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genere:
documentario

regia
:
Michael Moore

cast:
Michael Moore

siti ufficiali:
fahrenheit 9/11
michael moore
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FAHRENHEIT 9/11

“Sappiamo per certo dove sono le armi irachene. Nella zona tra Tikrit e Baghdad. E poi a nord, sud, ovest, est” (Donald Rumsfeld).

Il documentario di Michael Moore che ha vinto a Cannes inizia da dove partiva il suo libro “Stupid White Men”, vale a dire con il conteggio elettorale in Florida che fu una sorta di spareggio per l’assegnazione delle presidenziali del 2000. Una parte della comunità afroamericana venne scippata della possibilità (no, che dico, del diritto) di voto, nello stato unito governato dal fratello di Bush e alle cui liste elettorale presiedeva la responsabile della campagna dei repubblicani. In seguito, nessun senatore ha firmato le petizioni che denunciavano gli abusi, rendendole nulle. Quindi Al Gore si ritrova, in quanto vicepresidente uscente, a certificare la vittoria del rivale accettando la decisione della Corte Suprema piena di amici di George senior. Ecco quindi l’insediamento di George W. alla Casa Bianca bersagliato di cori e uova.
Ma dove il film inizia veramente a graffiare è nella sequenza di Bush nell’aula di una scuola elementare, nel momento esatto in cui a New York sta succedendo l’inferno delle Torri. Avvisato, Bush fa finta di leggere il sussidiario. Nessuno sa bene cosa fare e qui c’è un’inquadratura documentaria che ha veramente del cinematografico (ma come hai fatto, Moore?). Bush in primo piano. Dietro di lui è scritto su una piccola lavagna: “Leggere fa grande un paese”. E mentre la macchina da presa stringe in avanti sul suo primissimo piano per alcuni interminabili secondi, lui agli arresti dentro il quadro, la lavagna, l’espressione ebete e sbigottita (oltre che bigotta), quelle orecchie che all’improvviso - dal nulla e nel nulla - si direbbero aguzze e prossime da un momento all’altro diventare d’asino quanto gli occhi (a me ha fatto questo effetto, anche è solo illusione causata dall’intensificarsi della ripresa), fanno il momento clou del film. O uno dei momenti clou.
Michael Moore si dimostra geniale in dettagli come questo, ma il merito è anche di Bush. La satira di Moore non è mai tanto esilarante ed erosiva delle certezze repubblicane come quando cede la parola ai diretti interessati, non fa più danni di quando lascia George solo a se stesso, al suo gergo da cowboy, alle sue sgrammaticature, al suo umorismo ellittico, alle disquisizioni sugli armadilli e alle sue filippiche sulle armi nuc-u-leari (“nuculear” nell’originale) dei nemici della libertà pronunciate tra una mazzata e l’altra sul campo da golf. Oppure, di quando il simpatico e davvero enorme Michael riprende i discorsi di chi cerca di arruolare ragazzi per il corpo dei Marines (in qualsiasi modo. Vuoi fare il musicista? Bene, ti daremo una mano noi. Giochi a basket? Andrai in giro per il mondo con le squadre militari. Hai figli? Sei il nostro tipo ideale), di chi la guerra va a farla come un videogame con la colonna sonora nell’elmetto (ricordate la Cavalcata delle Walkirie di “Apocalypse Now”? Adesso ci sono i Drowning Pool. E i nomignoli: tra Charlie che non faceva surf e Alì Baba, la sostanza non cambia davvero). Poi, la lettera di un ragazzo ucciso al fronte dalla quale si percepisce una forte voce di dissenso. E, specularmente, un altro giovane soldato non sembra capacitarsi del fatto di non essere voluto dagli iracheni a cui porta pace e democrazia. In mezzo agli affari loschi e ai conflitti di interessi di Bush e dei pezzi grossi della sua amministrazione (Dick Cheney per primo). Molto gravi, e documentati.
La perorazione di Moore è coinvolgente: Moore dimostra di conoscere bene il mezzo che ha a disposizione (l'insieme di materiali di repertorio e di sue riprese dal vero) e suscita il suo stesso sdegno, mostrando i legami dei Bush con la famiglia saudita e il modo in cui l’amministrazione repubblicana avrebbe preso la palla al balzo dell’11 settembre per un piano premeditato di aggressione in Iraq, un piano le cui motivazioni vanno sempre più sbriciolandosi per ogni giorno che passa in cui una mamma, concittadina di Moore, piange un figlio perso in una guerra di menzogne e dall’altra parte, quella del nemico, dolore e rabbia sono pari e tanto si assomigliano. Ma anche equivalendosi le due opposte sofferenze non si compensano, né si compenseranno mai, andando semmai a sommarsi e moltiplicarsi.
Al di là dell’ironia e della satira, per Moore è una questione etica: un comportamento immorale non può che produrne altri. La seconda parte del film allora non è più una gag ma un pugno nello stomaco diretto, inaspettatamente crudo (anche con immagini cruente del conflitto): “Fahrenheit 9/11” smonta la realtà americana e fa reagire chimicamente le sue contraddizioni (fare della libertà una propria merce d’esportazione mentre la si limita ai propri cittadini; lasciarsi governare dalla paura e manipolare dai media). Una classe dirigente guerrafondaia che manda al fronte per primi i meno abbienti seducendoli in modo abietto e subdolo, mentre li droga di retorica e promesse vane di riscatto sociale per poi tagliare loro i fondi.
Contraddizioni che sono anche di Michael, il quale non esita a dire che gli Stati Uniti sono un grande paese, paese a cui lui stesso vuole fare del bene con il suo documentario. Perché sono il suo film e il suo paese, in fin dei conti. I duellanti Moore e Bush non sono che due facce, due corpi, due anime di una nazione. Michael Moore è un americano come lo è Bush, solo un po’ diverso (un bel po’ diverso): “Fahrenheit 9/11” è anche la storia di un uomo che deborda di intelligenza da tutta la sua mole e di uno che l’ha assunta con il contagocce ma ha presto smesso la cura. Di uno che incarna, in tanta carne, lo spirito americano e di uno che intasca, in molte tasche diverse, quello del dollaro. “Fahrenheit 9/11”: andatelo a vedere.
Popolate le sale in cui si proietta questo film.

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