite su disco e poi ne abbiamo tagliate un po’, dandogli una forma più tonda, più omogenea rispetto a In circolo, che aveva tante cose più sperimentali. Abbiamo lavorato più sulla canzone, ed è venuto fuori quindi più un disco di ballate. In questo senso era voluto, è un percorso che si è delineato verso la fine però.

E come mai questa scelta di calma?
Penso che lo dica il titolo stesso, è stato un periodo di forte riflessione, abbiamo girato un sacco con In circolo, c’è stato il vivere determinate cose a livello personale e a livello di gruppo, che ha portato a guardarsi allo specchio e a trovare qualcuno di fronte anche che non ci si aspetta, magari diverso da quello che ti racconti. Di solito ci raccontiamo di essere persone buone, in fondo, belle, poi invece siamo persone magari non cattive ma fondamentalmente immature.
Magari sono state proprio le persone con le quali abbiamo condiviso un percorso che ci hanno insegnato a guardarci dentro in una determinata maniera, e per questo poi magari le perdi per strada, come se questo fosse una specie di antidoto.
Non so se si capisce qualcosa (ride), comunque era un periodo di riflessione e per questo è un disco abbastanza oscuro, esclusi alcuni episodi.

Scatti di Caterina FarassinoE credete di aver trovato così una direzione che manterrete anche in futuro o non escludete cambiamenti?
No, io spero di no. Intendiamoci ,sono molto contento del disco, ma ci siamo accorti tutti, essendo un album un po’ oscuro, della voglia di provare anche cose diverse. Ad esempio abbiamo girato con Alberto Campo, per presentare un suo libro che si chiama “Get Back, I giorni del rock”, che ha pubblicato con Laterza, e abbiamo fatto qualche presentazione, con Gigi alla chitarra, Elena al violoncello e io che cantavo. Facevamo un po’ di classiconi del rock, da Elvis fino a oggi, facevamo anche un pezzo di Eminem!
Io per esempio mi sono accorto che avrei voglia di fare un disco un po’ come Il materiale e l’immaginario, lontanamente hip hop… Lo so che sembra assurdo i Perturbazione hip hop, però mi viene in mente un disco di quel genere, o un disco molto più duro, o un disco più soul come può essere Animalia, oppure un disco tutto di pezzi più pop tipo Se mi scrivi… Non lo so, un sacco di cose, mile idee e direzioni…

Insomma non volete fossilizzarvi
No, no, assolutamente, questo di sicuro.
Anche le collaborazioni, ogni volta, ci ispirano, come Paolo (Benvegnù) in questo disco.
Per come siamo noi abbiamo determinate corde che possono vibrare a seconda dei periodi della nostra vita, ma poi abbiamo bisogno di un catalizzatore esterno, anche per come sono le nostre professionalità come musicisti, non siamo eccelsi, anzi, tutti autodidatti, tranne Elena che è l’unica diplomata al conservatorio col violoncello, e quindi come musicisti il fatto di imparare delle cose dall’esterno può essere solo positivo.

Parlaci un po’ di questa esperienza con Benvegnù alla produzione, come è nata, come vi siete trovati, come si è trovato lui, come è andata…
Bene, ci siamo amati a vicenda. Lui ha trovato in noi tante cose degli Scisma, ad esempio il fatto che siamo in sei, un po’ i conflitti interni al gruppo, le classiche cose che si vivono in una famiglia… Noi abbiamo due sposati, due fratelli… Abbiamo ascoltato il suo Piccoli fragilissimi film, e lo abbiamo amato molto e quando abbiamo dovuto pensare a un produttore quello è stato il nome su cui ci siamo trovati tutti d’accordo. Lui si spende moltissimo umanamente, ha una quantità di energia pazzesca, e credo che il suono del disco sia il risultato della dialettica tra Gigi (che di noi è quello che più si spacca la testa in studio, e ha più l’idea del suono che vuole tirare fuori da un pezzo), Paolo, e Carlo Pinna che è il fonico che ha lavorato per il disco.
E da quelle tre persone è venuto fuori il suono, che è abbastanza sinfonico, tutto sommato, molto pieno di livelli, che è il modo di lavorare di Paolo. Noi arrivavamo sempre con dei premontaggi in testa, quindi “vado e suono quella parte”. Invece lui ti fa mettere molte cose e poi gratta, quindi viene fuori come un montaggio molto più “cinematografico” rispetto a un montaggio più “di animazione” come facevamo noi, con le parti già tutte disegnate: “arrivo e faccio quello”. Lui invece è più un regista cinematografico: “fai dieci take di queste” e poi le tagliavamo.

Piccoli film, appunto.
Esatto.

Tu sul palco hai questa fisicità abbastanza forte, che sembra un misto tra timidezza e poi movenze un po’ come se stessi confrontandoti con un lottatore invisibile. Com’è insomma il tuo approccio al palco, come ti senti, sei effettivamente emozionato?
Sì, molto, moltissimo

E ti stai abituando?
No, è devastante. Stasera per esempio è stato un bellissimo concerto ma non lo sapevo assolutamente. Siamo andati a Genova e a Perugia il weekend scorso e avevo 38, 39 di febbre e ho fatto due concerti praticamente fermo, e gli altri sono andati un po’ in crisi, si sono incazzati, non lo so. Ogni volta è diverso…
C’è stato un momento in cui avevo completamente l’allergia ai fari, non avevo per niente voglia di stare lì al centro e essere quello più illuminato, alla fine sei un pezzo dei sei ma sei quello più in vista, e c’è stato un momento in cui non avevo voglia per niente. E bisogna trasformare quell’energia un po’ negativa, che ti fa sentire un po’ violentato, in energia positiva da dare alla gente, ed è un processo veramente faticoso, soprattutto per questo giro di date.

Credo comunque che questi movimenti diano qualcosa al pubblico che li riceve e che viene coinvolto.
Sì, questo è quello che ti senti poi tornare, e infatti poi ti pigli bene, per fortuna.

Sicuramente un cantante non-statico, come sei tu, è più coinvolgente.
Io spero poi che ci siano delle volte in cui uno può stare tranquillo dietro l’asta…

Sì, magari c’è il rischio che diventi un po’ un mestiere, ogni volta, fare “quello che si muove” se non ce la si sente…
Esatto. L’importante è fare quello che ti viene di fare e non pensare di dover sempre fare lo stesso. Ci sono tante sfumature e modi di essere, non bisogna aver paura di essere diverso da quello che magari hai imparato a fare meglio.

Scatti di Caterina FarassinoHo letto poi di questo tentativo di partecipazione a Sanremo, andato male. Cosa è successo?
Mah… Secondo me abbiamo proposto una canzone che non aveva storia.

Cos’era?
Se fosse adesso. Insomma, secondo me non aveva i numeri, quindi, come dire, han fatto bene a cassarci. Poi non lo dovrei dire, non lo so. Questa è assolutamente la mia opinione personale e lo sottolineo, sto parlando solo per me. Detto questo ci spaventava andare con un pezzo come Se mi scrivi, perché abbiam pensato “ci mangiano vivi”.
L’idea di Sanremo ci piaceva anche per la possibilità di suonare con un’orchestra dal vivo, perché quante volte nella vita ti può capitare una roba del genere?
Sappiamo che è un circo massimo, ti mettono dentro a sta cosa molto più grande di te… Insomma saremmo andati a farci fare a pezzi, se era il caso, o a sopravvivere. Sanremo può anche uccidere un gruppo, chi lo sa, magari ci avrebbe uccisi. Noi siamo sempre stati curiosi di provare di tutto, però sono convinto che siamo andati col pezzo sbagliato.

Credo che questo album abbia delle grosse potenzialità di vendita, anche di classifica, è accessibile e orecchiabile. Voi avete questo obiettivo della classifica, di un pubblico più ampio, o va bene così? E secondo voi che cosa manca per potere effettivamente arrivare alle masse?
Noi quando facciamo un album di 12 canzoni abbiamo in mente 12 singoli, mettiamo le canzoni che ci sembrano costituire un disco più tondo e più bello. Poi nel gioco delle cose è venuta fuori una canzone come Se mi scrivi che è stata scritta da Gigi un pomeriggio, preparandola per una cosa che fa lui in un locale a Torino che si chiama Casseta Popular, dove lui chiama vari musicisti a suonare acustici. Quel pomeriggio suonava anche lui un paio di canzoni, doveva prepararne una e ha scritto quella lì… praticamente sul cesso, e nelle due ore successive a una cagata! (ride)
Gigi ha un incredibile talento pop, i Perturbazione secondo me sono la somma di ascolti più indie, più orientati verso la musica anglosassone, chiamiamola “alternativa”, che è quello che ascoltano un tot di noi, e poi di una parte, Elena e Gigi, che ha una formazione diversa -classica quella di Elena, e radiofonica quella di Gigi - . A differenza di noi, cresciuti con i dischi, lui è cresciuto con la radio, quindi anche i cantautori ma poco, i cantautori sono arrivati dopo, soprattutto canzonette: da Drupi a Bobby Solo, alla roba sanremese. Poi lui è passato per il metal e un po’ di tutto, ed è la somma di queste cose, ma ha questo innato talento pop.
Poi a noi piacciono quelle canzoni lì, per fortuna in Canzoni allo specchio c’è Se mi scrivi, per noi è come una boccata di ossigeno. E’ bello come Paolo è riuscito a incastrarla, a livello sonoro, l’ha cesellata bene, e sta bene nel disco.
Adesso è uscita come singolo e abbiamo fatto un video, ci siamo divertiti molto, l’abbiamo fatto con Guido Chiesa, che è di Torino ed è amico di amici. Noi ci siamo tolti dal video, compariamo ma non come protagonisti, è una storia di sms e professori, una storia d’amore tra due studenti e due professori girata all’interno di una scuola. I due professori sono Carlo Lucarelli e Marina Massironi, quindi abbiamo puntato al massimo che potevamo, nel senso della visibilità.
Ora non so se, per il rispondere alla tua domanda di prima, faremo il botto… vediamo cosa succede, insomma, senza fare piani quinquennali. Per me va bene tutto, ci sono dei giorni che mi prende male per suonare al Milk di Genova, magari se suoniamo al Festivalbar posso essere preso malissimo o invece benissimo, non lo so, vedremo cosa succede.

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