genere:
romantico, drammatico

regia
:
Davide Ferrario

interpreti principali:
Giorgio Pasotti, Francesca Inaudi, Fabio Troiano, Francesca Picozza
trama, film, recensione, cinema, articolo, intervista, recensioni, critica, regia, rassegna, stampa, festival, sinossi, trailer
 
DOPO MEZZANOTTE

“Dopo Mezzanotte” è più della risposta tutta italiana, indipendente e proletaria ai Dreamers di Bertolucci - pensateci: il triangolo, ma senza sovrapposizioni incestuose, contro il triangolo semi-incestuoso, il Museo della Mole e la Cinémathèque Française, Keaton e Chaplin, ma più che altro la presenza costante della storia del cinema e della citazione filmica in entrambe le pellicole - poiché è un film che Davide Ferrario scrive, gira in digitale e si autoproduce con intelligenza e ironia. Lo fa mescolando entrambe a uno sguardo partecipe e, allo stesso tempo, delicato, che si avvale della voce over di Silvio Orlando quale sua giusta controparte sonora.
C’è un Giorgio Pasotti felicemente deTVizzato e, altrettanto felicemente, demuccinizzato, che non alza affatto la voce e anzi misura le parole in totale parsimonia. Così, del resto, vuole il suo taciturno personaggio: Martino, custode della Mole Antonelliana e quindi del Museo Nazionale del Cinema che ha sede nel più famoso edificio del centro di Torino. Martino il custode passa il tempo nella piccola abitazione che ha ricavato per sé in un magazzino abbandonato nel grande monumento, oppure gira in bici, va a trovare il nonno pescatore e riprende le vedute della città con una cinepresa antidiluviana, giocando (ma per lui la cosa conta molto più di un gioco) a fare il pronipote dei Lumière in un corpo keatoniano (goffaggini, tic, movenze e cadute, mimica e gag sono tipicamente slapstick). Di notte quando lavora, l’interno Mole è il suo regno, la giuntatrice il suo strumento prediletto, le “pizze” il suo archivio dei sogni.
Dal centro alla periferia. Gli altri due personaggi principali, Amanda e il suo fidanzato, l’Angelo, sono del quartiere della Falchera, che in tanti giudicano malfamato mentre ben pochi lo conoscono davvero. Lui è un ladro di macchine, lei lavora in un fast food e Martino, prima di iniziare il suo turno (il perché, dacché a lui piacciono solo le mele, si capirà poi), passa di lì ordinando sempre lo stesso menu. O meglio, annuendo con il capo alla domanda “Il solito”? Quando lei rovescia un cestello di olio bollente sugli zebedei dell’insopportabile capetto new economy, e per salvarsi si rifugia nella Mole con il consenso muto di Martino, lui come un ragno, ma con molto pudore, finisce per attirare nel suo mondo la ragazza di cui da prima è segretamente innamorato, tanto da averla ritratta con la sua cinepresa antiquaria in un filmetto che le mostrerà a mo’ di dichiarazione d’amore. E qui entrano in scena i film come “Il Fuoco” di Pastrone, le riprese da cinema dei primordi, i cinegiornali in stile belle époque, soprattutto Buster Keaton, la cui visione/messa in scena dell’amore è fatta propria da Martino: un sacco di capitomboli e due figure, lui e lei, che camminano mano nella mano, possibilmente con un mascherino a iride che si chiude sulla dolce musica che emanano i loro cuori. (Lieto) Fine.
Essenziale come solo avrebbe potuto essere, il film ha un prologo (bello, quasi come i titoli di testa di Primo Amore) che dispone ad una grande magnanimità nei confronti dell’opera. Un’urna precipita e si rompe, e il misterioso pulviscolo si libra nell’aria del quadro. Da una panoramica sulle luci notturne, sfocate, di Torino in riva al Po, si passa a raccontare delle origini del cinema e degli spettacoli di lanterna magica agganciandoli al presente (la stessa panoramica viene fatta dal personaggio-operatore mentre riprende il corso del fiume). C’è poi una bella scena in cui Francesca Inaudi viene fatta girare con dolcezza nel mondo di ombre elettriche e fantasia accesole da Pasotti/Martino; il suo sguardo all’insù rapito dalle immagini ha lo stesso candido stupore che avevano, forse, i primi spettatori del cinematografo. Più che nella stessa Torino, Dopo Mezzanotte è proprio inscritto dentro la Mole. La Mole che dà anche i numeri (di Fibonacci), la Mole che è un punto di vista magico sulla città (persino il bruttissimo fast food sembra bello se visto da lassù); la Mole, insieme di forme concentriche e scale a chiocciola, un edificio da cinema espressionista degli anni ‘20.
Perché, come dice proprio Silvio Orlando, all’inizio del cinema non c’erano i personaggi; meglio di essi sono i luoghi, che raccontano davvero le storie. La cinepresa digitale di Davide Ferrario diventa l’equivalente di quella di Martino, riprendendo a suo modo la realtà filmata così com’è. Con un budget ridotto, e la cui cifra gli incassi hanno già superato, il regista di “Tutti Giù Per Terra” e “Figli Di Annibale”, ma pure del discusso “Guardami”, ha realizzato così il film italiano più divertente, godibile, incantevole e incantato (sempre con il primo piano girevole della Inaudi negli occhi) visto negli ultimi tempi, almeno nel campo della commedia d’autore. Il migliore dell’annata tricolore, “so far”.

invia una recensione di Tommaso Iannini
| cinema | archivio | top |