genere:
drammatico

regia
:
Kar Wai Wong

cast:
Tony Chiu-Wai Leung, Gong Li, Faye Wong, Takuya Kimura, Ziyi Zhang, Carina Lau Ka Ling, Chang Chen

link:
2046

distribuzione:
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2046
È una stanza d’albergo, è il titolo di un romanzo, è un tempo/spazio in cui si vanno a riconquistare i ricordi perduti, poiché “nulla cambia, nel 2046”. Dal 2046 Hong Kong tornerà alla Cina, ponendo fine alla sua amministrazione autonoma.
Gioca con il numero, Wong Kar-Wai, e la sua fissazione per le date di scadenza, i termini ultimi, il tempo, poroso, della memoria; una sceneggiatura come minimo labirintica inscena le memorie di un seduttore, e nondimeno stabilisce un parallelo tra la sorte di Hong Kong, più come sensazione che non come processo storico-politico, e il mondo perduto dei personaggi. Di “In The Mood For Love”, “2046” rappresenta la continuazione e l’ampliamento (l’impossibilità di amare una donna rapportata all’impossibilità di amarne tante). “2046” è tutto composto da e su delle reminiscenze; ricordi, come il memoriale dello scrittore playboy Chow (sempre interpretato da Tony Leung), e ricordi del cinema di Wong Kar-Wai, siccome tanti sono i temi, le azioni, le immagini feticcio dell’esteta di Hong Kong. Siamo nel suo mondo, un mondo sognante e nostalgico, ed è lo stesso mondo dei sentimenti che Chow idealizza facendo materia dei suoi romanzi i rapporti irrisolti con le sue amate. Tutti qui si abbandonano ai ricordi e ai rimpianti per quel qualcosa che è stato, e che non è più presente, mentre il tempo fluisce irreversibile, fuori dai personaggi, e ritorna di continuo su se stesso, dentro i personaggi. Se rapportato alla storia, certamente ridondante e di certo studiata per la messa in scena, e non viceversa (riducendola ai minimi termini, una sorta di impossibilità di compiere il desiderio ma anche di rinunciare ad esso e alla caducità dei sentimenti), lo stile visionario e saturo ma mai greve, per via di una leggiadria rifinita al millimetro, è sì squisitamente autoreferenziale però non ha nulla di vacuo. Ogni artificio, grafema, taglio, tutto ha una rispondenza. Ed è quindi musica per gli occhi, le orecchie, il cuore, il complicatissimo sinodo di forme di un Wong Kar-Wai arbitro di eleganza.
Uno stile di complessa modernità, ipersurrealista, che si avvale del solito contributo coloristico e luministico di Cristopher Doyle, direttore della fotografia funzionale come non mai all’esercizio del regista (una sequenza particolarmente bella è un campo/controcampo senza stacchi, solo con sovrimpressioni e dissolvenze), fa di Wong Kar-Wai il maestro dell’inquadratura oberata di dettagli, del flou, del ralenti. Wong ha soprattutto un modo di scolpire il tempo, come un Michelangelo (Buonarroti quanto Antonioni). Una proiezione a scatti dove la fluidità del movimento a velocità normale viene decurtata di singoli fotogrammi e dà l’impressione della slow motion; questo suo emblema dona un ritmo sincopato e appassionante alla pellicola, incurante dell’indecidibilità del tempo e del riflusso continuo delle storie, come a dire che la materia filmica proceda di per sé: quadri in cui si frappongono più ritmi visivi, movimenti di macchina e personaggi intrecciati in un groviglio amoroso, i passi della colonna sonora sincronizzati in maniera divina con primi piani (“a Lulu non importava che le sue storie finissero bene, quello che le importava era esserne l’eroina”, e parte il tema), campi medi (stesso tema: Chow solo nella bisca, circondato dalle tracce ottiche in movimento degli altri giocatori) o le inquadrature dal basso della terrazza, con un pezzo di insegna dell’hotel, su cui sostano pensierosi i protagonisti, di norma sulla celebre aria di Bellini “Casta Diva”. Da set di un bravo DJ, una serie di loop di memoria adattati alle arie d’opera, alle canzoni e alle composizioni strumentali di una soundtrack ricercatissima, dove la voce narrante funge da direttore d’orchestra visuale e narrativo. Ma in questo saggio sul proprio stile che è prima di tutto bellezza, passione, emozione, Wong fa ancora di più, realizzando una pellicola che ha per oggetto il suo stesso cinema, che è sensualità totale e totale seduzione ma anche illusione e spaesamento, quindi il cinema in generale e le possibilità della memoria sul tempo.
Di un viso liscio e perfetto, di una mano guantata di nero che ondeggia al ritmo dei passi, delle inquadrature ad alzo zero da terra dei tacchi che disegnano traiettorie come volute di fumo, dei muri che tremano al ritmo, sempre il ritmo, della passione, rimangono il racconto e le immagini così attorcigliate al senso di una mancanza. Una porta che si chiude da due punti di vista, come è la fine di una relazione, lascia in dote una traccia immateriale e però persistente, un desiderio. Analogia con il cinema, traccia evanescente, intangibile e onirica, e tuttavia emozione, desiderio, la grande illusione di poter replicare il tempo. Prepondera l’aspetto illusionistico non solo nella messa in scena - ci sono giochi di specchi e su superfici riflettenti fin dalle primissime inquadrature (sembra di vedere il profilo del viaggiatore, ma è la sua immagine riflessa) - ma nell’idea stessa del film. Così 2046 gira su se stesso come il disco che piroetta sotto la puntina, dando l’illusione di un percorso concavo (la puntina del giradischi che volteggia distorta finisce per identificare la penna di Chow/Tony Leung) in una sorta di rituale che mantiene viva l’emozione provata e cerca di catturarla per sempre. Ma anche questo è un mistero. Un mistero è perché nel 2046 si vada a ricercare il passato e il ricongiungimento, impossibile, con esso. Non si possono sovrapporre due amori e non si possono sovrapporre due momenti nel tempo rendendoli uguali. Anche per questo i ricordi, ci dice Wong Kar-Wai, sono bagnati di lacrime. Alla fine, Chow non sa liberarsi del tempo e del ricordo di un unico amore. Sul solito taxi, con la testa ugualmente reclinata, ma stavolta solo, senza alcuna partner cui appoggiarsi, a quei ricordi vuole ricongiungersi disperatamente. E procede, invece, verso l’ignoto, il nulla, l’oblio (?). Il punto di fuga temporale è una dimensione a cui ci si può solo affidare ciecamente. La risposta? Nel 2046, quando si avranno solo i propri ricordi. Comunque, un film grandissimo, che sembra non avere date di scadenza.
2046. Ci vediamo là.
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