s c r i v i m i
[ n.4 - novembre 2004 ]
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RUBRICA: Il Punto del Cinefilo

Il mese scorso ci eravamo lasciati con il famoso quesito “marzulliano”, riguardante il potere evocativo e sognante del cinema.
I film (ma anche la televisione) offrono sempre meno la possibilità allo spettatore di viaggiare con la fantasia, optando per mettere in scena la cruda realtà.
La tradizione di mettere in scena la realtà, senza manipolazioni, ha precedenti illustri, rintracciabili nei padri del neorealismo italiano (Rossellini, Zavattini, De Sica, etc…) che hanno inevitabilmente segnato l’evoluzione della storia del cinema mondiale.
Oltre allo scopo sociale, di denuncia e di documentazione, il cinema possedeva, prima del neorealismo, una funzione “mediatica”. Era infatti un mezzo per evadere dalla realtà, per distrarsi dai problemi quotidiani, per svagarsi. Non dimentichiamo che le primissime pellicole di fine ‘800, proiettate nelle fiere e in occasioni speciali (non esistevano ancora le sale cinematografiche), erano delle vere e proprie “esperienze” visive, un ‘ibrido tra il futuro spettacolo cinematografico, il teatro e il trasformismo.
Questi aspetti oggi sono messi in secondo piano.
L’ultimo film che ricordo agire in senso “evasivo” è stato “Il Favoloso Mondo di Amelìe”, con una protagonista degna di un cartone animato, tanta era la sua capacità di immaginazione e astrazione in un mondo proprio, nel quale lo spettatore poteva immedesimarsi per la durata della pellicola.
Sono quei film che producono un senso di appagamento nello spettatore, una volta uscito dalla sala cinematografica; quelli che ricordiamo con immenso piacere non appena appoggiamo la testa sul cuscino e chiudiamo gli occhi, immaginando di appartenere a qualche lontana galassia spaziale,o impersonare un’abile ispettore di polizia, impegnato a risolvere i più intricati misteri.
Il genere che sembra appagare la nostra voglia di sogni sono i film d’animazione, ultimamente di ottima qualità.

Tutti questi cambiamenti significano forse che non siamo più capaci di sognare, o che i registi non riescono più a mettere in scena “favole” moderne?
Forse le “favole” moderne sono costellate di drammi personali o di tragedie, riflesso inevitabile del mondo reale che ci circonda,e quindi perdono il loro significato iniziale.
Dopotutto, riflettiamo: se negli ultimi Festival di Cannes e agli Oscar, si è messo in luce un cineasta come Michael Moore, documentarista per eccellenza, significa che il cinema ha virato verso orizzonti realistici e drammatici ritagliandosi sempre meno spazio per i sogni, se non quelli dei nostri bambini.
E vista la situazione mondiale è bene che loro continuino a sognare.

Buon cinema a tutti! :)

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