Dove non si parla di gesta impressionanti.
Dove protagonista non è il “Che”
ma Ernesto Guevara de La Serna, giovane studente argentino
di medicina. Fùser (sarebbe il “furibondo
Serna”), come lo chiama l’amico Alberto
Granado (a sua volta chiamato Mial, cioè “mio
Alberto”).
Due giovani in viaggio, un biochimico vicino ai trent’anni
(Alberto) e l’amico, che ne compirà ventiquattro
durante il tragitto. Nella ricostruzione dello storico
spostamento giovanile attraverso la maiuscola America
compiuto dal futuro comandante, si rema senza farsi
spingere dal vento dell’agiografia anche nella
circostanza più pericolosa da questo punto
di vista (quando il giovane dottore venuto dall’Argentina
convince una giovane malata ribelle a farsi operare).
Succede in virtù di un racconto di formazione
giocato sullo sguardo, dove l’aprire gli occhi
sulla realtà diventa la vera conquista. La
voce narrante è infatti limitata all’essenziale
(inizio, conclusione, lettere), il resto lo fanno
il profilmico e l’attenta regia, ciò
che è davanti alla cinepresa e chi le è
dietro. La scoperta progressiva dell’America
Latina, che porterà Ernesto alla consapevolezza
di fare parte di un’unica razza meticcia estesa
dal Messico allo stretto di Magellano, è frutto
dell’acquisizione di un punto di vista che matura
sequenza dopo sequenza. E la soggettiva ne diventa
la condizione essenziale, come anche una questione
di scala: dal carrello in avanti motorizzato che è
una falsa visuale dalla moto (il veicolo entra infatti
in campo da sinistra), Salles ci mostra i due protagonisti
a cavallo della Poderosa percorrere immensi spazi
aperti, in cui il loro passaggio visto da lontano
arriva a occupare quasi sempre una porzione infinitesimale
del quadro, seguito o più spesso preceduto
da attimi di attesa in cui l’inquadratura contempla
solo il grande paesaggio vuoto. Illustrato con panoramiche,
carrelli o ripresa fissa, questo transito è
quasi sempre all’interno di campi lunghissimi
in cui le enormi distese sudamericane, e così
il loro orizzonte esteso verso i monti della grande
cordigliera andina servono proprio a cogliere la sproporzione
fisica e cognitiva tra Alberto ed Ernesto e il continente
che vanno attraversando. Quando la coppia, partita
sapendo più di Greci e Fenici che degli Inca,
rimane appiedata (ad esempio nel deserto di Atacama),
si preferisce di solito seguirla o precederla andando
all’indietro con la macchina a spalla. I due
stanno imparando da ciò che guardano, soprattutto
stanno imparando a guardare: da normale viaggio iniziatico,
il percorso a tappe diventa quindi coscienza di uno
sguardo nuovo, mentre a poco a poco ci si sposta dall’avventura
giovanile di genere picaresco verso i momenti più
significativi. Alberto, più goliardico, sembra
maturare solo di riflesso al compagno, nel momento
in cui lo sente fare il discorso di compleanno; è
più gioviale, dice le bugie. Ernesto no, la
sua onestà è da subito praticamente
totale.
Ernesto guarda fin dall’inizio, ma raramente
lo fa in soggettiva, e se succede è in modo
fugace, asistematico, non ancora decisivo. Come dirà
alla fine del diario, la sua vista non è panoramica.
Inizia con lo stringersi sul volto di una donna desiderata,
poi su altri volti e particolari (la donna malata
di polmonite, il minatore cileno, l’occhio di
una mucca mandata al macello). Mancando l’articolazione
in tre fasi della soggettiva classica, abbiamo spesso
l’oggetto dello sguardo da un punto di vista
che parrebbe essere quello del protagonista, quindi
l’inquadratura successiva elude questa corrispondenza,
muovendosi ad esempio su Ernesto e su Alberto naviganti
su un lago al confine con il Cile. A Machu Picchu
i due prima guardano fuori campo e poi sono inquadrati
di spalle con un ribaltone di mezzo giro, mentre osservano
la meraviglia costruita dagli Incas in solenne profondità.
Uno sguardo soggettivo arriva a posteriori dalla voce
del diario, un punto di vista schiacciato dall’imponenza
di Machu Picchu ma già altissimo sulle miserie
del presente (Lima). Potrebbe essere la soggettiva
di una voce. Un’altra soggettiva di Fuser si
ha mentre osserva dei contadini su un crinale montuoso,
e la sua visuale sobbalza dal finestrino di un camion
in viaggio sui sentieri andini. Come dire che la sua
vista è ancora filtrata e traballante (accompagnata,
come quella dalla funicolare di Santiago). Poi, mentre
Ernesto pensa guardando fuori dal ponte di una nave,
legge i libri che gli ha dato Hugo Pesce o sta scrivendo
il diario, Salles realizza come dei suoi piani mentali,
che il bianco e nero rende emblematici. Si fissano
delle immagini nel suo ricordo. Per buona parte, gli
stessi soggetti di queste visioni mnemoniche sono
ripresi nei titoli di coda, in primi piani o figure
intere in bianco e nero, tutti mentre guardano in
macchina interpellando lo spettatore. Testimoni fittizi
del passaggio di Ernesto, come Alberto Granado è
stato invece nel mondo reale. Tra questi le persone
coricate in branda su di una barca, che sembrano uscire
dalla Corazzata Potemkin, come i minatori presi a
giornata rimandano a un tableau vivant de Il Quarto
Stato.
Lo sguardo ci è quindi mostrato in tanti modi:
in quanto tale (personaggio che guarda fuori campo)
o attraverso i piani di reazione, quando diventa mentale,
quando oggetto e soggetto della visione si trovano
nella stessa inquadratura, quando gli sguardi stessi
di due personaggi si incontrano in campo/controcampo
(vedi il confronto tra Fuser il reclutatore della
Anaconda). L’approdo di Ernesto a una visione
libera dalle titubanze e dai dubbi notati da Hugo
Pesce ha altre tappe di avvicinamento (quello della
giovane lebbrosa), ma la vera grande soggettiva che
segna la maturazione raggiunta è un’altra,
arrivata sempre durante il soggiorno nel lebbrosario.
Dalla sua baracca Ernesto osserva il fiume della finestra;
il suo vederlo ritorna a noi pressoché identico
in direzione e distanza; quindi si passa a Ernesto
e Alberto visti frontalmente. Fuser ha capito che
il fiume è il confine fittizio che separa i
malati dai sani. C’è implicito un briciolo
di Che Guevara in questo momento, più importante
dello stesso attraversamento del fiume perché
è l’istante dell’idea a cui seguirà
l’azione temeraria e anche un po’ incosciente;
il passaggio fisico della soglia nuotando di notte,
già preparato dal rifiuto di usare i guanti
nel trattare i malati, significa avvicinarsi all’Altro
sofferente abbattendo tutte le barriere.
Con molta più consapevolezza l’Ernesto
Che Guevara di qualche anno dopo varcherà molti
altri confini. Ma il ragazzo di “I Diari della
Motocicletta” è lungi dall’essere
il mito popolare. La vista non è ancora, appunto,
panoramica, benché già egli alla fine
del percorso non sia più lo stesso di prima,
e l’addio tra i due compagni ce lo dimostra.
Alla fine di un racconto sincero e attento, dove si
parla di uno sguardo e di un’idea, cose che
da sole possono cambiare il mondo (parlo di politica
e parlo di cinema). Perlomeno continuiamo a crederlo.
Un film da vedere.
Dove non si parla di gesta impressionanti.
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