“Dopo Mezzanotte” è
più della risposta tutta italiana, indipendente
e proletaria ai Dreamers di Bertolucci - pensateci:
il triangolo, ma senza sovrapposizioni incestuose,
contro il triangolo semi-incestuoso, il Museo della
Mole e la Cinémathèque Française,
Keaton e Chaplin, ma più che altro la presenza
costante della storia del cinema e della citazione
filmica in entrambe le pellicole - poiché è
un film che Davide Ferrario scrive, gira in digitale
e si autoproduce con intelligenza e ironia. Lo fa
mescolando entrambe a uno sguardo partecipe e, allo
stesso tempo, delicato, che si avvale della voce over
di Silvio Orlando quale sua giusta controparte sonora.
C’è un Giorgio Pasotti felicemente deTVizzato
e, altrettanto felicemente, demuccinizzato, che non
alza affatto la voce e anzi misura le parole in totale
parsimonia. Così, del resto, vuole il suo taciturno
personaggio: Martino, custode della Mole Antonelliana
e quindi del Museo Nazionale del Cinema che ha sede
nel più famoso edificio del centro di Torino.
Martino il custode passa il tempo nella piccola abitazione
che ha ricavato per sé in un magazzino abbandonato
nel grande monumento, oppure gira in bici, va a trovare
il nonno pescatore e riprende le vedute della città
con una cinepresa antidiluviana, giocando (ma per
lui la cosa conta molto più di un gioco) a
fare il pronipote dei Lumière in un corpo keatoniano
(goffaggini, tic, movenze e cadute, mimica e gag sono
tipicamente slapstick). Di notte quando lavora, l’interno
Mole è il suo regno, la giuntatrice il suo
strumento prediletto, le “pizze” il suo
archivio dei sogni.
Dal centro alla periferia. Gli altri due personaggi
principali, Amanda e il suo fidanzato, l’Angelo,
sono del quartiere della Falchera, che in tanti giudicano
malfamato mentre ben pochi lo conoscono davvero. Lui
è un ladro di macchine, lei lavora in un fast
food e Martino, prima di iniziare il suo turno (il
perché, dacché a lui piacciono solo
le mele, si capirà poi), passa di lì
ordinando sempre lo stesso menu. O meglio, annuendo
con il capo alla domanda “Il solito”?
Quando lei rovescia un cestello di olio bollente sugli
zebedei dell’insopportabile capetto new economy,
e per salvarsi si rifugia nella Mole con il consenso
muto di Martino, lui come un ragno, ma con molto pudore,
finisce per attirare nel suo mondo la ragazza di cui
da prima è segretamente innamorato, tanto da
averla ritratta con la sua cinepresa antiquaria in
un filmetto che le mostrerà a mo’ di
dichiarazione d’amore. E qui entrano in scena
i film come “Il Fuoco” di Pastrone, le
riprese da cinema dei primordi, i cinegiornali in
stile belle époque, soprattutto Buster Keaton,
la cui visione/messa in scena dell’amore è
fatta propria da Martino: un sacco di capitomboli
e due figure, lui e lei, che camminano mano nella
mano, possibilmente con un mascherino a iride che
si chiude sulla dolce musica che emanano i loro cuori.
(Lieto) Fine.
Essenziale come solo avrebbe potuto essere, il film
ha un prologo (bello, quasi come i titoli di testa
di Primo Amore) che dispone ad una grande magnanimità
nei confronti dell’opera. Un’urna precipita
e si rompe, e il misterioso pulviscolo si libra nell’aria
del quadro. Da una panoramica sulle luci notturne,
sfocate, di Torino in riva al Po, si passa a raccontare
delle origini del cinema e degli spettacoli di lanterna
magica agganciandoli al presente (la stessa panoramica
viene fatta dal personaggio-operatore mentre riprende
il corso del fiume). C’è poi una bella
scena in cui Francesca Inaudi viene fatta girare con
dolcezza nel mondo di ombre elettriche e fantasia
accesole da Pasotti/Martino; il suo sguardo all’insù
rapito dalle immagini ha lo stesso candido stupore
che avevano, forse, i primi spettatori del cinematografo.
Più che nella stessa Torino, Dopo Mezzanotte
è proprio inscritto dentro la Mole. La Mole
che dà anche i numeri (di Fibonacci), la Mole
che è un punto di vista magico sulla città
(persino il bruttissimo fast food sembra bello se
visto da lassù); la Mole, insieme di forme
concentriche e scale a chiocciola, un edificio da
cinema espressionista degli anni ‘20.
Perché, come dice proprio Silvio Orlando, all’inizio
del cinema non c’erano i personaggi; meglio
di essi sono i luoghi, che raccontano davvero le storie.
La cinepresa digitale di Davide Ferrario diventa l’equivalente
di quella di Martino, riprendendo a suo modo la realtà
filmata così com’è. Con un budget
ridotto, e la cui cifra gli incassi hanno già
superato, il regista di “Tutti Giù Per
Terra” e “Figli Di Annibale”, ma
pure del discusso “Guardami”, ha realizzato
così il film italiano più divertente,
godibile, incantevole e incantato (sempre con il primo
piano girevole della Inaudi negli occhi) visto negli
ultimi tempi, almeno nel campo della commedia d’autore.
Il migliore dell’annata tricolore, “so
far”.
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